“Era il 25 dicembre 1985; l’anno stava finendo quando le nostre popolazioni sono state bombardate. Sono state bombardate dagli aerei, sono state ferite, uccise dai carri armati dei militari venuti dall’altro lato. Allora abbiamo risposto… Così abbiamo protetto il nostro popolo. L’abbiamo protetto perché siamo stati aggrediti. L’abbiamo protetto, obbedendo in questa maniera ad un dovere rivoluzionario. Cari compagni, vorrei che in questa giornata del 3 gennaio 1986, pensassimo a tutti coloro che sono caduti sui campi di battaglia maliani e burkinabé, a tutti i feriti, a tutte le famiglie sconsolate, a questi due popoli ed agli altri popoli dell’Africa e d’altrove che sono stati segnati da questi scontri dolorosi. Vorrei che ciascuno di noi facesse lo sforzo di dominare il sentimento di odio, di rifiuto e di ostilità verso il popolo del Mali. Vorrei che ciascuno di noi vincesse la vittoria più importante: uccidere in sé stesso i germi dell’ostilità, dell’inimicizia. Abbiamo una vittoria importante da vincere: seminare nei nostri cuori i germi dell’amicizia vera, quella che resiste anche agli assalti omicidi dei cannoni, degli aerei e dei carri armati. Questa amicizia non si costruisce che sulla base rivoluzionaria dell’amore sincero verso gli altri popoli. E di questo, vi so capaci, siete capaci di amare il popolo del Mali e di dimostrarlo. Lo dimostreremo. I fratelli del Mali, ci hanno detto nel loro discorso, che erano favorevoli ai negoziati; innanzitutto rispondiamo di sì, ma in più aggiungiamo l’atto alla parola. E’ per questo motivo compagni che vorrei dirvi, che per quanto ci riguarda, tra il popolo del Mali e quello Burkinabé non c’è mai stato che amicizia e amore.
 
Compagni! siete sì o no per l’amicizia tra i nostri due popoli? [Grida di sì]
Allora, le masse popolari depositarie del potere in Burkina Faso si sono espresse, ed è in loro nome che io dico davanti al mondo intero che in Burkina Faso non ci sono più prigionieri Maliani. I militari Maliani che sono qui non sono più prigionieri. Sono nostri fratelli. Possono ritornare a Bamako, quando e come vogliono, in tutta libertà. Noi non ci siamo battuti per fare dei prigionieri, ma per respingere il nemico. L’abbiamo respinto e qualsiasi Maliano in Burkina Faso è un fratello. Così dunque, i maliani che sono nella loro terra sono nostri fratelli. A partire da oggi dovranno vivere la gioia della libertà in Burkina Faso. Che i loro familiari in Mali sappiano che possono venire a cercarli e aspettarli.

Thomas Sankara è stato il primo presidente del Burkina Faso. Si impegnò molto per combattere la povertà, venne soprannominato il Che Guevara africano. Marxista e rivoluzionario, venne ucciso durante il colpo di Stato del 15 ottobre del 1987. 

(Foto Lapresse)

Il Fatto Quotidiano, 15 ottobre 2012