Sulla via di Santiago

di Eleonora Bianchini

Condividi

Siete uno a fianco all'altra. A dividervi, tutto: età, provenienza, esperienze, gusti personali. Se vi incontraste fuori da questo sentiero forse non vi parlereste neanche. Ma qui è diverso, e anche voi lo siete. Lungo il cammino di Santiago abbiamo incontrato uno spaccato di umanità che vogliamo raccontarvi in questo longform. Sono agnostici, credenti e scettici. Laici e religiosi. Amanti del trekking, turisti, anime in cerca di risposte, di idee per un nuovo lavoro, di coraggio per cambiare vita o riparare un dolore del passato. Per farsi un regalo di compleanno o in viaggio di nozze. Tutti uguali perché pellegrini. Tutti in cammino sulla via di Santiago. Ecco perché ad ogni tappa del percorso (mappa sotto) troverete la storia di uno di loro.

Dicono che la prima tappa sia la più difficile. Mille metri di dislivello sui Pirenei e 26 chilometri per passare da Saint Jean Pied de Port a Roncisvalle. Si inizia all'alba e i pellegrini sono un fiume. Poi iniziano a disperdersi. C'è chi rallenta, chi accelera. Inizi a seguire il tuo passo, il tuo respiro, diverso da tutti gli altri. Addosso lo zaino, con lo stretto necessario. E quello che è davvero indispensabile è la credencial, il passaporto del pellegrino. Non hai bisogno di nulla per intrattenerti. Neanche un libro. Ma scrivere serve, in alcuni giorni. Macini passo dopo passo, i chilometri si accumulano e il chiacchiericcio di sottofondo della quotidianità annega in uno stato di quiete e sfinimento fisico. Una sensazione che manca nella vita di tutti i giorni, perché conosciamo solo la stanchezza, ma non del corpo.

Oltre 300mila persone quest'anno si sono incamminate verso Santiago (dati: Oficina del Peregrino) a piedi, in bici, a cavallo. In sedia a rotelle. La maggior parte sono italiani, poi tedeschi e americani. Ci sono tanti canadesi, australiani, sudcoreani e giapponesi. Arrivano anche dall'altra parte del mondo per calpestare 780 chilometri di terra lungo il nord della Spagna. Desolata, deserta. Paesi di poche anime, che incontri sedute ai tavolini dei bar, al lavoro nei campi o a gestire qualche albergue per pellegrini, gli unici a garantire la sopravvivenza di quei luoghi fuori dal tempo.

La linea del cammino francese va dalle montagne della Navarra ai boschi della Galizia, separati dalle onde di terra arida e dal vento delle mesetas, dove tutto è immobile e la notte più profonda. La prima tappa sarà anche la più dura, ma dopo arriva la fatica di abituare il corpo a fare venti, trenta chilometri al giorno. La fame dei primi giorni squarcia e sorprende. Le caviglie si gonfiano, i tendini sfregano. Arrivano le vesciche, i crampi, i dolori muscolari, la stanchezza. Ma si va avanti, passo dopo passo. Si accettano gli imprevisti. Sul cammino ti scopri più paziente, e non credevi. Stai imparando a vivere ogni momento, e a pensare che la felicità non sia la meta ma la strada. E la destinazione si costruisce poco alla volta. Lasci alle spalle il desiderio di ottenere tutto e subito, quello che ti mette sotto pressione e fa dimenticare il ritmo che batte dentro. Scopri che per tutti – credenti, atei, agnostici - il cammino è una forma di meditazione. Per alzarsi in volo sulle proprie paure e guardarle da lontano, ridimensionarle, perché da quell'altezza non sono poi così grandi. Così si impara ad accettare un lutto, un lavoro da reinventare, una vita in cerca di risposte nuove e che non sia in balia delle aspettative. Riscopri il contatto con l'altro, che qui è senza filtri, e con chi non avresti mai pensato di volere condividere il tuo tempo. Il silenzio, la possibilità di pensare, di vivere il tempo.

