Olimpiadi

Quindici febbraio 2026, il giorno che ha riscritto la storia tricolore degli sport invernali: le sorelle d’Italia oltre Tomba e Lillehammer

I due ori di Tomba e i primati di Lillehammer '94 sembravano vette irraggiungibili. Invece in una manciata di ore la raffica di medaglie a Milano-Cortina ha aperto un nuovo capitolo. A scriverlo sono soprattutto le atlete

La caduta dei miti di intere generazioni, una nuova storia da tramandare ai posteri. Il 15 febbraio 2026 è stato questo: due ore e nove minuti che hanno cambiato la geografia emotiva dello sport italiano alle Olimpiadi invernali. Dalle 13.08 alle 15.17, quattro medaglie sono piovute su Milano-Cortina come se qualcuno avesse deciso di comprimere il senso di un’Olimpiade intera dentro un pranzo domenicale.

Per anni ci siamo raccontati che i due ori di Alberto Tomba a Calgary ’88 e quel medagliere norvegese di Lillehammer ’94 fossero il nostro Everest. Punti irraggiungibili, fotografie da custodire all’infinito. Invece questa domenica li ha prima eguagliati, poi superati. Una nuova storia è stata scritta davanti ai nostri occhi. Prima il bronzo della staffetta maschile di sci di fondo. Poi il secondo oro di Federica Brignone nel gigante, ancora lei, ancora davanti a tutte. Subito dopo l’argento di Michela Moioli e Lorenzo Sommariva nello snowboard cross. Infine l’oro di Lisa Vittozzi nel biathlon, il primo della storia azzurra in questa disciplina. Ventiduesima medaglia per l’Italia, con 8 ori: superato il record di Lillehammer ’94.

Nel giorno in cui il calcio nostrano si aggroviglia ancora intorno a polemiche e veleni, gli atleti degli sport invernali a colpi di medaglie reclamano spazio per la loro rivoluzione e diventano nuove stelle polari per i giovani del futuro. E le nuove imprese olimpiche hanno per la maggior parte volti femminili. C’è appunto Brignone, che vince due ori come Tomba e lo fa meno di un anno dopo un incidente che aveva ridotto le ossa della sua gamba sinistra a “un puzzle”, parola di chi l’ha operata. C’è un altro doppio oro di Francesca Lollobrigida, 35enne partita con le rotelle da Frascati per battere sul ghiaccio le frecce olandesi.

C’è l’oro di Vittozzi, campionessa mondiale che era stata a un passo dal ritiro ed è rinata dopo un anno di pausa. Ha portato lei il primo oro della storia al biathlon italiano. Ci sono le 13 medaglie olimpiche di Arianna Fontana, che a Milano ha vinto un altro oro e un altro argento. Da Torino 2006 ad oggi, senza mai mollare un colpo. C’è ancora Michela Moioli, un argento e un bronzo 48 ore dopo una caduta in allenamento che sembrava averla messa ko, tra dolori e vomito. Senza dimenticare Voetter-Oberhofer, oro nello slittino di coppia da quasi outsider.

Sono le donne le protagoniste di questi Giochi. Non è retorica, è aritmetica. Su 8 ori conquistati fin qui, sei sono al femminile. Nuovi modelli che si plasmano per le prossime generazioni. E attorno alle campionissime c’è un movimento che sorprende per profondità e varietà. Pattinaggio, fondo, biathlon, snowboard, short track: sport considerati “di nicchia” oggi compongono un mosaico credibile. In un momento in cui il calcio attraversa la sua crisi più grande, l’Italia scopre la propria multidisciplinarietà. Manca ancora una settimana alla chiusura dei Giochi. Il medagliere può crescere, forse cambiare ancora forma. Ma al di là dei numeri, il 15 febbraio resterà come il giorno in cui abbiamo capito che i riferimenti del passato – da Tomba a Lillehammer94 – non sono più un limite. Li abbiamo raggiunti. Perfino superati.