Cultura

Sul dialogo tra Scalfari e Bergoglio. Il tramonto della teologia politica-III

Dopo l’uscita dell’intervista di Scalfari a Bergoglio, che fa seguito a un sorprendente scambio epistolare tra il Pontefice e il fondatore di “Repubblica”, mi pare opportuno tentare una riflessione filosofica almeno un poco articolata sul loro confronto. Per ragioni di lunghezza (si tratta pur sempre di ragionamenti difficilmente ‘comprimibili’) ho deciso di scorporare il mio intervento in quatto diversi articoli, che usciranno con cadenza giornaliera. Ecco il terzo (questi gli interventi precedenti: I, II).

Che conseguenze sortisce, si diceva, il pensiero proposto da Bergoglio? La fine della teologia politica come orizzonte teorico fondamentale per comprendere il magistero della Chiesa ed il suo rapporto con la società civile. È un’affermazione che necessita di alcune specificazioni. Secondo Carl Schmitt (Cattolicesimo romano e forma politica), “la Chiesa rappresenta la civitas humana, rappresenta in ogni attimo il rapporto storico con l’incarnazione e con il sacrificio in croce di Cristo, rappresenta Cristo stesso in forma personale, il Dio che si è fatto uomo nella realtà storica”. Non è un’esagerazione dire che l’estratto compendia magnificamente l’architettura fondamentale di ogni teologia politica.

La Chiesa rappresenta ossia: rende presente l’intera umanità (essa è infatti ecclesia universalis) facendola formalmente coincidere con il divino, ossia con il corpo mistico di Cristo che è appunto la Chiesa stessa (si confrontino a riguardo 1 Cor. 12,12-27, oppure l’enciclica Mystici Corporis Christi redatta da Pio XII). La Chiesa, in virtù della sua specifica forma giuridica, rende dunque presente la comunità degli uomini facendola coincidere col corpo vivente del Cristo.

Da un punto di vista teorico, tuttavia, ciò è possibile solo finché il fondamento della comunità dei credenti è costituito dall’incarnazione, cioè dalla presenza del Padre nel Figlio, il che è come dire: la Chiesa può rappresentare l’unione di Cristo con la comunità dei credenti se e solo se essa Chiesa, tramite il Figlio e il suo vicario, ossia il Pontefice, esiste sul fondamento dell’incarnazione, dunque sul fondamento del proprio rapporto con Dio mediato da Cristo e dal suo corpo. Tale rapporto dev’essere istitutivo e connaturato all’esistenza stessa della Chiesa, la quale deve quindi la sua autorità all’originario legame giuridico-teologico che fa sì che essa, come sostiene Schmitt, rappresenti “Cristo stesso in forma personale”.

Ora, è esattamente questo paradigma a dimostrarsi insostenibile se ‘applicato’ alla Chiesa post-ratzingeriana. Dopo l’‘abdicazione’ di Benedetto XVI, infatti, diviene impossibile parlare della Chiesa come dell’istituzione che rappresenta Cristo “in forma personale”. Si segua il seguente ragionamento: se la Chiesa è il corpo mistico di Cristo e il Pontefice è il suo vicario, ciò significa che (recuperando Kantorowicz) il corpo e l’autorità papali sono soggetti a un inevitabile sdoppiamento grazie al quale al Vescovo di Roma pertiene sia un corpo mistico, cristico, che partecipa direttamente all’incarnazione, sia un corpo naturale, limitato alla sua esperienza di uomo mortale.

Ora ed è qui che lo schema di Kantorowicz va rivisto il corpo mistico mantiene però comunque un’insopprimibile componente carnale, data dal fatto che il Papa può essere vicario di Cristo soltanto se partecipa anche nella carne al mistero dell’incarnazione, il che è come dire: la persona fisica del Pontefice non è mai solo e soltanto corpo naturale; altrettanto, però, egli non è mai solo e soltanto corpo spirituale, mero symbolum Christi: nella sua carne, infatti, partecipa anche ‘fisicamente’ all’incarnazione del Padre nel Figlio (come peraltro ogni cristiano tramite l’eucarestia). È per questo che, secondo il modello teologico-politico, in linea teorica il Papa non potrebbe abdicare: non è dato rinunciare al ministero petrino così come Cristo non avrebbe potuto rifiutarsi di essere Cristo ed anzi, nonostante le sofferenza cui è stato sottoposto, ha scontato fino allo stremo il dramma della propria incarnazione.

