Il presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen

Ramallah – Karama, dignità. “Vorrei che andaste in giro a testa alta, fieri, perché con la richiesta alle Nazione Unite di riconoscere la Palestina come Stato, abbiamo mostrato di avere una dignità, di essere un popolo dignitoso che ritiene il ricorso all’assemblea generale il modo giusto e legale di far sentire la nostra voce e di chiedere il rispetto che ci meritiamo perché noi non vogliamo il male di Israele, vogliamo solo che ci vengano riconosciuti i nostri diritti”. La parola “karama”, dignità in arabo, è stata più volte pronunciata nella parte finale del discorso che il presidente dell’Autorità palestinese, Abu Mazen, ha tenuto ieri a Ramallah nella piazza della Muqata, gremita di migliaia di palestinesi. Dopo due ore di ritardo, l’anziano leader è comparso nel primo pomeriggio su un palchetto ricoperto da un’enorme bandiera palestinese, allestito davanti al mausoleo che ospita la tomba di Yasser Arafat. La cui immagine compariva su decine di cartelli innalzati dalla folla in festa. Ma dopo la consegna nelle mani del segretario dell’Onu, Ban Ki Moon, venerdì scorso, della richiesta di riconoscimento della piena sovranità dello Stato palestinese (finora definito solo “entità”), le gigantografie, gli stendardi e gli slogan, sono stati tutti per Mahmud Abbas, chiamato secondo la tradizione araba Abu Mazen, ossia “il padre di Mazen”, il figlio primogenito.

La fotografia, mentre consegnava la cartellina bianca contenente la richiesta al segretario delle Nazioni Unite, è su tutti i muri delle città cisgiordane, non solo qui a Ramallah, la capitale provvisoria. “La nostra capitale deve essere Gerusalemme Est, le colonie ebraiche qui in Cisgiordania non dovranno più ingrandirsi e i profughi palestinesi dovranno ritornare”. Il suo discorso all’Onu era stato per l’appunto seguito con grande apprensione anche in tutti i campi profughi palestinesi, soprattutto in quelli libanesi di Sabra e Chatila, teatro del massacro del 1982. I profughi erano “curiosi” di sapere se Abu Mazen si sarebbe ricordato di loro. Perché la “questione del ritorno dei profughi” assieme a Gerusalemme Capitale, e il blocco delle colonie sono stati e saranno i nodi più difficili da sciogliere al tavolo dei negoziati. Su questi “squallidi rifugi dove i profughi vegetano ma non vivono perché privi di qualsiasi diritto” – come ha scritto ieri il quotidiano israeliano Haaretz -,  Abu Mazen ieri si è soffermato e subito dopo ha ribadito alla folla, che lo ascoltava facendo il segno di vittoria, che senza il blocco delle colonie, lui non tornerà a negoziare con Israele.

L’espansione delle colonie ebraiche a Gerusalemme Est non sono una fisima di Abu Mazen ma un problema che coinvolge tutti i Paesi arabi, che considerano Gerusalemme Est la loro seconda capitale spirituale. Lo è anche per l’Arabia Saudita – finora la più fedele alleata degli Stati Uniti – , che ha iniziato a storcere il naso di fronte al niet del presidente Obama alla richiesta di riconoscimento dello Stato palestinese al Consiglio di sicurezza dell’Onu. Nella piazza della Muqata oltre alle bandiere palestinesi infatti sventolava l’immagine di un Obama con i tratti somatici di Netanyahu e la scritta “lier”, bugiardo in inglese. Il “move”, la mossa di Abu Mazen presso l’Onu, secondo i paesi arabi e musulmani come la Turchia, ha mostrato l’ipocrisia del presidente Obama e degli Stati Uniti in generale, nei confronti dei palestinesi e del mondo arabo, cancellando i benefici del suo storico discorso, tenuto al Cairo, pochi mesi dopo il suo insediamento alla Casa Bianca.

I siti dei maggiori giornali israeliani oggi hanno commentato il discorso del “rientro” di Abu Mazen come il sigillo della nascita di una forte leadership e dell’inizio di una “primavera palestinese”, che si aggiunge a quella egiziana e maghrebina. La strategia di Abu Mazen mostra la nascita di un nuovo tipo di leadership e di un cambio di rotta. Ma la realtà come sempre è diversa dalla teoria e la maggior parte dei giovani che hanno assistito al discorso di rientro del presidente palestinese hanno detto al Fatto che si fidano solo del primo ministro Salam Fayyad, perché è un economista indipendente che ha saputo migliorare l’economia della Cisgiordania e perché non è solo un burocrate ma un uomo che per prima cosa è andato di villaggio in villaggio  a verificare le reali condizioni dei palestinesi. Forse in questi suoi tour avrà incontrato anche Isran Badran, il trentottenne bracciante palestinese che l’altro ieri, nel villaggio di Kusra, vicono a Nablus, è stato ucciso da un soldato delle forze di sicurezza israeliane (Idf) mentre stava cercando di difendere l’uliveto, dove lavorava, dall’aggressione dei coloni di Ma’ale Efrayim – una piccola colonia difesa dai soldati israeliani – quando stavano sradicando alcuni ulivi. Aveva tirato delle pietre per fermarli. Quando ieri hanno tirato fuori dalla cella frigorifera il suo corpo, ancora in una pozza di sangue, il padre, mentre lavava la salma del figlio, ha detto al Fatto: “Netanyahu dice di volere la pace con noi mentre i suoi soldati ci ammazzano”. Dagli occhi rassegnati dell’anziano padre non è scesa una lacrima, per lui piangevano i 4 bambini di Isran.

di Roberta Zunini