“TORNIAMO ALL'ESSENZIALE. CI FIDIAMO DEGLI SCONOSCIUTI” - “Oggi lo spazio dell'introspezione è sempre più residuo – spiega Luigi Nacci, autore di Viandanza. Il cammino come educazione sentimentale (Laterza) - e negli ultimi anni sono aumentati solitudine e materialismo. Siamo sempre attaccati al cellulare, le relazioni si perdono. È cambiato anche anche lo spazio urbano: sono sparite le piazze, le panchine, l'unica alternativa è trovarsi in un bar. Il cammino ci riallaccia con la nostra condizione umana primoridiale. Stiamo all'aria aperta, sotto il cielo, non davanti a un computer. Ci fidiamo degli sconosciuti. Dividiamo le poche cose che abbiamo, troviamo”. Perché, aggiunge Riccardo Finelli, autore di Destinazione Santiago (Sperling & Kupfer), “abbiamo tutti bisogno di ritornare all'essenzialità delle cose, di tracciare il confine fra utile e indispensabile”.

E per quanto riguarda le relazioni, “molta gente parte contemplando più o meno apertamente la possibilità di trovare l'anima gemella. In tempi di app e chat per cuori solitari mi pare un grande passo avanti alla ricerca di relazioni più autentiche”. C'è anche un tratto del cammino, però, dove si perde la quiete e il percorso diventa affollato più di turisti che pellegrini. “Sono gli ultimi 150 chilometri, una bolgia consumistica e cafonesca che poco ha a che fare con lo spirito autentico delle prime tappe”. Ma lungo il percorso c'è tutto e c'è di tutto, “perché da 1200 anni rappresenta la più grande operazione di marketing territoriale mai tentata. Dentro ci trovi storytelling ante litteram- con la costruzione anche iconografica del mito di Santiago - visione politica, suggestione religiosa, servizi ai viaggiatori. Su un humus di questo tipo è facile trovare minimi comuni denominatori”. In testa “la rivendicazione della propria libertà”, che porta anche a scelte di cambiamento radicali.

“CAMMINARE CON LA TESTA, PENSARE CON I PIEDI” - La svolta l'ha vissuta sulla sua pelle Alessandra Beltrame, autrice di Io cammino da sola (Ediciclo Editore). “Il giorno che ho cominciato a camminare – scrive nel suo libro - , ho scoperto che la vita non era fatta di orari prestabiliti, scrivanie, rigidità, ripetizioni di gesti e noiose abitudini“. La consapevolezza dell'infelicità la spinge a lasciare il posto fisso da giornalista in un prestigioso gruppo editoriale per mettersi in cammino. Dentro, assaporando la paura dell'ignoto, e fuori, riscoprendo la libertà. “Ci vuole forza per lasciare un lavoro, una carriera segnata e abbandonare tutto quel che si conosce per intraprendere una strada nuova, non segnata. Ma la sensazione che dà è magnifica, perché emoziona, quindi restituisce vitalità e significato a un cammino di vita che per me era diventato statico e senza stimoli, quindi sterile”. Così la vita cambia prospettiva. Perché “andare a piedi ci fa muovere al ritmo del respiro, del cuore. Permette di riappropriarsi della nostra natura di bipedi. Noi ci siamo evoluti per camminare, per vivere un passo dopo l'altro, per pompare il sangue al cervello attraverso l’azione di calpestare la terra”.

