Un eroe di carne al tempo dei divi di plastica: Marco Martinelli racconta il Pantani del Teatro delle Albe, in scena dal 16 novembre con Ermanna Montanari, Luigi Dadina Alessandro Argnani e Roberto Magnani al Rasi di Ravenna (si replica fino al 2 dicembre). Dove Pantani non è solo un ciclista, è anche un emblema dell’Italia dei nostri anni.

Cominciamo da lui, da Pantani. Quale posizione prendi, nel testo, sulla sua vicenda sportiva, umana, giudiziaria?

La vita di Marco è spezzata in due. Fino al 5 giugno del 1999 è la vita di un ragazzino che ha cominciato a correre a dodici anni e a ventinove è arrivato a diventare una leggenda del ciclismo. Dopo quel giorno, dopo l’episodio di Madonna di Campiglio, sono cinque anni di agonia e deriva personale, un inferno privato che lo porta a morire nel 2004. E anche sulla morte ho il senso di un’inchiesta chiusa troppo in fretta, è una morte che merita una verità più forte, meno rattoppata. La nostra scelta è quella di tenere aperti tanti interrogativi. Per restituire dignità a un grande campione che è stato trascinato nel fango.

La morte per droga è un destino che condivide con tanti ragazzi della sua generazione.

Il nostro Pantani è anche un grande racconto dell’autodistruzione. Era un uomo capace di arrivare così in alto, di vincere in maniera così clamorosa, e allo stesso tempo franava e rovinava altrettanto clamorosamente.  È un eroe, Marco, davvero la sua storia ha molto del mito, è una leggenda che si fa raccontare perché, in maniera modernissima, ripercorre degli archetipi.

E come racconterete la sua storia?

Ho scritto un testo che definirei de-genere, nel senso che è a cavallo tra i generi, è sicuramente teatro ma è anche romanzo, inchiesta giornalistica e poesia, è lirico e corale allo stesso tempo. Tutto centrato sui due genitori, Tonina e Paolo, due figure irriducibili di una Romagna popolare, anarchica, che come Antigone combattono per ridare dignità all’amato. 

Durante il lavoro sullo spettacolo avete incontrato i genitori di Marco Pantani. Hanno collaborato alla scrittura del testo? E verranno a vederlo?

Verranno, verranno. Il rapporto con loro è molto bello. Proprio perché volevo centrare il racconto su loro due era assolutamente importante, doveroso parlargliene e anche in un certo senso sfruttarli come testimoni primi e muse ispiratrici dei miei personaggi. Molte delle cose che Ermanna e Luigi Dadina diranno le ho catturate nei dialoghi con Tonina e Paolo.

Hai anche ricostruito l’ambiente di Pantani?

Attorno a queste due figure ho costruito una selva di altri venti personaggi. Ci sono Conti e Fontanelli, due ciclisti romagnoli, bravissimi, che sono stati suoi gregari negli anni dei trionfi, c’è la sorella Manola, ci sono altri che sono stati implicati in maniera strana nella sua storia, come il ministro Gasparri o il bandito Vallanzasca. Gli attori fanno tanti personaggi con un grande gioco di cambi di ruolo. È un affresco familiare e storico, parla dell’Italia degli ultimi trent’anni.

Quindi non dobbiamo aspettarci rivelazioni, ma un discorso sull’oggi.

Guarda, il titolo io l’ho voluto così, secco, perché è il suo cognome ma è anche una parola che evoca le paludi, il fango. Raccontare la sua storia di Marco è raccontare la storia della nostra repubblica… il ’94, l’anno in cui Silvio Berlusconi diventa presidente del consiglio promettendo miracoli agli italiani, è l’anno in cui Marco vince la sua prima gara da professionista e esplode come sportivo. La storia di Marco – non per colpa sua – finirà nel fango come nel fango della corruzione e della truffa finirà l’Italietta di questa seconda repubblica.

Accennavi a una Romagna irriducibile…

Marco è una figura radicatissima in Romagna, ha un certo modo di essere romagnolo, profondamente orgoglioso, con una sua carica di ribellione, un’allegria esplosiva. Un suo nonno si chiamava Sotero, è una figura bellissima di cacciatore, di vecchio anarchico ottocentesco. Pantani nasce da queste radici e diventa un’icona dello sport mondiale, ha certe etiche contadine, pensale messe a confronto con le logiche dei media globali!

Quale Pantani verrà fuori dal vostro lavoro?

Ti rispondo con le parole di uno dei personaggi: “Non fraintendetemi non era né un santo né un rivoluzionario, ma era un ragazzo orgoglioso e malinconico, un ribelle che non ce la faceva a stare a un gioco ipocrita del potere”.