Sulla via di Santiago

Frómista

giorno 15

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Nell’incertezza tutto è possibile

Stephanie, 42 anni. Australia

I tre amici che mi avevano parlato del cammino si erano fidanzati lì e questa cosa, visto che sono single da un po’, mi aveva incuriosita. Ma il motivo principale per cui ho deciso di partire era perché volevo interrompere la mia routine e darmi la possibilità di riflettere su cosa sono diventata. Ho 42 anni, più o meno sono a metà della mia vita. Come va? Bene? Male? Sto diventando rancorosa e acida se penso alle mie disgrazie? Come posso aprire il mio cuore e rimuovere l’oscurità che consuma la parte migliore di me? Come posso rischiare e accettare quello che succede senza giudizi o rimpianti? Posso ritrovare quella fiducia nell’umanità che col passare del tempo è diminuita? Se pensavo al cammino ero nervosa, e mi auguravo che i benefici fossero più forti della mia paura di essere da sola e dello sforzo fisico.

In fondo, speravo che questo viaggio mi cambiasse. Sul percorso si possono trovare tante persone e distrazioni, quindi non ero certa che fosse un’esperienza diversa. Ricordo che ero nelle mesetas, dove finisce il dolore fisico e dovrebbe – dicono – iniziare il viaggio mentale. Coi suoi démoni. È un pezzo del percorso piatto, circondato da campi di grano e da qualche raro pioppeto. Ero a metà di quel pezzo di strada ma i miei piedi dominavano ancora i pensieri. I miei alluci erano diventati neri dopo giorni di dolori lancinanti. L’andatura, cambiata nel tentativo di migliorare la situazione, aveva danneggiato il tendine d’Achille e c’erano giorni in cui mi infilavo gli scarponcini senza sapere se fossi stata in grado di camminare. E invece ce l’ho sempre fatta. Mi sono fermata solo un giorno per gestire lo sforzo, ma ogni volta in cui avevo bisogno di qualcosa, un altro pellegrino ce l’aveva e la condivideva con me. È vero: sul cammino c’è uno spirito di squadra fantastico. L’umanità esiste.

Il mio compagno di viaggio preferito è stato un contadino del Quebec. Mi ha cercata tutti i giorni, fin da quando ho iniziato ad attraversare le mesetas. Si chiama Norm, parla francese, ha circa 70 anni e si fermava a dormire negli stessi posti che sceglievo io. Ha detto che ero una brava persona e che gli piaceva camminare con me nonostante fossi lenta – in pratica, era un angelo. Il cammino ti dà quello di cui hai bisogno, anche se non sai di cosa. Ristabilisce la fiducia nel prossimo e ti aiuta a vivere qui e ora, a essere presente a te stesso. Ti insegna che tutto ciò che ricevi dovrebbe essere accolto con grazia e umiltà. Ti insegna a donare, ad amare gratuitamente, a non giudicare e ad allentare il controllo. A non avere paura, perché c’è sempre una soluzione.

Non sono stata la più autentica dei pellegrini. Mi ero soprannominata la “principessa”, quella che cercava la sua habitación privada con baño perché pernottare negli albergue mi creava ansia. Non ci dormivo bene, amo troppo le docce calde e speravo di evitare tutte quelle storie sulle chinchas. Ho sempre portato il mio zaino sulle spalle e camminato 20-25 chilometri al giorno. Quindi, a modo mio, il cammino l’ho fatto, e ho smesso di giudicarmi una principessa.

La cosa più importante è pensare a come proseguire a casa il cammino dopo il cammino, capire quali siano i cambiamenti necessari. E questo è difficile. So di volere più amore nella mia vita, ma sento che questo è del tutto fuori dal mio controllo. Ho bisogno di vedere l’incertezza come un’opportunità, un luogo dove tutto è possibile. Le risposte arriveranno, ma solo quando tutti i pezzi del mio puzzle saranno al loro posto. E devo essere in pace col fatto di non conoscerle. In questo momento lo sono.

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