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Regionali Lombardia, corsa a due Fontana-Moratti: FdI ago della bilancia. Poche idee nel centrosinistra: Sala l’unico con chance

L'attuale presidente, dopo il proscioglimento sul caso camici, non vede l'ora di ricandidarsi. Ma anche Letizia Moratti sta lavorando per la corsa interna al centrodestra. Sull'altro fronte ci sono più incognite che certezze: la strada per un "campo largo" che tenga insieme Pd, 5 stelle e Azione/+Europa è molto in salita. L'unico nome forte è quello del sindaco di Milano. Che però si è già chiamato fuori

La prima istantanea: 8 gennaio 2021, sala delle conferenze stampa di Palazzo Lombardia. Letizia Moratti è appena stata nominata vicepresidente della Regione e assessora al Welfare. Nello stanzone rettangolare, c’è un silenzio carico di tensione. Lei prende la parola davanti ai giornalisti e spiega le sue priorità per affrontare l’emergenza Covid. Ha preso il posto di Giulio Gallera, silurato dal centrodestra (e definito “stanco” da Attilio Fontana): è il capro-espiatorio perfetto di un’amministrazione sin lì disastrosa: campagna vaccinale al palo (al 31 dicembre, al 3,4% di somministrazioni dei vaccini ricevuti), medici di base insufficienti e allo stremo, confusione nella comunicazione, più di un’ombra sulla mancata zona rossa ad Alzano Lombardo, nella Bergamasca. Su Fontana, poi, pesa il caso camici: è indagato per frode in pubblica fornitura. Così Moratti arriva per risollevare una Giunta sfilacciata, che fatica a nascondere gli imbarazzi. E arriva con la promessa di una candidatura, alla prossima tornata elettorale, nel 2023. La strada, per lei, sembra spianata.

La seconda istantanea: 14 maggio 2022. È passato meno di un anno e mezzo da quella conferenza stampa. Poco, si dirà. Ma un’eternità per lo scorrere del tempo politico. La Lega ha organizzato un convegno a Roma con tutti i big del partito. In prima fila, ad applaudire Matteo Salvini, accanto a Roberto Calderoli c’è proprio Fontana. Che cosa è successo, nel frattempo? Il presidente della Regione Lombardia è appena stato prosciolto per il caso camici. La gup di Milano, Chiara Valori, ha deciso il non luogo a procedere per la fornitura, poi trasformata in donazione, da più di mezzo milione di euro di dispositivi sanitari all’azienda Dama, per il 90% in mano al cognato di Fontana, Andrea Dini, e per il 10% in mano alla moglie di Fontana, Roberta Dini. Il presidente sorride. La strada per una seconda candidatura è spianata.

TENSIONI NEL CENTRODESTRA – Il proscioglimento non era per nulla scontato, benché a parole sia il presidente sia gli avvocati della difesa sostenessero il contario. Tanto che il rinvio a giudizio era stato messo in conto anche dai leghisti lombardi e dai vertici del Carroccio. Non è un caso che una settimana prima Salvini abbia messo sul tavolo del presidente un posto in Senato. Un’indiscrezione fantasiosa, come ha commentato Fontana? Tutt’altro. Fonti informate del centrodestra a Palazzo Lombardia riferiscono che la proposta sia stata fatta e che, tutto sommato, “sia il minimo per uno che ha governato cinque anni”. Il ragionamento è che la stessa Lega si sia infilata in un cul de sac. Il motivo è presto detto: Fontana è l’unico candidato del centrodestra che apre uno spiraglio minimo per la vittoria del centrosinistra (ammesso che il centrosinistra corra unito, ci torniamo più avanti). Perché? Perché più di un elettore, al momento del voto, può ricordarsi degli errori fatti dall’amministrazione lombarda durante la pandemia, ma anche – seppure più improbabile – del tesoro da 5,3 milioni di euro sul conto svizzero. Cifra interamente scudata con la voluntary disclosure nel 2015. “Nessuno è stato in grado di dirgli ‘guarda che ci fai perdere’“, dicono le stesse fonti del Pirellone. Così, con la vicenda giudiziaria alle spalle, il nome dell’ex sindaco di Varese è tornato al primo posto per la Lega: “Scioglierò la riserva tra qualche settimana – ha detto – convocherò una conferenza stampa”. E addio ai vari Massimo Garavaglia e Gian Marco Centinaio.

LA PARTITA DI MORATTI E IL RUOLO DI FDI – Chi conosce Letizia Moratti, però, sa che non si è tirata indietro. Al contrario, c’è chi sostiene che stia preparando la sua candidatura. In Consiglio starebbe lavorando per formare un gruppo – sono necessarie tre persone – che faccia riferimento a lei. Gruppo, com’è ovvio, propedeutico per la sua corsa. Non è un segreto, poi, che abbia un ottimo rapporto sia col leader della Lega sia con Silvio Berlusconi. Ai più attenti non è sfuggita l’inedita alleanza – almeno sin qui, in Lombardia – tra Simona Tironi, di Forza Italia, e il consigliere di Azione, Niccolò Carretta: insieme hanno presentato il progetto di legge per lo psicologo di base. E ai più attenti non è sfuggita la presenza proprio di Moratti a un incontro pubblico sugli orfani ucraini, organizzato da Caretta in provincia di Bergamo. La Bergamo di Giorgio Gori, sponsor di Carretta e a cui Carlo Calenda aveva fatto il filo per l’ingresso in Azione.

