Sono passate solo due settimane dalla sentenza alla pena capitale quattro civili condannati a morte per il linciaggio di Farkhunda, una giovane afghana di 27 anni accusata ingiustamente di blasfemia e per questo massacrata da una folla inferocita sotto lo sguardo indifferente della polizia, i giudici di Kabul hanno emesso un nuovo verdetto proprio per quei poliziotti che nulla fecero per impedire il linciaggio: a tutti è stato inflitto un anno di carcere: si tratta di undici agenti che assistettero alle violenze senza intervenire. Eppure la ragazza non aveva bruciato copie del Corano come sostenuto da qualcuno. Per protestare contro quell’esecuzione le donne afghane portarono a spalla la bara della vittima.

Il giudice di primo grado, Safiullah Mujaddedi, era già intervenuto contro i 49 imputati dell’assassinio della donna, avvenuto il 13 marzo scorso, con quattro condanne a morte ed otto a 16 anni di prigione.  Per i 19 agenti coinvolti, invece, aveva deciso di posporre la sentenza sostenendo che erano necessarie ulteriori indagini. Al termine delle quali è giunta la condanna, lieve, per “negligenza” ad un anno nei confronti di undici di essi, mentre altri otto sono stati prosciolti per insufficienza di prove.

Come già aveva avvertito in occasione della prima sentenza, il magistrato ha ricordato che, se insoddisfatte del suo operato, sia l’accusa sia la difesa hanno la possibilità di presentare appello ad un livello superiore della giustizia. Questo non ha placato la rabbia dei rappresentanti dei movimenti sociali per la pena lieve inflitta agli agenti in servizio quel giorno e soprattutto per l’assenza sul banco degli imputati di alti responsabili della polizia.

Humaira Qaderi, attivista sociale afghana, ha dichiarato ai giornalisti al termine del processo che “ci aspettavamo una dura punizione non solo per gli autori materiali dell’omicidio di Farkhunda, ma anche per chi aveva evitato di proteggerla”. A rispondere dell’accaduto, ha sottolineato, “avremmo voluto vedere anche il capo della polizia di Kabul, generale Abdul Rahman Rahimi, e il capo della brigata criminale del ministero dell’Interno, generale Mohammad Zahir Zahir”. “Se proprio non li si voleva condannare almeno li si poteva esonerare dall’incarico”.

L’omicidio di di Farkhunda ha provocato in Afghanistan l’effetto di uno choc, generando manifestazioni e un movimento sociale, “Giustizia per Farkhunda”, che ha mobilitato anche l’opinione pubblica internazionale. L’inchiesta ordinata dal presidente Ashraf Ghani ha permesso di appurare che non solo Farkhunda non aveva bruciato alcuna copia del libro sacro ai musulmani, ma che stava polemizzando con persone, fra cui un mullah, responsabili della vendita di amuleti all’interno della moschea.

In aula sono stati mostrati documenti video con immagini agghiaccianti. Si è vista la donna presa a pugni, a calci, picchiata con tavole di legno, portata sul tetto di una casa e lanciata nel vuoto, e poi un’auto che passava sul suo corpo. Infine, in corteo, la folla ha trascinato il suo cadavere sulla riva del fiume Kabul e vi ha appiccato il fuoco senza che gli agenti condannati muovessero un dito.