Dalle guide ai programmi della tv di ogni parte del mondo, sia free –come Rai e Mediaset– sia a pagamento, rigurgitano i cosiddetti talent. Quei programmi, per rifarsi alle strutture fondamentali del racconto, dove l’eroe, in questo caso il concorrente, accetta una prova che, a differenza che nei game, non consiste nel “sapere” ma nell’imparare: Mentre quello che, dopo tante tribolazioni e imprese assegna il premio, non è il re che concede la mano della principessa, ma il vecchio del mestiere che riconosce le qualità di potenziali cuochi, cantanti e parrucchieri. Ogni talent, insomma, è un percorso di iniziazione al termine del quale gli anziani accettano l’ingresso in società dei nuovi guerrieri. Un rito di passaggio che funziona da millenni nel branco in cui nasciamo, sempre uguale al di là dei mutamenti: delle capanne in case, dei villaggi in metropoli e dei papiri in schermi televisivi.

Almeno a noi così pare e per questo tutti i talent ci paiono un déjà vu. Ma sappiamo che è colpa della nostra pigrizia nonché della nostra ignoranza che, ad esempio, ci impedisce di immaginare, i sapori e gli odori dei cibi cucinati in tv, o gli impliciti della realizzazione di una acconciatura o di una particolare gestione delle unghie o dei peli. Così appena intravediamo la situazione giudice-aspirante ci rifugiamo nel primo film action disponibile.

Ma diverso è il discorso per quelli che se ne intendono, specie giovani, e che in quel che a noi pare sempre uguale sanno distinguere i diamanti dagli zirconi. Perché per stare al gioco dei talent è necessario che il pubblico abbia competenza, altrimenti sarebbe come volersi appassionare al calcio o alla politica parlati senza sapere cos’è, in entrambe le circostanze, un fuori gioco. E non basta. È anche necessario che gli spettatori condividano la morale della favola, e cioè che la vita è selettiva e che ognuno possiede un talento. Se non sai qual è, o non sai valorizzarlo, peggio per te.

Il che sembra farci capire perché siano proprio i più giovani, per definizione i più impegnati nella ricerca di mappe e destini, a divorare ogni talent quale che ne sia il pretesto, e a propagarne reperti e commenti sui social network. Tanto che il presidente Mattarella, che denuncia la diffusione di “una concezione rapinatoria della vita” potrebbe intravedere in questa diffusa accettazione di format centrati sul farsi giudicare a partire dalle proprie capacità, la esistenza di una sorta di anticorpi generazionali al malanno che autorevolmente e fondatamente lamenta.
A noi capita di intravederli questi anticorpi fra i giovani che ci capita di frequentare, approfittando dei momenti in cui non seguono XFactor o Masterchef. Anche se, questione generazionale anche questa, continuiamo a sentirci un po’ degli intrusi da quando le ricette hanno rimpiazzato i “progetti”.