Politica

Crisi di governo, adesso tocca a noi elettori. Stringiamoci a coorte, l’Italia chiamò

“Era già tutto previsto” cantava Riccardo Cocciante ma parlava di una storia d’amore. Ciò nonostante la frase ben si addice al matrimonio di interessi che ha unito per qualche mese Lega e M5S. Mentre l’Italia affonda, continua il teatrino con gag degne di Casa Vianello. Ma quel che sta per succedere è già scritto in un fin troppo prevedibile copione. Dopo l’estenuante sequenza di promesse non mantenute e flop roboanti, i rumori della rissa politica da bar di periferia cercano di seppellire il mugugno dei cittadini che – lontani dalle urne in cui riescono poi a dimenticare ogni nefandezza – lamentano una situazione oggettivamente sconfortante. C’è chi chiede pieni poteri, chi teme di tornare a dissetare i tifosi del San Paolo, chi – come ha impietosamente scritto Le Monde – “pour la première fois (…) s’est mis à parler comme un premier ministre”.

Incompetenza, incapacità e arroganza – dosate con la sapienza di un mirabolante barman di pregio – hanno dato vita ad un cocktail letale. Le società di rating – come pazienti avvoltoi – non hanno fretta di mortificare il nostro Paese ben sapendo che le evidenze internazionali sapranno fotografare il contesto meglio delle più caustiche attribuzioni di punteggio.

E così sul palcoscenico si avvicina la tetra compagnia dei “tecnici”, pronti a recitare la rispettiva parte con draconiana severità. Conti e bilanci non hanno bisogno di commenti: la mannaia dei tagli non sarà sufficiente a riportare a pelo d’acqua la linea di galleggiamento e gli specialisti si troveranno costretti a “fare il lavoro sporco”. Se verranno chiamati nella formazione di governo tecnico i super-esperti, non potranno far altro che aumentare l’Iva, rivedere quota 100 e reddito di cittadinanza, potrebbero secondo me ipotizzare forme di tassazione patrimoniale (dal prelievo forzoso ben più aggressivo di quello mandato a segno da Giuliano Amato fino alla conversione in buoni del Tesoro di una bella fetta di risparmi presenti sui conti correnti) e mettere in cantiere chissà quale altra misura impopolare.

Le drastiche ed inevitabili azioni correttive verranno cavalcate da chi – novello Cid Campeador – avvierà la sua tournée di comizi promettendo di liberare gli italiani dalla mattanza fiscale, finanziaria e sociale. La gente, solitamente di poca e fallace memoria, plaudirà a chi si erge come paladino degli oppressi e non vedrà l’ora di detronizzare chi “non è stato eletto dagli Italiani”.
Quelli che andranno ad immolarsi nel Governo tecnico saranno bersaglio di un crucifige senza precedenti. Fake news e diffamazione gratuita seppelliranno chi avrà la sventura di cimentarsi in una missione inevitabile. Le indimenticabili lacrime della tanto vituperata Elsa Fornero saranno un simpatico ricordo e la sua successiva demonizzazione sembrerà la più garbata e documentata espressione di critica.

La crisi della attuale maggioranza, il ricorso ad un governo di transizione “non politico” e l’inasprimento delle condizioni di vita della popolazione sono il crescendo rossiniano di uno spartito ben definito e non una inaspettata improvvisazione da jam session. Il leitmotiv della smaccata colonna sonora somiglia al “Gigante, pensaci tu” con cui in un vecchio Carosello la gente invocava la liberazione dal perfido Jo Condor. Una progressione studiata a tavolino per garantire l’acclamazione dell’unico uomo al comando, agevolata dall’assenza di una leadership alternativa, favorita dall’evanescenza di qualsivoglia opposizione.

Chi spera in qualche rigurgito giudiziario, sbaglia. Non è la magistratura a dover cambiare il verso della storia, anche perché c’è sempre qualcuno (inetto o attaccato alla poltrona) pronto a salvare il potenziale bersaglio processuale come è accaduto con la vicenda Diciotti. A modificare il destino devono essere gli elettori, consapevoli del difficilissimo momento che si sta attraversando.

Per evitare che le cubiste dello stabilimento balneare romagnolo finiscano con il sostituire i meno vivaci corazzieri, dovrebbe essere proprio l’inno nazionale (magari non in versione rap o disco) a scuotere chi si è sopito e – tramortito dagli incessanti exit poll – ha rinunciato a dire la sua. Quello “stringiamoci a coorte” dovrebbe essere il refrain in grado di destare quella infinità di connazionali che non vanno più a votare. Mameli dixit, “Italia chiamò”.