Diritti

Supercoppa in Arabia, dopo la partita che fine farà l’indignazione? Ecco con chi abbiamo a che fare

Tanto tuonò che… non piovve. A quanto pare, tra pochi giorni la partita di Supercoppa italiana si svolgerà, come e dove previsto: in Arabia Saudita. Ulteriore conferma del fatto che la capacità di indignarci è direttamente proporzionale al coinvolgimento  dei nostri interessi, economici e/o militari. Ricapitolando: la Lega Serie A giocherà la Supercoppa in Arabia, con un confronto tra Juventus e Milan previsto per il 16 gennaio a Gedda, in diretta Rai. Una sorpresa? Macché. L’annuncio dell’accordo per svolgere laggiù 3 edizioni, nei prossimi 5 anni, era stato dato a Zurigo il 5 giugno scorso e nessuno si era scandalizzato: un’intesa da 21 milioni di euro. Però ultimamente esponenti di ogni partito si sono indignati, da destra a sinistra. All’inizio di gennaio hanno scoperto che le donne non potranno girare liberamente per lo stadio, né seguire la partita dai posti accanto al terreno di gioco, riservati ai maschi. Circostanza che il 3 gennaio aveva spinto il ministro dell’Interno, vicepremier e capo della Lega, Matteo Salvini, a sfoderare più volte, in diretta web, una terribile minaccia: “Non guarderò la partita, quella sera farò altro”.

Molti nostri politici hanno parlato di diritti delle donne, svenduti in nome dei soldi. Il presidente della Lega Serie A, Gaetano Micciché, ha replicato: “Il sistema calcio non può assurgere ad autorità sui temi di politica internazionale”; ha poi sottolineato la contraddizione tra l’indignazione odierna e gli affari che l’Italia intrattiene con Riad. Infine ha ammesso che il caso di Jamal Khashoggi (il giornalista dissidente massacrato nel consolato saudita a Istanbul, il 2 ottobre) abbia portato “la Lega Serie A a interrogarsi”, ma poi si è deciso di andare avanti. Lo ha appoggiato il presidente del Coni, Giovanni Malagò: “Se a criticare sono enti che continuano ad avere con quel Paese rapporti istituzionali e commerciali la critica è ipocrita. La Lega ha al suo interno società che hanno fini commerciali e devono tutelare i propri azionisti”. In effetti, a giudicare anche dagli scambi di visite tra autorità italiana e saudite, il clima pacioso sembra imperare da decenni, a prescindere dal governo di turno.

Nel frattempo c’è stata anche la presa di posizione del Codacons: “La Rai è stata diffidata a non trasmettere la partita, visto che è possibile (e anzi doveroso) non rispettare un contratto se farlo costituisce reato”, scrive l’associazione dei consumatori. Nel caso la partita fosse trasmessa in diretta, chiede di far apparire una grafica continua per ribadire che l’Italia non approva la discriminazione nei confronti delle donne nello stadio. Inoltre  il Gruppo Pari Opportunità e la RSU della Rai milanese hanno proposto che “il personale in partenza sia composto tutto da donne”.

Tuttavia pare che l’unica conseguenza sarà un calo dei tifosi italiani in trasferta. È il caso della bresciana Maria Luisa Garantti, avvocata, dirigente del Milan Club Toscolano, nel Bresciano. Ha raccontato che la gita in Arabia era già in programma, ma i mille paletti sull’accesso delle signore allo stadio di Gedda hanno fatto desistere tutto il club: “Hanno concesso che le donne sole possano assistere alla partita, ma rimane il fatto che dovrei comunque guardarla da un recinto, lontana dai miei amici. Mi fa male questa segregazione in settori separati e mi fa male che il calcio italiano la accetti”.

Non si può che essere d’accordo con l’avvocata. Però quella discriminazione non dovrebbe essere l’unico motivo di indignazione. E non solo a causa del fatto che tutte le donne in Arabia Saudita, pure fuori dagli stadi, sono sempre discriminate e legalmente subordinate agli uomini, tanto da non poter prendere alcuna decisione autonoma. Non dovrebbero sfuggire dettagli ben più drammatici. Perché quel Paese, ricchissimo grazie al petrolio, è dominato da una dittatura confessionale e familiare [il principe ereditario Bin Salman, in foto]; tanto più che la corrente wahhabita dell’Islam, ufficiale in Arabia Saudita e Qatar, è una delle più conservatrici. Tuttavia i misfatti della dittatura sono ignorati dai Paesi democratici, in affari senza alcun imbarazzo con i sauditi, “stranamente” considerati alleati dell’Occidente.

