È variegato il mondo della prostituzione sotto le due torri. Un mercato fiorente dove le ragazze guadagnano da poche decine fino a mille euro a notte, dipende dalla bellezza, dal colore della pelle, da dove si svolge la prestazione e quanto rimane nelle tasche di eventuali protettori. Le storie sono pressoché infinite in un panorama che va dalle famose escort ormai sdoganate nell’immaginario collettivo, ad arresti, come quelli effettuati dalla polizia nell’ultimo mese.

La squadra mobile di Bologna pochi giorni fa ha fermato una coppia (lui bolognese, lei napoletana entrambi con numerosi precedenti) che induceva alla prostituzione una donna di 43 anni affetta da gravi handicap mentali, invalida al 100% e in curatela in una struttura medica del capoluogo. L’uomo si faceva passare con gli operatori sanitari come il fidanzato della disabile e dopo aver vagheggiato di sposarla la induceva a vendersi con la promessa di comprarle il vestito da sposa grazie ai ricavi dell’attività in strada.

Non essendo in grado di stare in piedi, la donna attendeva i clienti seduta sul marciapiede fra via Aldo Moro e via Stalingrado, sorvegliata a vista dai due arrestati, comodamente a bordo di un’auto parcheggiata poco lontano. L’indagine è partita su segnalazione dei sanitari che avevano in cura la donna. L’arresto è avvenuto in flagranza, il giorno in cui gli sfruttatori cercando senza successo di piazzarla a degli anziani non hanno rispettato l’orario di ritorno della vittima nella struttura, esponendola così al rischio della vita per via delle medicine che deve tassativamente assumere ogni giorno.

Intervistata dal fattoquotidiano.it il commissario capo della mobile bolognese, Elena Ceria, traccia un quadro in cui a casi estremi come quello appena descritto si affiancano situazioni in cui gli sfruttatori hanno spesso sostituito la violenza fisica con quella psicologia. Le grandi organizzazioni albanesi che anni fa controllavano con metodi brutali anche decine di ragazze contemporaneamente, hanno lasciato il posto a gruppi più piccoli e meno visibili o alla figura del fidanzato sfruttatore. Le ragazze sui viali, come evidenziato anche dalla contestata schedatura effettuata all’inizio dell’anno dai carabinieri, hanno quasi tutte il passaporto comunitario rumeno.

Non tutte però lo sono davvero, falsi passaporti che servono a rendere comunitarie ragazze che non lo sono vengono venduti dalle organizzazioni criminali rumene a 500 euro. I casi estremi continuano ad esistere, il commissario racconta quello di alcune ragazze rom intercettate mentre chiedevano il permesso per comprare un panino, ma generalmente alle ragazze va un po’ meglio, almeno dal punto di vista economico: lavorando in strada si possono portare a casa fino a 9 mila euro al netto della trattenuta del 50% degli sfruttatori. Cifre che fanno capire perché sia diminuita la necessità di violenza e sia aumentata la fedeltà delle ragazze ai loro aguzzini, che spesso vengono difesi anche davanti alla polizia.

Benché la maggior parte delle prostitute bianche siano rumene, l’etnia che domina la strada a Bologna è ancora quella degli albanesi i cui clan gestiscono piccoli gruppi di ragazze e contemporaneamente chiedono una sorta di “affitto” per il marciapiede ai protettori di altre nazionalità. Sia le ragazze che i protettori sono molto giovani, mediamente attorno ai vent’anni. Alcuni membri della vecchia generazione della malavita albanese imparentati con parte le nuovo leve, dopo aver scontato pene detentive oggi possiedono tramite prestanome alcuni nightclub nella zona, altri ancora sono tornati in patria.

Discorso a parte è la prostituzione nera, dominata dai nigeriani dove lo sfruttatore è quasi sempre una donna, detta madame, che talvolta utilizza riti voodoo per terrorizzare le ragazze. Qui le prostitute sono costrette a ripagare il viaggio che le ha riportate in Italia, cifre che arrivano anche a 70 mila euro. Inoltre le organizzazioni nigeriane hanno in madre patria un controllo tale del territorio da poter mettere in atto ritorsioni contro i parenti delle ragazze nel caso decidessero di denunciare.

Altro tassello nel puzzle del mercato del sesso bolognese sono le prostitute cinesi. La loro attività è iniziata con i connazionali e si è aperta agli italiani solo in un secondo momento. Spacciate spesso per giapponesi, le ragazze sono gestite attraverso fittizi saloni di messaggi o annunci più o meno cifrati sui giornali locali. La polizia ha scoperto di recente anche un call center che indirizzava a tappe i clienti verso le prostitute, non fornendo subito l’indirizzo della ragazza ma depistando gli uomini per poi chiamarli nuovamente, una volta controllati a vista, indicando finalmente il luogo dove sarebbe avvenuta la prestazione.

Le professioniste italiane e straniere che operano in casa rappresentano il punto più alto della piramide del settore, l’adescamento avviene per via di siti internet, spesso in italiano ma con i server all’estero, e i prezzi lievitano. Le prostitute cosiddette “indoor” si muovono spesso di città in città seguendo fiere e grandi eventi aziendali durante i quali il loro giro di affari aumenta esponenzialmente. In questo caso la presenza di uno sfruttatore diventa più improbabile ma la polizia può chiedere il sequestro dell’immobile se riesce a dimostrare che il padrone di casa conosceva l’attività delle inquiline e per questo ha ottenuto canoni più alti di quelli di mercato.

di Daniele Rielli