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Meloni: conferenza stampa rinviata, i nodi no. Dal patto di Stabilità al Mes, dal bavaglio alla povertà: i temi che attendono una risposta

Non ci sarebbe stata la Federazione nazionale della stampa, ma nemmeno, non ancora, il via libera al decreto che attua la riforma dell’Irpef con la riduzione del numero delle aliquote. Quello potrebbe arrivare comunque nel pomeriggio di giovedì, durante il Consiglio dei ministri previsto, salvo sorprese, per le 15 e 30. Una riunione del governo a cui non parteciperà Giorgia Meloni, costretta ad annullare per la seconda volta un appuntamento molto delicato: la conferenza stampa di fine anno. Già rinviato la scorsa settimana a causa di un’influenza che ha colpito la presidente del consiglio, il consueto incontro coi giornalisti è stato cancellato di nuovo a causa della “recrudescenza dello stato di influenzale” di Meloni: così hanno fatto sapere da Palazzo Chigi. Questa volta, però, non è stata fissata una nuova data. Adesso, dunque, bisognerà capire se la conferenza stampa di fine anno della premier si trasformerà in una conferenza di inizio anno. O se verrà cancellata definitivamente.

Una conferenza piena d’insidie – Di sicuro la brutta influenza che ha colpito Meloni rischia di consolidare una tendenza: in questi 13 mesi alla guida del Paese, infatti, la leader di Fratelli d’Italia ha dimostrato di non avere una particolare passione per gli incontri coi giornalisti. A questo giro, tra l’altro, la conferenza stampa di fine anno arriva in un momento cruciale: la premier, infatti, avrebbe dovuto probabilmente esprimersi sul voto della sua maggioranza che la scorsa settimana alla Camera ha respinto la ratifica del Mes. Una bocciatura sconfessata dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che solo 24 ore prima aveva invece messo la faccia sul nuovo Patto di Stabilità europeo. Un via libera ai nuovi vincoli comunitari che è arrivato evidentemente con la spinta della capa dell’esecutivo. La quale, però, non ha finora speso neanche una parola sul tema. Probabilmente sarebbe stata costretta a farlo durante la conferenza di fine anno. Un incontro che si annunciava pieno d’insidie. Ma andiamo con ordine.

Che ne pensa la giornalista Meloni del bavaglio? – In un momento in cui mezzo Paese è colpito da febbre e raffreddore, l’influenza della premier non è poi una grande notizia. Aveva invece guadagnato rilevanza già nei giorni scorsi la protesta annunciata dalla Federazione nazionale della stampa, il principale sindacato dei giornalisti, che non avrebbe partecipato all’incontro con Meloni. Un gesto simbolico, per protestare contro il bavaglio, cioè l’emendamento di Enrico Costa, approvato dalla Camera il 20 dicembre scorso, che impegna il governo a vietare la pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare. Secondo autorevoli commentatori, come l’ex vicepresidente della Consulta Paolo Maddalena, quella norma è incostituzionale: per questo motivo sono stati lanciati appelli a Sergio Mattarella, affinchè non firmi il provvedimento. L’assenza annunciata dei vertici della Fnsi, tra l’altro, sarebbe stata solo il primo atto di una mobilitazione che continuerà nei prossimi giorni con “una passeggiata davanti ai palazzi del potere con il bavaglio sulla bocca”, prevista per venerdì 29 dicembre. È evidente dunque che si fosse presentata in conferenza stampa Meloni sarebbe stata sicuramente costretta a esporsi: che opinione ha sui suoi parlamentari che hanno votato l’emendamento Costa? E perché Meloni condivide la proposta di vietare la pubblicazione delle ordinanze di custodia cautelare? E ancora: la leader di Fdi, giornalista professionista dal 2006, che ne pensa dell’ipotesi di sciopero ventilata dalla sua categoria professionale contro il governo da lei guidato? In questo senso, forse, il recupero casalingo è preferibile a un esercito di microfoni puntati.

I nodi irrisolti della manovra – La premier avrebbe peraltro dovuto parlare proprio mentre approda nell’aula della Camera la manovra che stando ai suoi auspici doveva essere “blindata” e venire approvata a velocità record. E invece è stata emendata eccome, riempita delle solite mance, e come ogni anno avrà il via libera definitivo in extremis, appena in tempo per evitare l’esercizio provvisorio. Quanto al merito, la prima legge di Bilancio su cui il governo Meloni ha potuto mettere davvero la sua impronta (la precedente, scritta in fretta e furia dopo le elezioni, era composta di misure ereditate o copiate da esecutivi precedenti) ha come piatto forte la mera proroga solo per il 2024 del taglio del cuneo fiscale già in vigore. A quell’intervento dovrebbe affiancarsi l’unificazione, anch’essa solo per il 2024, delle prime due aliquote Irpef. Ma Meloni difficilmente avrebbe potuto rivendicarlo in conferenza stampa, visto che il decreto attuativo di quella parte della riforma fiscale non è ancora stato approvato in via definitiva. Se ne occuperà il Cdm convocato per giovedì pomeriggio. Irrisolto anche il nodo Superbonus: Forza Italia chiede di prevedere – a questo punto nel Milleproroghe – una proroga di qualche mese della maxi detrazione del 110% che altrimenti è destinata a calare al 70% da gennaio. Il titolare dell’Economia Giancarlo Giorgetti, leghista, non vuole saperne.

