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Carige, arrestato per truffa l’ex presidente Berneschi. E’ il numero due dell’Abi

L'accusa nei confronti del "dominus" della banca, dell’ex amministratore di Carige Vita Nuova Fernando Menconi e di cinque tra professionisti e imprenditori è di aver sottratto al comparto assicurativo ingenti somme attraverso le acquisizioni di immobili e partecipazioni societarie a prezzi gonfiati. Tra le accuse anche associazione a delinquere, riciclaggio e intestazione fittizia di beni. Portati in Svizzera 22 milioni, con cui è stato comprato un hotel

Il vicepresidente dell’Associazione banche italiane (Abi) e fino allo scorso ottobre presidente del cda di Banca Carige Giovanni Berneschi è stato arrestato insieme ad altre sei persone nell’ambito di un’inchiesta della Procura di Genova su una presunta truffa all’istituto bancario e al suo comparto assicurativo Carige Vita Nuova e per il successivo riciclaggio e reinvestimento dei profitti illeciti. Berneschi è ai domiciliari, come l’ex amministratore di Carige Vita Nuova Fernando Menconi e l’imprenditore Ernesto Cavallini. Gli arresti – sette in tutto, di cui quattro in carcere – sono stati eseguiti dalla guardia di Finanza, che ha anche sequestrato beni per un corrispettivo di quasi 22 milioni di euro, l’equivalente dei proventi delle truffe. Gli altri fermi riguardano Francesca Amisano, nuora di Berneschi, l’avvocato Davide Enderlin, il commercialista Andrea Vallebuona e gli imprenditori Ernesto Cavallini e Sandro Maria Calloni, considerati dagli inquirenti gli “esecutori” delle operazioni contestate. Le accuse sono, a vario titolo, di associazione a delinquere, truffa aggravata, riciclaggio e intestazione fittizia di beni.
Il tutto in un quadro gestionale a dir poco critico: l’indagine delle Fiamme Gialle, spiega una nota del Comando provinciale di Genova, “dimostra l’esistenza di un management fortemente condizionato dal carismatico leader ventennale del gruppo bancario-assicurativo”. Cioè il 77enne Berneschi, che, pur privo da anni di incarichi operativi, continuava ad orientare le operazioni del gruppo a proprio vantaggio. L’ha fatto fino allo scorso autunno, quando è stato “invitato” a lasciare dalla stessa Banca d’Italia, dopo un’ispezione che ha messo in luce criticità negli assetti di governo e controllo.

Portati in Svizzera 22 milioni – Le attività investigative hanno infatti portato a scoprire “l’indebita appropriazione di cospicui fondi aziendali”, messa a segno “mediante la distrazione di ingenti somme di denaro dalla cassa della società assicurativa del gruppo Carige attraverso acquisizioni, in forma diretta o indiretta, di immobili e partecipazioni societarie sopravvalutati e celati dietro articolate operazioni commerciali e finanziarie, aventi l’esclusivo fine di giustificare l’esborso di somme di denaro assolutamente sproporzionate rispetto ai reali valori dei beni oggetto di compravendita”. Nel periodo dal 2006 al 2009 “gli acquisti “gonfiati” di società facenti capo a persone compiacenti hanno fatto in modo che fossero portati in Svizzera circa 22 milioni di euro, parte dei quali sono stati impiegati per un importante investimento immobiliare in territorio elvetico, i cui effettivi titolari erano i massimi vertici pro-tempore del gruppo bancario-assicurativo”. Le cessioni di quote di società create ad hoc “consentivano il passaggio dei capitali a società fittizie residenti in Paesi a fiscalità privilegiata, con clausole contrattuali che avrebbero dovuto dissimulare le reali consistenze e “pulire”, ad ogni transazione, ingenti somme di denaro”. Le ipotesi delittuose sono aggravate “dalla caratteristica della transnazionalità”, cioè dal fatto che gli indagati avevano costituito “un gruppo criminale organizzato per compiere le attività illecite in più di uno Stato”.

