Calcio

Ti ricordi… Ariel Ortega, l’unico vero erede di Maradona: tra dribbling, delizie e pallonetti, un talento affogato nell’alcol

Madeleine: una data, un ricordo, un personaggio - La rubrica del venerdì de ilfattoquotidiano.it: tra cronaca e racconto, i fatti più o meno indimenticabili delle domeniche sportive degli italiani

Minuto 87, sotto di un gol, bisogno disperato di punti. Punizione dal limite, ma la posizione è troppo defilata, la barriera troppo folta e troppo attaccata alla porta. Resta il secondo palo, quello del portiere: che però è il più lungo della Serie A, Seba Rossi. Tirare lì è la scelta più folle. Appunto. Il colpo al pallone è una carezza, la traiettoria una bugia che pare finire tra le braccia del portiere del Milan: “tra”, nel senso che ci passa in mezzo e finisce in porta, regalando un pareggio insperato alla Sampdoria. Una bugia quella traiettoria, come in un sogno: come Ariel Ortega che quella punizione l’ha tirata, il 20 dicembre del 1998, 22 anni fa. Quella Samp sarebbe retrocessa nonostante Ariel, quel Milan avrebbe vinto lo scudetto nonostante quel pareggio rocambolesco di Marassi. Ma queste sono statistiche e roba da almanacchi: Ortega no, Ortega è un sogno, tra i più grandi di una generazione.

Come quando ti svegli proprio mentre il viaggio onirico era nel clou: ci pensi e provi a riaddormentarti per continuarlo, quel sogno. Perché Diego, a metà anni ’90 era quello: un sogno finito troppo presto, e Ariel, specie per quelli che Maradona se l’erano goduto troppo poco, avrebbe dovuto esserne la continuazione. E gli echi che arrivavano all’epoca: già nel 1993/94, dicevano che gli ingredienti erano quelli; gambetas, i dribbling, somministrati in ogni partita in dosi prepotenti, per gli avversari, per i tifosi e per quello che sembrava goderne di più, lo stesso Ariel, e poi las vaselinas, i pallonetti, altro marchio di fabbrica di Ortega. Una voglia di irridere e di divertire, che assieme alla tendenza all’abisso, all’autodistruzione, contribuiscono a creare quel sogno e ad alimentarne l’eco.

Non nasce dalle “villas” di Buenos Aires, ma da Ledesma, zona rurale al confine con la Bolivia, stessa povertà, forse più ancestrale delle periferie della capitale. In quelle campagne il piccolo Ariel si guadagna il soprannome “burrito” asinello per via del papà che era “burro”, asino. Il soprannome non sarà l’unica cosa che erediterà dal padre. E poi il pallone: unico elemento con cui Ariel sembra avere un rapporto sereno. Già, e lo dimostra negli esordi proprio col Ledesma quando in un derby contro l’Alberdi non capisce che c’è sotto una combine, o magari fa finta, e segna, finendo insultato da avversari e compagni. Ma quel dribbling stupendo, forse il migliore mai visto dopo Diego nella sua accezione più pura di capacità di mandare l’avversario gambe all’aria e scappare con la palla, e le qualità indiscutibili del giocatore lo portano a essere notato: va al River Plate. A Buenos Aires incontra il secondo e ultimo elemento in grado di andare d’accordo con lui: il primo era ed è il pallone, l’altro è Daniel Passarella. Esordisce nel 1991, a 17 anni, in prima squadra, diventa titolare e partecipa alle stagioni più vincenti della storia del River: 4 Apertura e una Libertadores. Va al mondiale 1994 come calciatore più giovane alla corte di Alfio Basile: il compagno di stanza? Maradona, ovviamente. E già lì, mentre Diego inventava il gol alla Grecia e assaporava per una decina di giorni un illusorio sapore di rinascita i media raccontavano di quel ragazzino in panchina, destinato a riprenderne le gesta.

Lì inizia quel sogno chiamato Ortega: l’eco delle sue gambetas e dei suoi gol si fa sempre più forte e diventa il primo, il più amato dei “nuovi Maradona”. Iniziano ad arrivare i primi video: guardarlo mandare ai matti gli avversari è strabiliante, guardarlo con la maglia della nazionale alle Olimpiadi del 1996 pure. E lo vorrebbero in tanti: Corrado Ferlaino lo sogna la notte, lo vorrebbe, fortissimamente lo vorrebbe a Napoli, ma stavolta soldi non ce ne sono e il trucco della busta vuota lo conoscono già. Lo prende il Valencia nel 1996 alla fine: ma per Burrito in Europa cominciano quei problemi che negli anni 90 riguardano più o meno tutti i fantasisti, “la collocazione tattica”, e in più con Claudio Ranieri non va molto d’accordo, anzi proprio per niente e pure per questo ci vuole talento. Alterna prestazioni sublimi a partite opache finché arriva la chiamata dall’Italia: nel 1998 lo prende la Samp di Luciano Spalletti. E’ un colpo importantissimo: un sogno, non solo per i tifosi doriani. Burrito infatti arriva, ancora una volta coi crismi del fuoriclasse assoluto: il mondiale 1998 è stato ottimo, ma interrotto ancora una volta in malo modo, con una testata assurda al portiere Edwin Van der Saar contro l’Olanda ai quarti di finale, dopo una partita giocata benissimo, come tutte quelle di quel mondiale.

Ma è una stagione sbagliata per la Samp: Ortega regala colpi incredibili, come un pallonetto oltre i limiti della fisica all’Inter, le punizioni contro Milan e Juventus, ma saranno solo 8 gol che non salvano i blucerchiati dalla B. Il resto, dal Parma, ai ritorni al River alla nazionale fino all’addio è un eterno rincorrersi di altezze paradisiache, con trofei vinti e gol segnati da assoluto protagonista e discese infernali, come l’arresto per rissa completamente ubriaco, la fuga dal Fenerbache , le continue ricadute nell’altra eredità paterna oltre al soprannome: l’alcol. E’ ritornato in campo in maniera costante: e sempre, anche quando era devastato nel fisico e nella testa dai suoi demoni con la voglia di regalare gioia ai tifosi, cosa che puntualmente ha fatto, come dimostra il suoi addio al calcio, tra le lacrime del Monumental. Anche la nazionale Argentina gli regala l’ultimo cameo a 36 anni, venendo convocato per un’amichevole prima del mondiale 2010. E da chi, se non da Maradona? Il primo tra gli eredi di Maradona, il più amato, anche di Messi: un grande sogno, Ortega, e una grande e bella bugia.