Lobby

Covid, produrre vaccini in Italia? Per ora sembra difficile ma lo faranno anche le nostre aziende. Con piano coordinato a livello europeo

Si lavorerà a un piano coordinato a livello Ue. Ne ha discusso Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, con Thierry Breton, euro-commissario al mercato interno e responsabile della task force sui vaccini. "L'industria italiana è in grado di dare in tutte le fasi il suo contribuito alla risposta europea per la produzione dei vaccini", ha dichiarato il ministro

I vaccini Covid in Italia si possono produrre. Ma niente “vaccinazionalismo”. Si lavorerà a un piano coordinato a livello Ue. Ne ha discusso Giancarlo Giorgetti, ministro dello Sviluppo economico, con Thierry Breton, euro-commissario al mercato interno e responsabile della task force sui vaccini. “L’industria italiana è in grado di dare in tutte le fasi il suo contribuito alla risposta europea per la produzione dei vaccini”, ha dichiarato il ministro.

“L’Italia è uno dei primi Paesi che ho voluto incontrare perché ha un ruolo importante a livello industriale nel campo dei vaccini”, gli ha fatto eco Breton, “nessun paese può definirsi autonomo, e di questo abbiamo parlato nel nostro incontro con il ministro Giorgetti“. Insomma, la produzione domestica non sarà destinata esclusivamente ai cittadini italiani. È lo stesso quadro realistico che emerge, a una lettura attenta dei fatti, dal vertice di giovedì scorso tra Giorgetti, Farmindustria e Aifa. I ritardi nelle consegne da parte delle case farmaceutiche, in primis AstraZeneca, hanno scatenato sensazionalismi mediatici che alimentano l’equivoco secondo cui l’Italia si prepara all’autarchia produttiva.

Al di là delle semplificazioni la situazione appare decisamente più complessa per tre motivi. Il primo è che i Big (titolari dei brevetti) controllano la distribuzione e decidono a chi vendere, limitandosi a subappaltare a terzi alcune fasi della loro filiera. Il secondo è che gli Stati membri sono legalmente vincolati ai contratti di fornitura firmati dalla Commissione europea coi Big. E infine non bisogna dimenticare che anche se in possesso di licenze obbligatorie rilasciate d’urgenza dal governo, entità nazionali non sarebbero comunque in grado di sviluppare una produzione propria senza acquisire l’indispensabile know-how dai Big.

E infatti Giorgetti propone che gli operatori italiani con gli impianti adeguati fabbrichino vaccini in conto terzi, ovvero in subappalto. “Conto terzi significa che il proprietario del brevetto affida a un’altra società alcuni stadi della produzione, di cui resta però’ titolare”, spiega Giorgio Bruno, esperto di Farmindustria, “con un accordo di licenza i diritti di proprietà sono invece ceduti all’altra compagnia”. Solo in questo secondo caso la produzione diverrebbe, almeno parzialmente, indipendente dai Big. Questi, nell’audizione all’Europarlamento del 25 febbraio, hanno però rifiutato il sistematico trasferimento di licenze e tecnologie a terzi (finora AstraZeneca l’ha fatto esclusivamente in paesi d’oltremare). La non rivendicazione dei brevetti e la liberalizzazione delle licenze annunciate rispettivamente da Stéphane Bancel, amministratore delegato di Moderna e dal suo omonimo per l’Italia ad AstraZeneca, Lorenzo Wittum, restano proclami di principio. Continuano a decidore loro chi e quanto può produrre. Ieri Breton si è impegnato a far sì che le aziende allarghino la cooperazione con terzi. Nella rete di approvvigionamento europea, dominata da tedeschi, francesi, spagnoli e americani, l’Italia è il fanalino di coda.

I siti sul suo territorio, oltre a non essere neanche italiani, al momento non fanno altro che infialare le sostanze biologiche (i vaccini propriamente detti) prodotte altrove. Vedasi gli stabilimenti ad Anagni di Sanofi e della società a stelle e strisce Catalent che opera in subappalto per AstraZeneca e Johnson & Johnson. La svizzera Novartis ha smentito la notizia secondo cui starebbe investendo per produrre sostanze vaccinali nel suo sito di Torre Annunziata, dove tutt’al più si condurrebbero attività accessorie come appunto l’imbottigliamento. L’unica novità è che l’unità monzese di Thermo Fisher sta contrattando per fabbricare il materiale genetico per conto di uno dei produttori di vaccini Rna. Probabilmente si tratta di Biontech, con cui la multinazionale statunitense del biotech ha siglato un partenariato transnazionale.

“Dobbiamo anche noi contribuire ad aumentare la capacità di produzione complessiva a livello mondiale, anche per i popoli più svantaggiati, perché senza un’immunizzazione globale i contagi rischiano di perpetuarsi attraverso le frontiere”, commenta Silvio Garattini, presidente e fondatore dell’Istituto di ricerche farmacologiche Mario Negri, “occorre soprattutto pensare al futuro, per garantire a tutti richiami stagionali e sviluppare rimedi per le varianti del coronavirus”. Concordano con quest’ampia visione di lungo periodo gli esperti da noi intervistati. Giudicano inopportuno sbrigarsi a convertire e autorizzare entro l’autunno (come ipotizzato dal Mise) gli impianti esistenti solo con l’idea di fronteggiare l’emergenza in corso. L’Associazione Italiana Pressure Equipment si è comunque detta pronta a costruire nuovi bioreattori (fermentatori che consentono la creazione della sostanze vaccinali). “Per completare la campagna di somministrazione alla nostra popolazione entro il 2021 si fa prima a importare vaccini all’estero”, puntualizza Massimo Andreoni, Direttore dell’Unità Malattie Infettive del Policlinico Tor Vergata, “gli investimenti nelle infrastrutture produttive dovrebbero compiersi nell’ottica di contrastare il protrarsi endemico del virus negli anni successivi”.

L’opportunità per l’Italia è quella di creare un polo pubblico-privato che copra l’intero processo (dalla sostanze biologiche ai flaconi), inserendosi nella rete comunitaria di stabilimenti che collaboreranno con la nascente Agenzia di ricerca europea per le emergenze sanitarie (HERA). “In una prospettiva d’avvenire, siamo disponibili ad ampliare anche ai vaccini Covid il nostro attuale programma di rafforzamento della capacità produttiva che coinvolge 40 aziende farmaceutiche in Italia che insieme si prefiggono un investimento complessivo di oltre 1.8 miliardi, condizionato ad un contributo di finanziamento pubblico”, dice Paola Testori Coggi, special advisor del Cluster Tecnologico Scienze della Vita Alisei, “un passo del genere sarebbe facilmente realizzabile attingendo ai fondi stanziati dall’Ue attraverso il Recovery Plan che tra i suoi obiettivi ha appunto il rafforzamento della resilienza del sistema sanitario”. Al termine dell’incontro con Breton, Giorgetti ha annunciato uno stanziamento di 400-500 milioni di euro per lo sviluppo della filiera italiana. Sul punto Massimo Florio, Professore di Economia Pubblica all’Università degli Studi di Milano, esprime dubbi: “ sussidiare la capacità nazionale non sarebbe risolutivo, credo che sarebbe più strategico convincere le società farmaceutiche a offrire ad un’agenzia europea il diritto di far produrre autonomamente i vaccini nell’interesse pubblico, ovunque sia possibile“.

Articolo realizzato in partnership con European Data Journalism Network (EDJNet) nell’ambito del progetto “Who is cashing in on the Covid-19 pandemic” sostenuto da Investigative Journalism for EU