“Il problema è che la coperta è sempre troppo corta: da un lato c’è l’esigenza del territorio, dall’altra quella di non ostacolare, nell’attività economica, la popolazione locale, in aree già colpite dalla crisi”. La deputata del Pd Caterina Pes, originaria di Oristano, risponde così, raggiunta al telefono da ilfattoquotidiano.it, alle polemiche scaturite dalla discussione sul Piano stralcio delle fasce fluviali da adottare a Terralba, uno dei comuni sardi evacuati durante il ciclone Cleopatra che ha devastato una parte della Sardegna. Il piano era stato presentato due anni fa in consiglio comunale e riguardava la messa in sicurezza delle zone caratterizzate da particolare rischio idrogeologico. “Lo imponeva anche l’Unione Europea – spiega la Pes – con una direttiva dell’ottobre 2007 (la 2007/60/CE, poi recepita dal decreto legislativo 49 del 23 febbraio 2010, ndr) che chiedeva di predisporre una valutazione del rischio alluvioni e una successiva pianificazione per contenerlo”.

Ma qual è il punto? Il piano è stato fortemente contestato da parte della popolazione locale, timorosa che gli eccessivi vincoli al territorio potessero compromettere gravemente le attività imprenditoriali locali, a prevalente carattere agricolo. “Questo piano, in effetti – chiarisce il deputato – metteva molto in difficoltà le attività agricole della zona, tanto che vietava la possibilità di edificare all’interno dell’area di messa in sicurezza, a mio avviso troppo estesa. All’epoca si sono costituiti anche parecchi comitati volontari di cittadini, contrari all’applicazione del provvedimento. Io stessa ho sollevato delle obiezioni”. In effetti, il 26 ottobre 2011, la parlamentare Pes esprimeva pubblicamente, nella sua pagina ufficiale del Pd e su quella facebook, le obiezioni sul rischio di un dispositivo che contenesse vincoli troppo rigorosi. “Ritengo sia importante assumere tutti i provvedimenti utili ed efficaci per controllare i corsi d’acqua – scriveva due anni fa – ed evitare così azioni distruttive come inondazioni o alluvioni che, oltre a provocare un serio dissesto idrogeologico, mettono a rischio la vita e la sicurezza dei cittadini, come è accaduto negli ultimi anni a Capoterra e in Ogliastra, ma è allo stesso modo necessario adottare queste decisioni coinvolgendo le popolazioni e le istituzioni locali, favorire una discussione più ampia possibile che ascolti le ragioni e le preoccupazioni di chi, a causa dei vincoli imposti, potrebbe subire un danno economico o patrimoniale”.

E alla luce di ciò che è successo oggi – dopo che Terralba è stata evacuata lo scorso lunedì e la prima vittima di questo ciclone ha perso la vita proprio a pochi chilometri dal centro, a Uras – è della stessa opinione di allora? “Gli studi tecnici che indicavano un reale rischio di dissesto idrogeologico, redatti dai consulenti della regione, erano serissimi”, risponde il deputato. “E noi non li abbiamo sottovalutati, sia chiaro. Abbiamo a cuore la sicurezza della popolazione locale, naturalmente. Ma la difficoltà che tutt’oggi persiste è quella di trovare una giusta misura tra i provvedimenti da adottare per preservare l’incolumità degli abitanti delle aree e l’esigenza di non ostacolarne le attività agricole, né bloccare l’indotto economico, in zone già piuttosto povere. All’epoca avevamo proposto dei correttivi per rimappare le aree da sottoporre a vincolo, coinvolgendo maggiormente le popolazioni locali, in modo da trovare un compromesso attraverso il dialogo”.

Il piano in questione, in effetti, dopo due anni è ancora in attesa di approvazione. Il comune di Terralba, così come quello di Uta, a pochi chilometri di distanza, ha proposto delle varianti. Oggi tutto è dentro un dossier che la regione ha consegnato all’Università di Cagliari, con l’incarico di ridefinire il testo, attuando dei correttivi, per l’approvazione finale, come conferma al ilfattoquotidiano.it anche il sindaco di Terralba, Pietro Pes: “Il documento è stato consegnato tre giorni fa. Siamo in attesa del loro parere”. Ieri, il deputato Caterina Pes è intervenuta alla Camera con un lungo discorso sull’emergenza alluvione in Sardegna nel quale ha parlato di responsabilità e ha ricordato come – secondo quanto dichiarato dalla Confindustria locale – il 90 per cento delle attività imprenditoriale della zona siano andate distrutte, a causa dell’esondazione del Rio Mogoro. “Ma il problema è molto più ampio – chiarisce – in questi giorni è in discussione nell’isola la modifica del Piano paesaggistico regionale che era stato approvato nella scorsa legislatura, con la presidenza Soru. Vietava di costruire entro due chilometri dagli argini dei fiumi o dalla foce del mare. L’attuale presidente Cappellacci è intervenuto, allentando i vincoli imposti all’epoca, e oggi sembra volerne abbattere l’intero impianto. È una decisione molto pericolosa, tanto più in un momento in cui in Sardegna è prevista una colata di nuove cementificazioni, alla luce dei recenti investimenti fatti nell’isola dall’emiro del Qatar”.