Calcio

Coronavirus, la Serie A come il Marchese del grillo: “Io sono il calcio e voi restate chiusi”. Ma il Covid è una livella: siamo tutti uguali

Venerdì, nel corso di tutta la giornata che è culminata nella conferenza stampa del premier Conte e nell’annuncio del nuovo Dpcm, continue pressioni da parte del pallone hanno accompagnato l’attesa del decreto, nella speranza di condizionarlo. Invano

“Io so’ io, e voi non siete un…”: parafrasando la famosa frase del Marchese del grillo in tempi di Coronavirus, “io so’ il calcio, e voi restate chiusi”. Viene proprio da vederlo il pallone italiano andare a bussare alla porta del governo per chiedere favori e deroghe per tornare a giocare, mentre il resto dello sport (anzi, del Paese) deve stare fermo. Con insistenza, a tratti con sguaiatezza, magari col faccione di Claudio Lotito, paladino della cordata della ripresa immediata, perfetto nei panni di Alberto Sordi, ma andrebbe benissimo anche il volto più elegante di qualche altro dirigente, la sostanza non cambia.

È successo che negli ultimi giorni, mentre il governo si trovava a gestire l’ennesima emergenza nell’emergenza, prolungare fino (almeno) al 3 maggio il ferreo lockdown, che vuol dire crisi e sacrifici per milioni di italiani, rovina per centinaia di migliaia di imprese, ha dovuto pensare pure a respingere il pressing asfissiante del pallone. O meglio della Serie A, che vuole a tutti costi terminare la stagione (discutibile, ma comprensibile) e pretendeva di tornare ad allenarsi subito.

Venerdì, nel corso di tutta la giornata che è culminata nella conferenza stampa del premier Conte e nell’annuncio del nuovo Dpcm, continue pressioni da parte del pallone hanno accompagnato l’attesa del decreto, nella speranza di condizionarlo. I presidenti della Serie A, non tutti in realtà perché la Lega è sempre divisa, quelli più interessati a concludere la stagione (dalla Lazio di Lotito in giù), chiedevano di poter riprendere almeno gli allenamenti il prima possibile, magari già dopo Pasqua. Non è questione banale, perché prima si torna ad allenarsi, prima si torna a giocare. La stessa Federcalcio, seppur con toni, garbo e tempi differenti, ha spalleggiato la richiesta. Che però si è scontrata sul muro del governo: nessuna concessione. Il Dpcm è stato uno schiaffo al pallone, quasi una figuraccia per chi aveva brigato e questionato. Non che gli altri abbiano fatto meglio: anche i presidenti contrari alla ripresa non lo sono certo per amor di sport o della salute pubblica, solo per interesse, perché non vogliono retrocedere o si sono fatti i conti in tasca e pensano di guadagnare dallo stallo. E pure loro hanno fatto le loro pressioni.

C’è un fatto, però. Basket, pallavolo, rugby, tutti i principali sport di squadra italiani non soltanto sono fermi, ma hanno pure già annunciato che la stagione 2019/2020 è finita. Solo il pallone continua ad ostinarsi, come non ha mancato di sottolineare Giovanni Malagò: “Prendo atto che il calcio ha scelto una strada diversa”, ha detto con una punta di veleno il presidente del Coni, sempre pronto a dare una botta a quel mondo con cui vive uno strano rapporto di odio e amore (l’ha commissariato nel 2018, salvo venirne respinto con perdite). Gli ha risposto immediatamente il n.1 della Figc, Gabriele Gravina: “Il calcio ha la sua specificità”. Ed è vero, nessuno lo nega. Ma questo non vuol dire che debba avere un trattamento preferenziale.

Nell’emergenza ognuno gioca la sua partita. Il calcio italiano però deve capire una cosa: questo non è tempo di privilegi. Capiamo le ragioni per cui la Serie A ha bisogno di concludere la stagione iniziata, riconosciamo la sua importanza socio-economica nel Paese. Ma questa continua richiesta di deroghe (e di aiuti: non scordiamo le tante misure di sostegno proposte e fin qui non concesse, dai soldi delle scommesse in giù) non fa bene al pallone: è controproducente, e comunica l’immagine di un mondo egoista. Se tutti gli altri sport sono fermi, deve esserlo pure il calcio, perché il contrario non sarebbe giusto e costituirebbe un precedente pericoloso (immaginate le conseguenze sul distanziamento sociale se tutti tornassero da domani ad allenarsi). Se i timori di Figc e Lega per il futuro sono leciti, non valgono più di quelli di qualsiasi impresa non essenziale chiusa (e il pallone, per quanto ci manchi, proprio non lo è). Dal 4 maggio quando gli altri lavoratori (forse) potranno andare a lavoro, anche i calciatori torneranno ad allenarsi: se questo basterà a concludere la stagione tra giugno e luglio, è un problema soprattutto del pallone. Di fronte al Covid siamo tutti uguali. Persino il Marchese del grillo, cioè il calcio.

Twitter: @lVendemiale