Ma Ratzinger, come sappiamo, ha rinunciato al pontificato. Il significato teologico di questa decisione è chiaro ed al contempo enorme: così facendo egli ha implicitamente negato l’esistenza del corpo mistico-carnale, ha negato il fatto che il Papa partecipi anche ‘fisicamente’ e cioè col suo corpo all’evento dell’incarnazione (se così fosse, infatti, gli sarebbe stato impossibile sottrarsi al suo ruolo senza rinunciare contemporaneamente al proprio corpo ‘reale’, cosa che, invece, può avvenire soltanto con la morte). Tale scelta, però, implica altrettanto l’ammissione che il Papa non sia il vicario di Cristo, bensì un semplice sovrano, detentore di un potere temporale che in quanto tale può essere addirittura ceduto e rifiutato.

Wojtyła, l’ultimo Pontefice ad aver esercitato il proprio ministero nell’alveo della teologia politica, era pienamente consapevole di queste implicazioni e sapeva che, qualora avesse abdicato, avrebbe decretato la fine del legame carnale che faceva del Papa il vicario di Cristo e della Chiesa il corpo di Cristo (proprio per questo, peraltro, Giovanni Paolo II non intese rinunciare al pontificato nonostante le gravi condizioni di salute in cui versava: solo con la morte avrebbe potuto sancire la fine del legame carnale per il quale il corpo del Pontefice rappresenta fisicamente il Cristo; diversamente, se il legame tra Cristo e il suo vicario fosse stato soltanto simbolico e dunque trasferibile, ciò avrebbe immediatamente decretato l’impossibilità della Chiesa come corpo mistico e dunque il venir meno del fondamento stesso su cui si basa la teologia politica).

Come Cristo patì il tormento della croce, così, se necessario, deve patirlo il vicario che lo rappresenta, ossia: lo rende presente. Nel momento in cui tale coincidenza carnale venga meno, nel momento cioè in cui un papa possa ritirarsi dalla scena come un semplice rappresentante politico, ciò significa che egli non incarna più il corpo di Cristo, che il suo corpo è solo temporale e proprio perciò può essere indifferentemente liberato dall’investitura petrina. Dal momento in cui Ratzinger ha abbandonato il soglio, smascherando la natura completamente umana della sua figura, il Pontefice ha smesso di essere il vicario di Cristo e la Chiesa, che egli rappresenta, non può più dirsi corpo mistico di Cristo. Con la fine del ripetersi dell’incarnazione nella figura del successore di Pietro, è stata altresì decretata la fine della teologia politica come orizzonte determinante al fine di concepire il rapporto tra Chiesa e saeculum.

È questo il solco in cui vanno intese le affermazioni di Bergoglio, le quali non fanno che consolidare per certi versi radicalizzandola la fine della teologia politica sancita dal “gran rifiuto” di Ratzinger. Affermare che fondamento dell’agire cristiano dev’essere l’obbedienza “alla propria coscienza” non, dunque, la conformità delle proprie azioni al Catechismo della Chiesa è lo stesso che dire: è possibile un Cristianesimo fondato sulla soggettività del soggetto, dunque esternamente al (ed indipendentemente dal) legame giuridico, cioè teologico-politico, che congiunge la civitas humana a Cristo facendo leva sulla mediazione della Chiesa in quanto corpo mistico del Figlio.

Ma se fondato sulla coscienza del soggetto, il Cristianesimo si è trasformato essenzialmente in un’antropologia pragmatica. L’incarnazione si è completamente risolta nel ‘fatto’ umano, neutralizzando il suo originario radicamento nella trascendenza quale sua polarità essenziale. La Chiesa non rappresenta più “Cristo stesso in forma personale”, ma la comunità universale di tutti i soggetti, credenti e non, esterni o interni al corpo mistico della Chiesa, purché obbediscano ai dettami della propria coscienza. Non v’è allora più alcun bisogno di una forma giuridica specifica entro la quale la comunità dei soli fedeli coincida col corpo di Cristo. Se dopo Ratzinger la Chiesa non è più il corpo di Cristo, con Bergoglio essa cessa di essere la condizione di possibilità della moralità. C’è salvezza anche fuori dalla Chiesa, o meglio: extra Ecclesiam tota salus c’è salvezza ovunque dacché condizione necessaria e sufficiente per essa è l’obbedienza alla coscienza, dunque alla forma trascendentale dell’umano (mentre la Chiesa era la forma teologico-politica determinata del legame, specificamente cristiano, tra storia e trascendenza).

Sono questi i termini in cui il Cristianesimo come antropologia ha posto fine all’egemonia dell’impostazione teologico-politica. Ciò detto, la fine della teologia politica decreta altresì la fine della Chiesa come necessità giuridico-formale garante del rapporto tra la civitas humana e il corpo di Cristo. Si sta cioè sostenendo che il rifiuto di Ratzinger prima e le affermazioni di Bergoglio poi costituiscono un passo essenziale per il superamento della Chiesa come forma storica. Volendo essere ancora più espliciti, arriverei a dire che i due pontefici hanno posto le basi per il definitivo tramonto della Chiesa come istituzione secolare.