La sconfitta sul Patto – La premier sarebbe stata tentata di rivendicare lo stop alla riforma del Meccanismo europeo di stabilità che impedirà anche agli altri 19 Paesi dell’Eurozona di realizzare il “nuovo Mes” con lo scudo per le crisi bancarie. Ma pure su questo fronte le spaccature all’interno della maggioranza creano un certo imbarazzo. Non solo. Cantar vittoria per aver confermato la linea dura sarebbe stato difficile anche perché, proprio il giorno prima che il Parlamento dicesse no alla ratifica, il governo italiano ha avallato l’accordo tra i ministri delle Finanze dei paesi Ue sulla ben più rilevante riforma del Patto di stabilità. Un “passo indietro” rispetto alla proposta iniziale della Commissione, come ha ammesso Giorgetti in commissione Bilancio. Secondo il think tank Bruegel, con le nuove regole Roma dovrà mettere in campo dal 2025 una stretta fiscale da 12,5 miliardi l’anno, in media. Non proprio un gran risultato da presentare agli italiani in chiusura d’anno.

L’emergenza povertà – Anche le probabili domande sulla riforma del reddito di cittadinanza avrebbero potuto risultare sgradevoli, dopo che l’Agenzia per le politiche attive del ministero del Lavoro ha confermato quello che Il Fatto scriveva da settimane: il Supporto formazione e lavoro (Sfl), l’indennità promessa agli ex percettori del Reddito di cittadinanza che seguono corsi o servizi di orientamento, è stata versata finora solo a metà delle persone che ne avevano diritto e hanno fatto domanda. E i corsi di formazione offerti sono del tutto inutili per riqualificare seriamente i presunti occupabili. Questo mentre Bankitalia calcola che 900mila famiglie percettrici di Rdc saranno escluse dall’Assegno di inclusione, la nuova misura riservata ai nuclei con minorenni, persone over 60 o disabili. Un quadro che fa temere un forte aumento dell’indigenza in un Paese che, con l’esplosione dei prezzi, ha già visto aumentare a 5,6 milioni il numero di coloro che l’Istat definisce “poveri assoluti”, cioè cittadini non in grado acquistare un paniere di beni e servizi necessario per una vita minimamente accettabile.

Il Pnrr che arranca – Il Piano nazionale di ripresa e resilienza continua ad essere un pesante grattacapo. Dopo l’atteso via libera Ue alla revisione, ora il governo dovrà adottare ufficialmente il nuovo Pnrr e al tempo stesso dire dove intende recuperare le risorse per mandare comunque in porto – come promesso dal ministro Raffaele Fittoi progetti definanziati perché impossibili da realizzare entro il 2026. Ballano circa 13 miliardi, difficili da trovare ora che i cordoni della borsa torneranno a stringersi e tenendo conto che solo per confermare nel 2025 taglio del cuneo e riforma Irpef ne serviranno quasi altri 15. Intanto, entro il 31 dicembre l’Italia deve raggiungere gli obiettivi della quinta rata e chiedere a Bruxelles di sbloccare i soldi, che scendono però dai 18 miliardi previsti a meno di 12 miliardi causa slittamento o eliminazione di alcuni target. E a gennaio è attesa la nuova relazione di Fitto al Parlamento sullo stato di attuazione del piano, dopo che la Corte dei Conti ha evidenziato forti ritardi nell’avanzamento della spesa.

Il giorno dell’Ilva – Sul tavolo resta anche la questione dell’ex Ilva. È calendarizzato, anche quello, per giovedì l’ennesimo Consiglio di amministrazione di Acciaierie d’Italia, la società pubblico-privata che gestisce gli impianti, alla disperata ricerca di un accordo per ricapitalizzare l’azienda e salvarla dalla consunzione. La scelta del governo, diviso da mesi sulle linee di Raffaele Fitto e Adolfo Urso, sarà dirimente: bisognerà autorizzare Invitalia, che detiene il 38%, a salire in maggioranza al posto di ArcelorMittal, ora al 62%. In prima linea c’è il ministero dell’Economia, che controlla Invitalia. Ad Acciaierie d’Italia servono 1,3 miliardi per fare fronte alle esigenze immediate di cassa, nonché comprare gli asset in mano a Ilva in as e tornare così bancabile. Una mossa che, finora, Mittal non è stata disposta a compiere. Da qui la necessità di salire in maggioranza con la parte pubblica, provando contemporaneamente a sterilizzare le possibili azioni legali del colosso franco-indiano che non ha intenzione di versare la propria quota. Il governo, tra l’altro, arriva spaccato all’appuntamento: Fitto predica da mesi la necessità di fare affidamento su ArcelorMittal, rifiutando di sposare la strategia Urso, il ministro sponsor del controllo pubblico e che non esclude anche la sostituzione di Mittal con un partner industriale più affidabile (c’è Arvedi all’orizzonte). Se il governo troverà la quadra al suo interno, qualcosa si può muovere a breve. All’Ilva però non resta molto tempo: entro il 10 gennaio dovrà avere i conti in ordine per chiudere un nuovo contratto per il gas, altrimenti il rischio è quello di una sospensione della fornitura che manderebbe ko gli impianti. Se il Cda non dovesse trovare una quadra, esiste sempre la terza via: quella tortuosa e dolorosa del commissariamento per evitare lo spettro del fallimento del più grande siderurgico italiano. Finora il governo è rimasto sostanzialmente immobile garantendo solo “la continuità aziendale”. In quale modo, si vedrà.