Cultura

Grazia Deledda, 85 anni dalla morte della scrittrice che sfidò Mussolini

di Ilaria Muggianu Scano

Questo è l’anno di Grazia Deledda. Il 15 agosto ricorrono gli 85 anni dalla scomparsa, mentre la terza decade di settembre saranno trascorsi 150 anni dal genetliaco dell’unica donna Premio Nobel per la Letteratura. Oseremo dire anche l’unica scrittrice, dal momento che Giosuè Carducci, Salvatore Quasimodo ed Eugenio Montale erano poeti, mentre Luigi Pirandello e Dario Fo drammaturghi.

La regina dell’Atene sarda morirà per un tumore al seno di cui non fece mai parola con nessuno, per pudore. Nel romanzo La chiesa della solitudine sarà, tuttavia, evidente un riferimento autobiografico alla malattia. A dare autorevole notizia delle celebrazioni ufficiali delle giornate deleddiane italiane è il filologo Dino Manca, maggiore deleddista vivente e cattedratico dell’Università di Sassari. Il convegno internazionale sarà avviato con il contributo scientifico del professor Manca nel ruolo di coordinatore delle attività dell’Istituto Etnografico della Sardegna, dipartimento culturale di ricerca, che ha tra le sue missioni quella di custodire la conoscenza del patrimonio antropologico sardo.

L’Isre (Istituto etnografico della Sardegna) ha programmato tra ottobre e dicembre tre grandi convegni internazionali a Cagliari, Sassari e Nuoro (10 temi per 16 sessioni) per celebrare la personalità e l’opera di Grazia Deledda a un secolo e mezzo dalla nascita. Tra gli esperti accademici anche il docente di letteratura Duilio Caocci dell’Università di Cagliari. L’Istituto, il cui commissario è Stefania Masala, gestisce il Museo Deleddiano e cura il Centro di documentazione deleddiano. Corsi e ricorsi della storia del Ventennio negli ultimi anni della performer culturale barbaricina. Morirà proprio il giorno di Ferragosto, quella festività istituita dal partito fascista nel 1931, che cercò di cooptarla come intellettuale organico, specie in seguito al Nobel del 1926 (consegnato l’anno successivo), al punto che per lungo tempo venne definita con l’epiteto “maestrina del Fascio”.

È commissionata, infatti, a Grazia Deledda la stesura del testo unico per le scuole elementari, un evidente “catechismo” scolastico del pensiero unico che Deledda rifiutò perentoriamente. Fu il figlio Sardus a prendere in mano le redini della situazione e stendere il sussidiario al posto della madre, timoroso delle ripercussioni incontrollabili del duce, dati i pericolosi precedenti. Il testo scolastico rimase in uso per un quinquennio. Deledda e Mussolini non ebbero mai facili rapporti. Remo Branca, tra i primi biografi della scrittrice, riporta dell’incontro tra i due in seguito alla vittoria del Premio Capitale della cultura mondiale, durante il quale la donna ringraziò il Re di Svezia, il Re d’Italia, Dio, ma ostinatamente e ostentatamente rifiutò di citare il Presidente del Consiglio italiano durante il discorso del conferimento del Nobel.

Durante l’inevitabile incontro ufficiale al rientro da Stoccolma Mussolini le chiese espressamente di scrivere qualcosa per il partito. La risposta piccata della temeraria nuorese fu: “L’arte non fa politica”. I libri di Grazia Deledda vennero banditi da ogni libreria italiana. Il cesto di rose regalato dal capo del governo, come gentile omaggio per la visita post svedese, venne usato in casa per la raccolta delle patate nell’edenico orto casalingo, esasperata e dichiarata guasconata, oggetto di ironia con i numerosi ospiti del villino romano della scrittrice. Quel che è certo è che il duce amasse la scrittura deleddiana, tanto da farne dono costantemente a Claretta Petacci, accompagnando il regalo con una sua recensione.

Il mistero più grande è il perché Grazia Deledda sia tuttora considerata al più “afascista”, raramente antifascista, quale fu per tutta la vita. Anche le vistose frizioni con Pirandello, morto anch’egli nel 1936 – autore del romanzo satirico Suo marito, riferito notoriamente al marito Palmiro Madesani, ex funzionario di Governo, divenuto agente letterario di Deledda – si rinvigorivano certamente sotto il segno dell’incolmabile divario politico.

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