Eppure bastano i rapporti di Amnesty International per farsi un’idea di ciò che succede in quello che l’associazione chiama “il regno della crudeltà”:

1. Da maggio del 2018 varie attiviste per i diritti delle donne – tra queste Loujain al-Hathloul, Iman al-Nafjan, Aziza al-Yousef, Samar Badawi, Nassima al-Sada, Mohammad al-Rabe’a, Ibrahim al-Modeimigh, Nouf Abdulaziz e Maya’a al-Zahran – sono in galera. Stanno subendo abusi sessuali, maltrattamenti e torture nella prigione di Dhahban.

2. La coalizione guidata dall’Arabia Saudita contribuisce in modo significativo a una guerra che devasta lo Yemen da quasi quattro anni: uccidendo decine di migliaia di civili, compresi i bambini, bombardando ospedali, scuole e case e riducendo alla fame intere popolazioni. I sauditi usano anche bambini-soldato. Nonostante ciò, l’Italia e altri Paesi – come Stati Uniti, Regno Unito e Francia – continuano a fare affari con i sauditi. Per esempio, sono italiane le bombe lanciate dai jet sauditi.

3. Molti attivisti per i diritti umani – come Mohammed al-Bajadi e Khalid al-Omeir – sono stati arrestati e condannati a lunghe pene detentive.

4. In Arabia si eseguono ogni anno moltissime condanne a morte, realizzate con macabre decapitazioni pubbliche, spesso dopo farse spacciate per processi. Nel 2018 sono state uccise 200 persone.

5. I tribunali dell’Arabia continuano a imporre la flagellazione come punizione per molti reati, anche di opinione. Raif Badawi è stato condannato a mille frustate e dieci anni di carcere per aver scritto commenti sgraditi su un blog. Amputazioni e accecamenti sono eseguite come punizione per alcuni crimini.

6. L’uso della tortura è costante, mentre i responsabili non sono mai messi sotto accusa.

7. Decine di attivisti e religiosi della minoranza sciita sono stati condannati a morte o a lunghe pene detentive.

L’elenco potrebbe continuare. Il 3 gennaio l’ambasciata saudita a Roma, dopo le prime polemiche, ha annunciato il “libero accesso” delle donne non accompagnate da parenti maschi nello stadio, comunque limitato a morigerati recinti. Però la coscienza di noi bravi cittadini occidentali, e soprattutto di chi ci governa, non dovrebbe essere a posto. Quindi? Forse quella partita va giocata; però cogliendo l’occasione per ricordare quotidianamente – fino al fatidico incontro e anche dopo – qual è il dramma che si vive in Arabia. Perché, mentre la folla esulterà guardandola, nel carcere accanto saranno torturati uomini e donne in galera per le proprie opinioni. Uno “spettacolo” che non vale i 21 milioni pagati dal regime di Riad per tre partite made in Italy, né giustifica il lungo rapporto d’affari – omertoso – tra lo Stato italiano e quello saudita.

Infine – last but not least, come direbbero gli inglesi – un’altra nota dolente: la propaganda politica, in Italia e non solo, si riempie la bocca di grida d’allarme contro l’estremismo islamista, di cui sono sospettati in blocco i migranti, pure quelli che non sono musulmani: sono “accusati” di essere poveri. Intanto si mantengono lucrosi  e continui rapporti diplomatici e d’affari con Paesi ricchi ma integralisti come l’Arabia Saudita (per capirci, il ruolo saudita negli attentati dell’11 settembre 2001 è stato ambiguo e gli autori furono in maggioranza sauditi, ben 15 su 19). Mentre vengono abbandonate a se stesse le comunità islamiche normali, che cercano di adottare la democrazia e che si stanno battendo contro l’estremismo dell’Isis e di Al Qaeda, come i curdi e i tunisini. Però mai che a qualcuno in Italia venga in mente di giocare la Supercoppa in Tunisia o in Kurdistan…