Lo strano caso dell’agenzia pagata 45 volte il suo valore – Al centro dell’inchiesta ci sono due operazioni finanziarie – entrambe “configurate come truffa” – risalenti rispettivamente al 2006 e al 2009. La prima riguarda l’acquisizione da parte di Carige Vita Nuova, per un corrispettivo di 70,5 milioni “gonfiato” del 50% rispetto al valore reale, della I.H. Roma srl, amministrata da Cavallini e proprietaria degli hotel Mercure e Pisana di Milano e Roma. Ma è prescritta. Non così però l’altro reato che ne è derivato, cioè il “trasferimento fraudolento di valori” (quote della società Albergo Admiral, proprietaria dell’hotel Holiday Inn di Lugano) “finalizzato al riciclaggio”, né la seconda operazione, aggravata dall’avere “cagionato un danno patrimoniale di rilevante gravità”. La truffa vede come protagonisti Berneschi e il commercialista Vallebuona, rappresentante della società svizzera Balitas da cui Carige Vita Nuova a fine settembre 2009 ha comprato il 35% delle quote dell’agenzia assicurativa genovese Assi 90 srl. Vallebuona – “in palese conflitto di interessi”, scrive il procuratore Michele di Lecce – ha redatto su incarico dell’acquirente la perizia di valutazione. Naturalmente con valori gonfiati. Risultato: una partecipazione che stando alla visura camerale valeva 122.500 euro è stata pagata 5,6 milioni, 45 volte di più. La differenza è finita nelle tasche dei “reali beneficiari Berneschi e Menconi, soci occulti della Balitas”.

Valzer di trasferimenti per riciclare i soldi della truffa sugli hotel – Gli stessi Berneschi e Menconi, del resto, erano anche proprietari occulti al 50% ciascuno dell’Holiday Inn, intorno al quale secondo gli inquirenti ruota il reato di trasferimento fraudolento di valori per il quale è stata richiesta la misura cautelare. I due, insieme a Cavallini, hanno attribuito fittiziamente a una società anonima di diritto Usa, Darien Holdings, la titolarità delle quote di Albergo Admiral, proprietaria “schermo” dell’hotel di Lugano, per poi trasferirne il 50% a un’altra società di diritto spagnolo e poi alla MB Service amministrata dalla Amisano, moglie di Alberto Berneschi. Un carosello architettato per riciclare i proventi della truffa commessa nel 2006, quando Carige Vita Nuova era stata indotta a comprare il Mercure e il Pisana. Ognuno faceva la sua parte. Calloni “si prestava” a creare schermi nei vari trasferimenti e investimenti del denaro proveniente dalla truffa. La Amisano “si prestava” a acquisire il 50% delle quote “facendo figurare l’operazione quale transazione in seguito a un contenzioso artificiosamente creato con la società Vanador riconducibile a Calloni relativamente all’acquisto di una villa a Lanzarote“. Vallebuona “si prestava a organizzare i vari passaggi che dovevano portare al contenzioso fittizio” e addirittura “provvedeva alla sostituzione delle pagine (vidimate dal notaio Priori) del verbale di assemblea della società MB service del 30 settembre 2012 nella parte in cui veniva formalizzato l’interesse” all’acquisto delle quote di Albergo Admiral. Enderlin, infine, è indagato per riciclaggio per aver trasferito il denaro proveniente dalla truffa in modo da ostacolare l’identificazione della provenienza. E’ stato lui a fare da tramite per l’acquisto da parte di Berneschi e Menconi della Albergo Admiral con i soldi ricevuti dalla IHC di Cavallini, precedente proprietaria degli hotel Mercure e Pisana. 