Ma oltre all'azione fisica, “attraverso il cammino si vive, si osserva, si ragiona, si attraversano luoghi alla velocità giusta, che non è lenta, ma è quella ideale perché il tuo occhio veda, il tuo cervello registri. Per me è un modo per purificarsi, rigenerarsi, elevarsi, illuminarsi”, perché “ti mette a nudo, fa cadere le maschere, ti dice cosa è davvero importante e cosa superfluo. Andare per la strada da soli, a piedi, dovendo bastare a se stessi, dovendo fidarsi e affidarsi, ci fa capire di cosa abbiamo bisogno, mette a nudo le nostre forze e debolezze”. Allora le priorità diventano “la sobrietà, la sincerità, e soprattutto il vivere qui e ora, perché ogni passo, e quindi ogni attimo, conta”. Lì si può trovare la forza di fare scelte coraggiose, “perché il cammino ci fa capire quanto valiamo, riesce a tirarci fuori le energie e ci insegna che ce la possiamo fare”. Camminare con la testa, pensare con i piedi, dice Alessandra, perché bisogna "lasciare che il pensiero si leghi alla nostra parte selvatica, irrazionale, lasciando che siano i piedi a pensare per noi”. Deve essere “lungo, faticoso, nel senso non solo fisico ma anche di consapevolezza” per liberare “le vere energie che abbiamo. Cominciamo a capire cosa siamo e cosa vogliamo veramente per noi stessi, dove desideriamo andare. Il coraggio viene da lì, è una conseguenza naturale”. Perché mettersi in cammino, non camminare, è “l'iniziazione al mondo – aggiunge Nacci -, il principio della trasformazione”.

“ESERCIZIO FISICO PER LA CONCENTRAZIONE MENTALE” - E una modalità di meditazione per i buddisti che ho incontrato sulla via per Santiago. “Camminare calma i pensieri e orienta l’attenzione, eliminando le tensioni – ricorda il Lama Paljin Tulku Rinpoce del Centro Mandala di Milano -. Permette di domare il corpo e guidare la mente, ma richiede anche sincronia tra passo e respiro. Il senso risiede nella possibilità di concentrarsi lungo un itinerario che può essere di centinaia di chilometri, come nel caso dei pellegrinaggi verso i luoghi sacri, oppure di pochi metri, come succede all’interno dei monasteri dove la meditazione camminata abbina l’esercizio fisico alla concentrazione mentale”. Ogni passo, fatto con consapevolezza, “è la vera meta del viaggio”, perché è lì che avviene “l'incontro con se stessi”. Ma nei lunghi percorsi mistici diventa anche un’occasione di condivisione e di dialogo. “Per questo un vecchio detto buddhista recita: “Se sei in cammino e incontri uno sconosciuto con cui condividere l’itinerario, dopo due giorni questi diventa un compagno di viaggio. Dopo una settimana diventa un amico. Dopo un mese diventa fratello. Dopo due mesi diventa te stesso”.

Se volete inviarci la vostra storia di pellegrini, scriveteci a humansofsantiagodecompostela@gmail.com allegando una vostra foto sul cammino. Seguite le nostre storie anche su Facebook

Nata a Modena, da anni vivo a Milano. Prima sono passata da Siviglia, Chicago e Roma. Laureata in lingue a Bologna con una tesi sull’entropia televisiva nei Simpson, ho lavorato come freelance per varie testate, da Vanity Fair a Radio Radicale. Ho scritto “Il Libro che la Lega nord non ti farebbe mai leggere” (Newton Compton), collaborato a “La lobby di Dio“ (Chiarelettere) e a “Europa Jeder für sich oder alle gemeinsam in Europa?”(Nomos, 2013), raccolta di saggi sui populismi in Europa pubblicata in Germania. Adoro viaggiare per osservare vite diverse dalla mia. Ad agosto 2017 sono partita per il Cammino di Santiago. Un giorno finirò i 120 chilometri che mi mancano per arrivare a Piazza Obradoiro.

Foto di Eleonora Bianchini, Paolo De Vecchi, Adrian Beas Mateu
Progetto grafico: Pierpaolo Balani, Lorenzo Sansonetti
Sviluppo: Gianluca Buoncompagni

Sulla via di Santiago

Per offrirti il miglior servizio possibile questo sito utilizza cookies. Continuando la navigazione nel sito acconsenti al loro impiego in conformità alla nostra Cookie Policy

×