Uno strano e improvviso fallimento, 16 lavoratori ora a un passo dalla disoccupazione, lavori pubblici lasciati a metà e la richiesta di aiuto che arriva dalla Puglia. Una piccola azienda di Altamura, in provincia di Bari, da oltre un anno sta portando avanti la sua battaglia per non chiudere bottega dopo che il Cat, Consorzio Alta Tecnologia di Ravenna, appartenente alla galassia delle cooperative rosse di Legacoop, è fallito, lasciandole 900mila euro di lavori non pagati. Un macigno insostenibile per una ditta di appena 16 operai, che da ottobre scorso sono tutti in cassa integrazione. Non è bastata una denuncia alla Guardia di finanza per truffa e appropriazione indebita, una serie di lettere e appelli al governatore della Puglia Nichi Vendola e alla politica. La Dema Impianti rischia di non farcela con le banche e con i fornitori che attendono alla porta di essere pagati. “Noi non vogliamo fallire, vogliamo continuare a lavorare”, è l’appello di Sandro Denora, direttore tecnico dell’azienda.

Tutto inizia nel 2010 quando la ditta pugliese entra nell’affare della Cittadella dell’economia di Foggia, un’opera finanziata dalla Camera di commercio di Foggia (e in parte, per 500 mila euro, anche dalla Regione Puglia) e affidata al CCC di Bologna, il Consorzio cooperative costruzioni, un vero e proprio colosso industriale italiano. Il CCC, che ha vinto l’appalto, affida le opere elettriche e meccaniche al ravennate Cat che a sua volta le affida alla piccola Dema Impianti. Si tratta di 1 milione 792 mila euro, una manna dal cielo per una piccola azienda del sud. La Dema così entra a far parte del consorzio Cat, secondo quanto prevede il Codice per gli appalti pubblici.

Le stranezze però cominciano subito: il progetto iniziale previsto nella gara d’appalto degli impianti meccanici viene stravolto dal Cat. Secondo i nuovi preventivi elaborati dalla Dema in base alle modifiche richieste, i costi dei lavori lievitano fino a 2 milioni e mezzo di euro. I lavori partono secondo il nuovo progetto, anche se il Cat nel frattempo non aveva voluto firmare il nuovo preventivo. “Lavorando in un appalto pubblico eravamo certi di essere al sicuro e abbiamo lavorato”, spiega Denora al Fattoquotidiano.it. Il Cat in effetti fino a marzo del 2012 paga i lavori regolarmente. Poi smette di pagare. E per la Dema impianti e i suoi operai cominciano i problemi.

“A luglio 2012, non ricevendo più quanto ci spettava, abbiamo informato della situazione la Camera di commercio, che, dopo averci assicurato di avere pagato il dovuto al CCC, ci ha in sostanza detto di rivolgerci al Cat”. A quel punto i dirigenti della piccola azienda pugliese scoprono che i pagamenti effettuati dalla Camera di commercio venivano direttamente pignorati al Cat da altri creditori. Per questo motivo alla Dema Impianti e ad altre ditte finite nella trappola della Cittadella dell’economia, i soldi non arrivavano.

Poi, nonostante alla fine dell’estate 2012 la Camera di Commercio abbia iniziato a pagare direttamente gli stipendi ai lavoratori della Dema Impianti, per la piccola ditta altamurese arriva la doccia gelata: il 23 ottobre 2012 l’azienda viene estromessa dal consorzio Cat e dal cantiere perdendo di fatto la speranza di rivedere quei soldi. Ma non è tutto: pochi giorni prima, il 16 ottobre, lo stesso Cat aveva chiesto al tribunale di Ravenna il concordato preventivo con continuità aziendale, solo un tentativo estremo di evitare il fallimento, che però arriva puntuale a marzo 2013. Oggi, se si telefona al Cat di Ravenna in via Buozzi, una signora gentilmente risponde che l’azienda è fallita. “Si rivolga al curatore”, è la risposta.”Può un consorzio, che in teoria è una realtà senza fini di lucro, fallire?”, si chiede oggi Denora.

Intanto però la politica è ferma, come i cantieri della cittadella che dovrà ospitare i nuovi uffici della Camera di commercio: “Più volte è stato interpellato Vendola anche dai consiglieri regionali Giacinto Forte dei Moderati e popolari e da Michele Ventricelli di Sinistra ecologia e libertà. Ma finora non abbiamo avuto nessuna risposta”, spiega Sandro Denora, che poi lancia l’ultimo appello: “La nostra azienda ha un piede e mezzo nella fossa e fra breve le banche ci toglieranno anche le case. Chiediamo solo aiuto”.