Ma c’è dell’altro. Tra meno di un mese, il 12 di giugno, si va al voto a Como, Lodi, Monza e in altri Comuni di grandi-medie dimensioni, tra cui Sesto San Giovanni. Sarà l’occasione, per i tre principali azionisti del centrodestra, di “pesarsi”. In questo senso gli occhi puntati sono su Fratelli d’Italia: i sondaggi nazionali, da tempo, li considerano come il partito più votato; ma si sa, dall’altra parte, che le elezioni amministrative fanno storia a sé. Ciò che è certo è che il partito di Giorgia Meloni – che nel corso di questi cinque anni, al Pirellone, ha manifestato più di un mal di pancia – farà valere la propria forza elettorale. E la domanda che ci si pone è: sosterrà il favorito alla corsa nel centrodestra, Attilio Fontana, magari con alcune garanzie sugli assessorati, oppure guarderà altrove, vale a dire – perché no – a Letizia Moratti? La terza possibilità – da mettere più che altro sul piatto delle trattative – è che FdI avanzi un proprio candidato.

CENTROSINISTRA: STRADA IN SALITA – Sul fronte opposto si ha la sensazione – ancorché manchi un anno alle elezioni – che si sia già in ritardo. O che, in ogni caso, si sia persa un’occasione. È vero, da circa un mese i gruppi di opposizione in Consiglio regionale stanno organizzando “tavoli tematici” per dialogare e trovare un programma comune. È altrettanto vero, però, che in questi quattro anni di legislatura, e soprattutto dopo il Covid, è stato creato poco dibattito intorno a una figura forte, di riferimento per tutto il centrosinistra, che potesse guardare all’appuntamento del 2023. In questi giorni sono stati fatti dei nomi, ma la verità è che dentro Pd e M5s si voglia prendere tempo. Beppe Sala, per esempio, ha alzato il telefono per sentire sia Carlo Cottarelli sia il sindaco di Brescia, Emilio Del Bono. Il primo non vedrebbe l’ora, mentre il secondo non sarebbe super deciso, per usare un eufemismo. Accanto a loro è spuntato l’eterno Bruno Tabacci e l’europarlamentare Irene Tinagli. Il punto dirimente, però, è che il perimetro dell’alleanza non è ancora stato definito. Pd insieme al Movimento 5 stelle, con ciò che sta a sinistra del Pd? E Azione/+Europa? Calenda lo ha detto: “Mai coi 5 stelle e no alle primarie”. Nemmeno a livello locale. “Col turno unico vedo una sola soluzione – commenta Pierfrancesco Majorino, europarlamentare e politico di peso del centrosinistra milanese – e cioè che serve il campo più largo possibile, che comprendi sia Calenda sia i 5 stelle. Il Pd sta lavorando in questo senso. E credo che nessuno vorrà assumersi la responsabilità di correre da solo, dando così una grande mano a Fontana, o a chi sarà il candidato del centrodestra. D’altra parte Fontana è il portavoce del fallimento, evidente, di questa amministrazione. Sono convinto che con lui la sfida sia più aperta che con altri“.

E poi: primarie sì o primarie no? La prima ipotesi permetterebbe di far conoscere i candidati, di avvicinare gli elettori al voto, anche quelli che oscillano tra un fronte e l’altro o che preferirebbero restare a casa. La seconda ipotesi, invece, con la convergenza su una figura di rilievo, scelta dalle forze politiche, permetterebbe alle stesse forze politiche di correre insieme. In questo senso, Beppe Sala è il candidato che unirebbe il centrosinistra e che – è il ragionamento – potrebbe tentare di strappare il governo della Lombardia al centrodestra dopo 30 anni. Come si sa, tuttavia, il sindaco di Milano si è chiamato fuori. “Non ci precludiamo il dialogo con le forze di centrosinistra – dice il capogruppo del M5s, Nicola Di Marco – proprio perché siamo in una situazione straordinaria, in cui il centrodestra ha mal governato la Regione per tre decenni: dallo smantellamento della sanità pubblica alla gestione di Trenord e delle case popolari, il fallimento è evidente. Per questo ci stiamo confrontando sia con le forze che siedono in Consiglio regionale sia con quelle che stanno fuori. Sulla base di questo lavoro, che speriamo vada avanti in modo proficuo, faremo le nostre valutazioni. Non vogliamo fare il toto-nomi, vogliamo parlare di programma“. E a proposito dei tavoli tematici del centrosinistra partiti circa un mese fa: Azione vi aveva aderito, salvo chiamarsi fuori due settimane fa, sbattendo la porta. Calenda, da Roma, aveva già dettato la linea.

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