Il processo Coopcostruttori in trecento pagine. È la super perizia disposta dal tribunale di Ferrara per far luce sugli aspetti tecnici della presunta bancarotta fraudolenta del gigante dell’edilizia di Argenta. I periti Claudio Gandolfo e Stefano Montanari erano chiamati a valutare in primis la gestione della cooperativa edile, se era irreversibilmente in perdita o meno, eventuali falsificazioni dei bilanci e il ruolo preciso dei singoli imputati alla luce del dissesto. A livello contabile era richiesto inoltre un giudizio sulla capacità o meno dell’azienda di emettere Apc e sull’attività dei certificatori.

I periti, da parte loro, non hanno risparmiato nessuno. A cominciare dagli amministratori. Alla luce della crisi, già in atto agli inizi degli anni ’90 (l’entrata in amministrazione straordinaria ex Prodi bis risale al 2003), e che a partire dal 1997 vede acuirsi gli effetti che portano alla completa dissoluzione del patrimonio nel 1998, un “fruitore qualificato” di bilanci si sarebbe dovuto rendere conto di quanto stava accadendo. Sul falso in bilancio, comunque depenalizzato, i periti non hanno dubbi: sono “state superate tutte le soglie di punibilità”. Quanto poi alla possibile continuità aziendale, e quindi all’ipotizzato salvataggio richiesto a Legacoop, era “impossibile pensare che la società avrebbe potuto rialzarsi da sola. Ma anche un eventuale intervento esterno, a partire dagli anni ’97-’98, “appariva estremamente gravoso, lungo e rischioso”.

I giudizi tecnici messi nero su bianco da Gandolfo e Montanari su quella che era, per mutuare le parole del commissario straordinario Renato Nigro che gestì il post crack della coop estense, “una locomotiva lanciata a forte velocità verso un muro”, sfociano anche in sentenze morali. Soprattutto quando toccano la natura cooperativa di un’impresa e le finalità mutualistiche che dovrebbe avere una cooperativa. Perché “un’impresa, sia cooperativa che capitalistica, non può per alcun motivo trascurare l’obiettivo dell’assoluta economicità della gestione”. E invece la storia ha insegnato come “Coopcostruttori ha goduto sino alla fine di un sostegno incredibile da parte dei suoi soci, che hanno accettato condizioni inimmaginabili in un’impresa capitalistica, e di relazioni sociali e “politiche” che le hanno consentito di godere del merito creditizio anche quando i bilanci, seppure “abbelliti”, mostravano per un operatore qualificato, palesi segnali del dissesto in atto”.

Eppure, nonostante questa coorte di piccoli soci lavoratori e sostenitori pronta a sostenerla, l’impero di Giovanni Donigaglia ha cominciato a sgretolarsi dall’interno, a causa della “scarsa o nulla marginalità nell’acquisizione dei cantieri”, dell’ “inefficienza e rigidità nella gestione del fattore lavoro”, dello “squilibrio finanziario e patrimoniale”. Già a partire dai primi sintomi della crisi Coopcostruttori ha scelto di “lavorare in perdita, sperando poi di riprendersi”. Ma non ce l’ha fatta. Perché allora il management non ha fatto un passo indietro rendendo noto il dissesto prima che migliaia di persone vi perdessero i risparmi di una vita? In “un’azienda grande, socialmente influente” come la cooperativa argentana “perdere o semplicemente ridimensionare quello status per i vertici aziendali avrebbe significato inevitabilmente perdere potere e consenso”. Questa la risposta indiretta dei periti, che la estendono a parte del mondo cooperativo: il rischio di queste “imprese senza padrone” è che i dirigenti “si preoccupino più dei loro vantaggi e del loro prestigio che non degli azionisti”.

Un’altra voce che è rimasta muta davanti al collasso è quella dei certificatori dei bilanci. Anche se il comportamento delle società di revisione viene fatto rientrare in gran parte tra “gli errori professionali”, “le problematiche legate alle riserve tecniche, ai relativi interessi di mora e ai riscontri attivi avrebbero dovuto comportare prese di posizione più rigide”. Specialmente se si scorre il bilancio 1997: “sembra difficile – scrivono i periti – poter ipotizzare che tale omissione possa rientrare nell’area della plausibilità tecnica o dell’errore professionale”. Meglio sarebbe stato, secondo Gandolfo e Montanari, esprimere “un giudizio avverso o in via subordinata dichiarare l’impossibilità di esprimere un giudizio”. Una presa di posizione, una “non certificazione” che avrebbe tutelato anche i soci, data la conseguente impossibilità di sottoscrivere azioni di partecipazione cooperativa. Cosa che invece è stata fatta in maniera massiva, grazie anche al cda che, al fine di giustificare nuove emissioni, “ha fornito all’assemblea notizie non veritiere sugli investimenti fatti”.