Hanno riempito due pullman e con i loro striscioni si sono radunati in viale Aldo Moro per chiedere al commissario Vasco Errani “più certezze e meno promesse”. Per i 200 manifestanti che alle 8 del mattino hanno lasciato la bassa, l’Emilia terremotata, quella che nove mesi dopo il terremoto fatica a rialzarsi, il tempo degli annunci è terminato. “Con la propaganda – racconta un cittadino di Mirabello – non ricostruiamo le nostre case, non riapriamo i negozi e non guadagniamo lo stipendio”. Nove mesi dopo i soldi sono stati sbloccati, il governo ha erogato i sei miliardi previsti per la ricostruzione. Eppure non arrivano. “Non perché non siano disponibili – spiegano i dipendenti della filiale Unicredit di San Matteo della Decima – il problema è che il meccanismo è così intricato e pesante che ci vorrà tempo perché le persone ricevano il loro rimborso”.

Per questo, innanzitutto, 200 emiliani hanno raggiunto la sede del parlamento regionale, a Bologna, a pochi giorni dalle elezioni. Per chiedere che la burocrazia venga snellita e i tempi accelerati. “Noi abbiamo assunto un’impresa del territorio per fare i lavori – racconta Giacomo Fiori, libero professionista, che sta aiutando le famiglie di alcuni amici ad accedere ai contributi – abbiamo pensato che fosse il minimo che potessimo fare visto che qui è tutto bloccato, non c’è lavoro. Ma ora le istituzioni devono venirci incontro, i soldi, a chi ha lavorato, li dobbiamo dare”. E poi c’è chi, per esempio, ha perso il proprio il negozio a causa del terremoto, ha acquistato un prefabbricato in legno per poter riaprire ma, per questioni tecniche, “struttura troppo alta, troppo larga, appena fuori norma”, l’ha dovuta chiudere. È rimasto senza lavoro.

I problemi da sistemare, nel ‘cratere’, sono tanti. Oltre alla trafila burocratica necessaria a presentare la domanda e la relativa documentazione, “i tecnici si lamentano che è troppo complessa e questo non fa che ritardare chi vuole ricostruire” raccontano i manifestanti, c’è la questione delle tasse. “Ci devono aiutare – spiega Carla, titolare di una pelletteria a Finale Emilia – io sono fortunata, il mio negozio aveva subito danni ma ho pagato di tasca mia e non chiederò nessun rimborso per riavere ciò che ho speso. Credo che ci sia gente che ne ha più bisogno di me, che ho ancora la casa agibile. Però le tasse ci stanno strangolando, a dicembre abbiamo dovuto pagare tutte le imposte sospese durante l’anno, sia per le nostre attività, sia per le case, anche sospensioni che non avevamo chiesto, con un preavviso scarsissimo per giunta, appena una settimana”.

L’Imu, ad esempio. Una salassata per molte famiglie, ospiti di amici e parenti, che hanno versato la stessa quota di chi, invece, nella propria casa ci vive. “Non possono pretendere che andiamo avanti ancora con le nostre forze – continua la commerciante finalese – perché siamo stati colpiti anche a livello produttivo. Le nostre attività sono rimaste chiuse per mesi, e ora chi può riapre in un contesto completamente cambiato. Monti ci ha definiti il motore dell’Italia: ebbene questo motore ha bisogno di essere oliato”.

In piazza c’erano tanti cittadini, provenienti da tutti i comuni colpiti dal territorio. Finale Emilia, Concordia sulla Secchia, Rovereto e Novi di Modena, San Carlo, Sant’Agostino, solo per citarne alcuni. Ma c’erano anche commercianti e artigiani, che oggi non hanno alzato le saracinesche, ma vi hanno appeso un cartello: “Chiuso per manifestazione a Bologna”. “Scrivetelo che siamo padri e madri di famiglia – chiedono alla stampa – perché cercano di far credere alla gente che i soldi ci sono, quindi va tutto bene. Non è così, ancora non abbiamo certezze, non sappiamo quanti contributi ci spetteranno e in questa situazione è impossibile ricominciare”.

Una delegazione è stata ricevuta dal commissario Vasco Errani e dall’assessore alle Attività produttive Gian Carlo Muzzarelli. Tra i dodici c’erano anche Fernando Ferioli, sindaco di Finale Emilia, Alan Fabbri, primo cittadino di Bondeno e Fabrizio Toselli, presidente della giunta di Sant’Agostino. “Ciò che è necessario fare è lavorare per semplificare le procedure, senza dimenticare la trasparenza – spiega Ferioli – l’Unione Europea ha già aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia per il terremoto dell’Aquila quindi dobbiamo verificare ogni euro speso, perché sarebbe una tragedia nella tragedia vederci chiedere indietro le risorse che abbiamo stanziato. Il governo Monti si è dimostrato sordo alle esigenze provenienti da un territorio colpito nella sua parte produttiva, poco attento alle richieste portate a Roma da Errani e alle scadenze che incombevano sui cittadini – ha aggiunto il sindaco – Speriamo che il prossimo sia migliore”.

Oltre alla questione contributi e al tema fiscale, l’Emilia Romagna si è impegnata a revisionare gli studi di settore, per concedere respiro alle attività commerciali colpite dal terremoto, e a trovare una soluzione per sostenere chi, in seguito alle scosse, ha l’abitazione agibile ma danneggiata. Le cosiddette classi ‘A’, ancora escluse dalle procedure di rimborso. “Sappiamo che c’è molto lavoro ancora da fare – ha detto Muzzarelli, dopo l’incontro con la delegazione di manifestanti – l’obiettivo resta quello di far arrivare ai cittadini risorse concrete nel più breve tempo possibile”.

“Ancora prima di ricevere ci è stato chiesto di pagare – conclude Massimo Nicoletti, portavoce di Finale Emilia terremotata protesta, l’associazione che ha organizzato la manifestazione – speriamo che ci sia un seguito a quanto ci è stato detto oggi, che non siano solo promesse. Fino ad ora non è stato considerato il fatto che sono 7 mesi che le attività sono ferme e l’incertezza relativa alla questione contributi fa sì che non ci sia disponibilità di spesa da parte di famiglie, artigiani, lavoratori, professionisti. E’ tutto fermo, indipendentemente dalla crisi economica. Mentre l’Italia va avanti, noi siamo bloccati”.