Zonaeuro

Le sfide del 2021 per l’Italia sono almeno due. Il rischio, trovarsi a fine anno al punto di partenza

Quali sono le sfide e i rischi che il 2021 pone di fronte all’Europa e all’Italia? Ne vedo almeno due: la dispersione dell’enorme energia anche in termini di mobilitazione e speranza che il piano europeo Next Generation Eu ha creato in rivoli inefficaci di piccole azioni di breve respiro o scelte sbagliate gestite da politici inadeguati e spinte da settori produttivi ancora legati a logiche e interessi fossili, fatte senza un vero dibattito pubblico di qualità. Il Green Deal diventerà allora solo un’etichetta; e NGEu un enorme spreco se le emissioni non inizieranno a calare radicalmente entro i prossimi tre-quattro anni, se non nasceranno nuovi lavori, nuove competenze, nuove filiere produttive spinte da nuovi comportamenti e priorità di consumo, e questo sarebbe una tragedia soprattutto, ma non solo, per l’Italia.

E poi, l’ulteriore compressione delle democrazie europee, degli strumenti di conoscenza (il grande tema del conoscere per deliberare) e di azione democratica, travolti non solo dal Covid, ma da mezzi di comunicazione incompetenti e meno liberi, una scuola asfittica e una leadership politica che reagisce solo sulla base del consenso immediato. Queste due sfide sono strettamente correlate, il successo dell’una non potrà che avere un impatto positivo sull’altra e viceversa. Le prospettive non sono particolarmente rosee…

Qualche giorno fa ascoltavo su Radio24 la trasmissione mattutina di Simone Spezia che intervistava il Direttore del Sole24Ore Fabio Tamburini, il quale rivendicava con evidente soddisfazione il fatto che anche grazie alla segnalazione del suo giornale fosse stato sventato il “blitz” sul blocco delle trivelle; mi ha colpito l’assoluta indifferenza alla realtà dei cambiamenti climatici, agli obblighi appena sottoscritti di dovere arrivare a zero, ripeto, zero emissioni entro il 2050 e a un taglio di almeno il 55% entro il 2030 (dal 1990 al 2018 sono calate del 17%!).

Indifferenza davvero sorprendente per un giornale economico, se si considera che l’Italia è riconosciuta come uno dei paesi con il maggiore potenziale in termini di creazione di lavoro, capacità manifatturiere e riduzione delle emissioni di una decisa svolta green. Tanto per fare un esempio, se si aumenta di un punto l’efficienza energetica, si riducono del 4% le importazioni di gas e si creano 330.000 posti di lavoro (fonte, Commissione europea).

Questa insensibilità si ritrova nelle misure “fossili” nella manovra di bilancio, da sussidi che mettono praticamente sullo stesso piano vetture a diesel e elettriche (basta che si comprino) al rinvio della piccola tassa sulla plastica e del taglio ai sussidi ambientalmente dannosi, allo stesso super-bonus edilizio, che con le sue complicazioni di applicazione e criteri troppo permissivi in termini di impianti a gas rischia di essere un peso per le casse pubbliche senza grandi effetti sulle emissioni; e un ritorno in grande stile, tra le priorità del piano di recupero, del Tunnel della Valsusa e altre grandi infrastrutture non prioritarie a scapito di azioni strategiche sulle città, sui trasporti locali e sulla mobilità dolce.

A ciò si aggiunge la nebbia fitta su come l’Italia adatterà i suoi obblighi europei sul Piano Clima ed Energia, evidentemente non adeguato rispetto agli obiettivi europei di 55% di riduzioni di emissioni entro il 2030, ai fondi europei disponibili, sia quelli ordinari (circa 70 miliardi di euro da qui al 2030) che quelli rimasti da spendere del periodo 2013-2020, dato che solo il 30% è stato speso. Come si può ribaltare una concezione cosi radicata di crescita non sostenibile e una governance incapace di impostare riforme e investimenti in modo strategico e coerente e si contenta di slogan vuoti e di azioni disperse e di brevissimo respiro? Vedo due strade.

1. La prima è la rapida decisione sulla governance sui fondi europei a due livelli, entrambi pubblici e trasparenti, il primo che chiarisce i criteri di accesso alla presentazione dei progetti e sulla base di quali criteri: città, società civile, categorie produttive, molte sono le proposte anche innovative che si stanno elaborando e sarebbe un peccato sprecare tutto questo fermento per limitarsi ad accontentare questa o quella categoria amica di Renzi o vicina a Conte; in altri paesi, e già da mesi, si moltiplicano consultazioni e forum che raccolgono proposte e idee con metodi anche innovativi, come la combinazione di esperti e cittadini e cittadine estratte a sorte come si fa in Irlanda o in Francia.

Pur se siamo in grande ritardo, non è possibile saltare a piè pari la fase di dibattito pubblico su un tema cosi determinante per tutti e tutte. E’, appunto, anche un tema di qualità della democrazia. Il secondo è la definizione di chi decide: il punto insomma non è “centralizzazione sì o no”, perché è ovvio che ci sarà il governo “in fine” a essere responsabile. Ma se non c’è chiarezza sulle procedure e i criteri il tutto sarà solo un pasticcio – come già si vede – arbitrario.

2. C’è poi una seconda strada che deve essere perseguita ed è il controllo sulla attuazione scrupolosa dei criteri adottati a livello europeo per la concessione di prestiti e sussidi. Il Parlamento europeo e il Consiglio dei Ministri hanno approvato in questi giorni i regolamenti contenenti i criteri per la concessione dei prestiti e dei sussidi degli strumenti previsti da Next Generation Eu, primo fra tutti lo Strumento di Recupero e resilienza che in Italia si insiste a chiamare Recovery Fund.

Ebbene, un rapido sguardo a questi criteri ci permette di notare che se uno dei 4 paesi “frugali” o la Commissione mettessero il naso sul Piano proposto potrebbero davvero avere da ridire. Ad esempio, il criterio principale per investimenti e riforme deve essere quello del “Do not significant harm”, e cioè non si possono finanziare attività che entrino in contrasto con l’insieme dei target ambientali europei, dai rifiuti, alle emissioni industriali, alle regole su acqua e qualità dell’aria.

Considerato che su questo l’Italia paga ancora multe per decine di milioni all’anno al bilancio comunitario, è evidente che senza una presa di coscienza generalizzata sulle dimensioni del cambio di mentalità e priorità necessarie ci ritroveremo a fine 2021 con gli stessi problemi e le casse vuote.