Tecnologia

Bonus bici, il clic day si rivela un disastro. Ma il problema non è solo informatico, è a monte

Anche il bonus bici, monopattini elettrici e hoverboard è andato in lockdown. Faccio riferimento ovviamente alla piattaforma sviluppata dalla società di Ict del Tesoro, Sogei, che per i troppi tentativi di accesso, prima è risultata inaccessibile nella mattinata di oggi e poi ha pensato di gestire il problema di sovraccarico “mettendo in coda” centinaia di migliaia di richiedenti.

Insomma, nonostante la digitalizzazione dovrebbe evitare proprio code allo sportello, adesso la novità tutta italiana è che le code si garantiranno anche online nei rapporti con la PA.

E, a quanto pare, anche il sistema pubblico di identità digitale – che secondo il Codice dell’amministrazione digitale dovrebbe garantire un’identificazione informatica nei rapporti con la PA per assicurare servizi online efficienti – fa i capricci. In poche parole, un disastro informatico che ben rappresenta il reale stato della digitalizzazione nel nostro Paese da anni relegato nelle ultime posizioni dell’indice europeo DESI. Del resto, si è passati solo in quest’ultimo periodo dal flop dell’app Immuni alle autodichiarazioni (rigorosamente cartacee), fino – oggi – ai server non configurati correttamente per gestire domande da tempo prevedibili.

Tutto ciò è senz’altro lo specchio di un Paese burocratico, vecchio, indifendibile, che continua a “blaterare di innovazione digitale”, ma che è invece rinsecchito di analogico sino al midollo.

Ed è un peccato perché l’attuale periodo sarebbe invece propizio per dimostrare quanto il digitale potrebbe accorciare le distanze tra PA e cittadini/imprese. Ma il problema è a monte, strategico, non è informatico. Infatti è ovvio che qualsiasi sistema informatico vada in crash con certi numeri (pur prevedibili). E per questo occorre, appunto, sviluppare corrette strategie che prevengano tali ovvi problemi.

Ma ha senso far ripercorrere al digitale i vecchi schemi analogici? La domanda da porsi ogni giorno che proponiamo mirabolanti servizi informatici è tutta qui.

Eppure il Codice dell’amministrazione digitale contiene da tempo principi rivoluzionari con i quali le PA dovrebbero fare i conti. Si legge da quasi vent’anni nell’art. 12 del Codice che le pubbliche amministrazioni devono utilizzare le tecnologie dell’informazione e della comunicazione per la realizzazione dei loro obiettivi di efficienza, efficacia, economicità, imparzialità, trasparenza, semplificazione e partecipazione nel rispetto dei principi di uguaglianza e di non discriminazione. E sempre il Codice, nel suo art. 15, precisa che la riorganizzazione strutturale e gestionale delle pubbliche amministrazioni, volta al perseguimento degli obiettivi previsti nel prima citato articolo 12, deve avvenire appunto attraverso il migliore e più esteso utilizzo delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nell’ambito di una coordinata strategia che garantisca il coerente sviluppo del processo di digitalizzazione.

E a leggere questi importanti principi tutto ciò che attualmente ci circonda sembra una triste barzelletta. Ci sono gli strumenti informatici (firme elettroniche, spid, carta di identità elettronica etc.), c’è la normativa europea, quella nazionale, tecnica, ci sono persino i Piani triennali, ma tutto continua a franare irrimediabilmente in balzelli sempre burocratici e semplicemente trasfusi in ambiente digitale.

In verità, a livello politico e amministrativo sembra mancare del tutto la volontà e la giusta attenzione verso processi che non sono semplici, ma vanno disegnati con cura. E per arrivare a disegnare processi nativamente digitali e quindi animati da strategie coerenti con le necessità di un mondo che ormai è in balia dei bit, occorre costruire competenze multidisciplinari nel mondo della PA. E siamo lontanissimi dal farlo.

Tutto ormai è preceduto da uno storytelling petulante che ci annuncia una nuova rivoluzione digitale che ci riguarderà. Ma che non arriva mai.

O forse, impietosamente, abbiamo solo bisogno di pesanti sanzioni a carico di chi non garantisce un giusto approccio all’innovazione. Forse l’Italia digitale si merita impietosamente solo questo.