L’Abi si sfila: “Non sappiamo nulla della gestione dei singoli istituti” – Dall’Abi nessun tentativo di difesa nei confronti di Berneschi, il cui mandato scade il prossimo 10 luglio non è rinnovabile: “Le banche italiane sono tutte in competizione fra loro e l’Abi non svolge nessuna funzione di vigilanza né tantomeno è a conoscenza della gestione dei singoli istituti”, fanno sapere fonti interne. Ricordando – non senza malizia – che il banchiere è stato nominato nel Comitato esecutivo dell’associazione durante la presidenza di Giuseppe Mussari, l’ex presidente di Mps travolto dalle inchieste. Quando aveva poi lasciato la presidenza del gruppo genovese, Berneschi era rimasto giuridicamente nell’associazione (è previsto dallo Statuto) per via della carica, ricoperta tutt’ora, di vicepresidente nella Cassa di Risparmio di Carrara. Quanto agli attuali vertici di Carige, dal presidente Cesare Castelbarco è arrivato un commento gelido che lascia intendere la possibilità di un’azione di responsabilità nei confronti della vecchia guardia: “Da quanto si apprende Banca Carige risulta parte lesa. Ci riserviamo di intraprendere, a tutela del gruppo, tutte le opportune iniziative”. E dire che Berneschi, che è azionista della banca con una quota poco sotto il 2%, aveva manifestato più volte l’intenzione di partecipare all’aumento di capitale da 800 milioni di euro che partirà in giugno.
Solo mercoledì è finito in un mezzo flop il tentativo della Fondazione Carige, da tempo alle prese con pressanti problemi di liquidità, di vendere una fetta importante della propria quota residua nel capitale della banca (circa il 40%): il collocamento si è fermato a meno dell’11% delle quote, contro il 15% sperato dal presidente Paolo Momigliano. Che deve ripianare 200 milioni debito nei confronti delle banche, a partire da Mediobanca.


Quando Bankitalia e Ivass criticavano gli assetti di governo e controllo – La banca genovese, che ha chiuso il 2013 con un rosso di 1,76 miliardi in seguito a una pesante svalutazione degli avviamenti, era da tempo nel mirino della magistratura, che già lo scorso anno aveva aperto alcuni fascicoli per verificare la fondatezza di accuse – contenute in esposti anonimi – nei confronti della mala gestione dell’istituto e di presunte irregolarità nel settore delle assicurazioni e dei prestiti. L’autorità di vigilanza sulle assicurazioni (Ivass) pochi mesi fa aveva poi rilevato debolezze proprio “nel controllo dei rischi immobiliari, finanziari e operativi”, la cui conseguenza è stata la contabilizzazione di “rilevanti rettifiche di valore di natura straordinaria” e un’insufficiente copertura delle riserve. In quell’occasione l’authority ha notificato a Carige Assicurazioni – il ramo danni – un atto di contestazione delle violazioni, richiedendo interventi correttivi nella misura di un aumento di capitale da almeno 92 milioni, mentre per Vita Nuova ha evidenziato “carenze nei sistemi di governo e di controllo” che hanno portato a un deterioramento della situazione patrimoniale della compagnia e alla riduzione del margine di solvibilità “al di sotto del requisito minimo”. Anche Bankitalia del resto, dopo cinque mesi di ispezioni, nel settembre scorso aveva acceso un faro sui conti, evidenziando nella propria relazione criticità negli assetti di governo e di controllo, elevata esposizione ai rischi creditizi anche a causa di ingenti prestiti a singoli gruppi “amici” (attivi per la maggior parte nel settore portuale e in quello delle costruzioni) e un ammontare di “partite anomale” (crediti incagliati) pari al 17% degli impieghi, cioè ben di più rispetto a quanto messo a bilancio dai vertici, sempre orientati dal “padre padrone” Berneschi. Il rapporto della Vigilanza criticava inoltre l’ex dg Ennio La Monica, che pur dotato di di un ampio ventaglio di poteri si limitava a svolgere un ruolo da esecutore. Il forte “interessamento” di via Nazionale, le cui ispezioni erano iniziate già nel 2005, avevano in effetti messo in agitazione gli arrestati, che, scrive la GdF, proprio per questo e per i mutamenti negli assetti societari e nei rapporti tra Banca e Fondazione si erano convinti a “riorganizzare i loro capitali all’estero mediante un intreccio di accordi e atti negoziali”.

L’accusa per la bancarotta di Geo – Poco dopo la pubblicazione del rapporto, Berneschi – insieme a La Monica e ad altri dirigenti – era stato anche iscritto nel registro degli indagati dalla Procura di Savona con l’accusa di aver concorso alla bancarotta del gruppo Geo, impresa del costruttore di Albenga Andrea Nucera, affossata da un crac milionario dopo essere stata per anni generosamente finanziata da Carige a fronte di garanzie sopravvalutate.