Salute

Per salvare la sanità pubblica medici e case farmaceutiche non devono avere conflitti di interesse

Il 15 giugno 2023 è stata indetta a livello nazionale, da parte di tutti i sindacati medici del Servizio sanitario nazionale, una giornata di manifestazioni dedicate non solo alle denunce ma soprattutto alle proposte per (tentare) di salvare la sanità pubblica

Il SSN si può salvare solo se si realizza un minimo di vera prevenzione primaria per ridurre l’incidenza dei casi di malattia (tutela dell’ambiente di vita e di lavoro) e non certo tramite la sola Prevenzione Secondaria (diagnosi precoce). La eccezionale diffusione dell’inquinamento delle matrici biologiche umane, purtroppo pervicacemente negata, da inquinamento ambientale sta abbassando rapidamente l’età di insorgenza di pressocché tutte le patologie cronico-degenerative sino al cancro in età neonatale infantile e giovanile.

Nel 2020 siamo arrivati (su circa 167 miliardi di euro di finanziamento complessivo (in costante diminuzione) a spendere circa 41 miliardi di soli stipendi per il personale (in costante diminuzione) rispetto agli oltre 21 + 9 miliardi di euro (=30) di soli farmaci e presidi sanitari (in costante quanto irrefrenabile incremento a livello di doppia cifra all’anno da circa 20 anni). I soli farmaci innovativi oncologici ormai incidono da soli per il 6% circa di tutta la spesa per il Servizio sanitario.

Il vero pericolo oggi è rappresentato dagli imbuti ad personam che si vengono a creare tramite il controllo serrato esercitato negli accessi dagli opinion leader di case farmaceutiche private che, avendo fatto carriera tramite impact factor sponsorizzato e diventati primari e direttori di dipartimento, bloccano a proprio vantaggio gli accessi alle strutture pubbliche. Si rende indispensabile il ritorno alle origini della legge 229/99 che prevedeva il divieto assoluto di ricoprire incarichi di direzione di strutture complesse e/o di Dipartimento se il medico ha scelto il regime di extramoenia. Esiste un preciso conflitto di interessi e va rivisto altresì il modo di produrre impact factor nel SSN.

L’impact factor misura il numero medio di citazioni ricevute, nell’anno di riferimento considerato, sulla base degli articoli pubblicati da una rivista scientifica nei due anni precedenti: è pertanto un indicatore della performance dei periodici scientifici, che esprime l’impatto di una pubblicazione sulla comunità scientifica di riferimento. In questo momento storico di grandissima, assoluta ed acritica fede nel progresso scientifico e nella ricerca, va ricordato che per oltre il 95% di tale ricerca in campo biomedico viene data priorità assoluta a quella farmaceutica contro in particolare tutte la patologie cronico degenerative e non acute e/o infettive (dal cancro all’Alzheimer, all’autismo al mesotelioma, diabete, ecc.) di fatto sottraendo risorse non recuperabili alla indispensabile ricerca gestionale in prevenzione primaria e sanità pubblica, fondo oggi sparito. Oggi i fondi destinati al SSN – e al recupero di personale per aumentare l’offerta – vengono deviati interamente verso la remunerazione dei farmaci innovativi, a volte senza adeguati controlli aziendali costo/efficacia e costo/beneficio.

La determinazione del prezzo al pubblico è stata affidata interamente ad una contrattazione diretta che salta le aziende sanitarie periferiche e gli IRCCS (Istituti di Ricovero e Cura a Carattere Scientifico) ed è racchiusa tra organismi regolatori centrali, ad esempio l’Aifa, vs ditte farmaceutiche private. La “triangolazione” diventa così ovvia: il medico della sanità pubblica fa carriera e diventa primario o direttore di Dipartimento tramite una notevole produzione di impact factor sponsorizzato per la produzione ed immissione in commercio di farmaci innovativi ad altissimo costo sotto brevetto. Questo meccanismo “cronicizza” per molti decenni quella patologia cronico-degenerativa e permette al medico di diventare il migliore nel suo settore di studio.

Quando, quindi, lo Stato deve “scegliere” i migliori medici da inserire nelle strutture di contrattazione centralizzata del prezzo dei farmaci in base alla valutazione del loro “valore” diventa di fatto obbligato scegliere quelli che risultano i migliori per produzione di impact factor in quel determinato settore di patologia cronica. I problemi di conflitto di interesse vengono “bypassati” utilizzando per i finanziamenti della ricerca organizzazioni no profit del terzo settore.

A questo punto ci ritroviamo uno Stato che, senza mai produrre farmaci in proprio e senza mai entrare in concorrenza con le ditte private che li producono, fa determinare il costo al pubblico e i rapporti costo/beneficio e costo/efficacia tramite una contrattazione di fatto diretta tra ditte private ed i loro “opinion leader” scientifici che sono ai vertici delle strutture sanitarie pubbliche.

Il risultato è che mentre il Servizio sanitario fallisce per mancanza di risorse, tutte le ditte farmaceutiche private e la spesa farmaceutica ospedaliera cresce da oltre venti anni ad un ritmo di due cifre all’anno, ivi incluso il periodo di pandemia Covid. Abbiamo oggi così i soldi per assicurare ancora “gratis” i farmaci innovativi ad altissimo costo sotto brevetto nelle patologie cronico-degenerative ma non abbiamo più le risorse economiche per assumere e dare stipendi adeguati ai medici e agli infermieri che sono chiamati ad utilizzare quei farmaci.

Unica cosa certa: abbiamo creato un sistema di “entropia” sanitaria in accelerazione non controllata ed apparentemente irreversibile dove l’eccesso di medicalizzazione del sistema ci sta rendendo sempre più ammalati ed in età sempre più precoce perché così è utile ai profitti di chi produce farmaci e presidi innovativi, non necessariamente migliori.