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La sanatoria sugli scontrini? Per il governo “salva 50mila negozi”. E Salvini rispolvera la pace fiscale (da sempre un flop per l’erario)

Mentre valuta la fattibilità dell’ennesimo condono edilizio sulle “piccole irregolarità“, il governo Meloni tiene fede a suo modo allo slogan “non disturbare chi vuole fare” che era stata la cifra del discorso di insediamento della premier. E, con la giustificazione che così si salvano dalla sospensione della licenza “oltre 50mila piccoli esercizi commerciali“, tira dritto sulla sanatoria per commercianti e autonomi che abbiano violato gli obblighi di certificazione dei corrispettivi e di conseguenza presentato dichiarazioni dei redditi falsate. Rispetto alle bozze circolate venerdì scorso, il testo approvato lunedì in consiglio dei ministri prevede però sconti meno generosi sulle sanzioni, nel probabile tentativo di aumentare gli introiti dell’operazione. Perché il piatto piange e ogni mezzo per rastrellare risorse da utilizzare come coperture per la legge di Bilancio è ritenuto lecito. Non è un caso se il vicepremier Matteo Salvini ha scelto proprio la settimana che vedrà l’approvazione della Nota di aggiornamento al Def, quadro macroeconomico della manovra, per lanciare come aveva anticipato Il Fatto Quotidiano la sua periodica richiesta di un’altra pace fiscale sulle cartelle esattoriali. Con il solito refrain: riguarderebbe “non i grandi evasori e quelli totali, ma i piccoli risparmiatori” e “secondo me è un vantaggio per lo Stato che incassa e per milioni di cittadini che potranno essere più tranquilli”. Il problema è che le rottamazioni sono in realtà un pessimo modo per far cassa. Altro che vantaggio: all’erario, dicono i numeri, non conviene.

Partiamo dalla sanatoria, che prenderà la forma di un “ravvedimento operoso” con il quale chi tra gennaio 2022 e il 30 giugno 2023 si è reso responsabile di errori e omissioni in materia trasmissione telematica dei corrispettivi giornalieri all’Agenzia delle entrate e dunque versamenti insufficienti potrà tornare in regola versando imposta, interessi e sanzione ridotta da un decimo di quella ordinaria a un quinto di quella minima. Con il vantaggio che si riduce via via che aumenta la distanza tra pagamento omesso e regolarizzazione. Dunque si metterà il cuore in pace pagando solo un decimo della sanzione ordinaria, per esempio, chi non ha pagato un tributo o un acconto ed esegue entro 30 giorni dalla scadenza. A chi non ha presentato la dichiarazione e si ravvede entro 90 giorni basterà versare un decimo di quella minima. Se la regolarizzazione arriva dopo la constatazione della violazione – eccetto che nei casi di mancata emissione di ricevute e scontrini fiscali – verranno abbuonati solo quattro quinti della sanzione. Il termine ultimo per pagare resta il 15 dicembre, come nelle bozze della settimana scorsa, che davano però la possibilità di pagare sono un diciottesimo del minimo edittale con un minimo di 2mila euro.

Le veline di Palazzo Chigi parlano di norma ‘salva-commercio‘ che “scongiura la chiusura di oltre 50mila piccoli esercizi commerciali” perché “chi effettua il ravvedimento operoso e paga le somme dovute sarà esentato dalla sanzione accessoria della sospensione della licenza“. Considerato che secondo le ultime stime Istat i commercianti al dettaglio sono 547.264, il governo stima dunque che uno ogni 10 abbia commesso un numero di violazioni tale – ne servono quattro in un quinquennio – da esporlo alla sanzione più temuta, quella che costringe a chiudere per diversi giorni e fino a un mese nei casi più gravi. Confesercenti esulta, Unimpresa non si accontenta e ritiene necessario – dopo i 12 condoni inseriti nell’ultima manovra – “prendere in considerazione la possibilità di estendere la pace fiscale a tutte le irregolarità commesse tra il 2022 e il 2023”.

Tornando alle suggestioni di pace fiscale che il leader leghista non smette di riproporre in ogni stagione, è il caso di chiarire che non si tratta di un buon modo per far cassa. Anzi. Ogni rottamazione, come ricordato solo a fine giugno dalla Corte dei Conti, ha portato nelle casse pubbliche molti meno soldi del previsto (oltre che di quelli dovuti): quella di Renzi lanciata nel 2016 ha raccolto per esempio 8,3 miliardi contro i 17,7 attesi e a fronte di 31 di debiti sanati, la bis di Gentiloni ha portato solo 2,8 miliardi sugli 8,5 previsti (a fronte di debiti lordi per 14,1 miliardi), la Rottamazione ter del Conte 1 ha consentito a 1,4 milioni di contribuenti di cancellare 46,3 miliardi di debiti versandone davvero solo 8,6, contro un introito atteso di 26,3. Insomma, un flop conclamato. Nonostante il quale il governo Meloni ha inserito nella sua prima manovra una rottamazione quater a cui si poteva aderire entro fine giugno: com’è andata e quanti hanno davvero pagato si saprà nei prossimi anni, considerato che è stata consentita la rateizzazione in 18 tranche. Oltre al flop di incassi, quel che è certo è l’effetto che queste misure hanno sui contribuenti onesti: li invogliano – predicano da sempre i magistrati contabili – ad adeguarsi all’andazzo generale, non pagare e aspettare il prossimo sconto.