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Il Regno Unito non ha ancora un piano post-Brexit sull’immigrazione. Tre considerazioni

La questione del confine tra Irlanda e Irlanda del Nord ha riacceso i riflettori sulla Brexit. Il tour europeo di Johnson della scorsa settimana, prima da Angela Merkel, poi da Emmanuel Macron, e infine al G7 di Biarritz, ne è la prova. Dopo il cambio di guardia a Downing Street, quindi, il lungo e ormai quasi triennale braccio di ferro tra capitali ritorna sui termini dell’uscita del Regno Unito dall’Unione europea.

Nonostante la scadenza del 31 ottobre prossimo, non si ha ancora un’idea di come il Paese vorrà gestire la questione del cosiddetto “backstop” irlandese, mirato a garantire che nessuna frontiera fisica venga creata sull’isola. Stando alle dichiarazioni e ai botta-e-risposta degli ultimi giorni, il tema del confine però non riguarda solamente il passaggio di beni e merci, ma torna ad essere una buona occasione per parlare di uno dei punti più caldi del piano britannico – la fine della libera circolazione delle persone tra Ue e Uk.

Oltre il confine: il report che non c’è

Una portavoce del governo britannico ha già fatto sapere, ad esempio, che una delle conseguenze immediate del mancato accordo sull’uscita sarebbe la fine della libera circolazione delle persone. Downing Street starebbe infatti esplorando la possibilità di implementare un sistema a punti sul modello australiano. Tuttavia, il condizionale resta d’obbligo: a oggi, nessuno della Migration advisory committee – la Mac, autorità indipendente indicata da Johnson per il report un mese fa – ha ricevuto una richiesta di questo tipo (anche se, fanno sapere, la aspettano). Ma il Regno Unito lascerà comunque l’Ue tra poco e non si ha ancora un’idea di quello che Londra ha intenzione di fare con i flussi migratori. Tre cose, invece, possiamo già evidenziare in uno scenario che, sebbene non si siano fatti molti passi avanti dal 2016, torna ora ad animare le relazioni tra gli stakeholders europei e Londra.

1. L’attacco a uno dei pilastri dell’Unione europea

Già nel settembre 2018, Theresa May aveva espresso fermamente l’intenzione di porre fine “all’immigrazione senza controllo proveniente dall’Unione europea”. Il 25 luglio scorso, Boris Johnson ha ribadito di voler portare a compimento questa promessa. Si ribadisce così l’opposizione e la contrarietà verso uno dei principi fondamentali che hanno ispirato il processo d’integrazione europeo – la libertà di circolazione e soggiorno delle persone.

Sancita e garantita dal trattato di Maastricht del ’92, dalla creazione dell’area Schengen, e dalla direttiva 2004/38/CE, questa rappresenta una delle pietre angolari delle libertà che l’Unione europea mira a condividere tra i suoi Paesi membri. Le dichiarazioni e la vittoria del Leave nel 2016 nel Regno Unito, un Paese i cui rappresentanti hanno contribuito a dipingere i tratti di questa Unione fin dall’inizio (sebbene, da non fondatori, sempre con una relazione con noi piuttosto ambigua), è certamente una dura critica dritta al cuore di quello che l’Ue è riuscita a diventare oggi – nonostante tutto.

2. Opportunità e mobilità, lavoro e formazione

E la libera circolazione delle persone è stata sfruttata non solo dai cittadini dell’Est Europa entrati a far parte dell’Unione nel 2004 e nel 2007. Sono tantissime anche le persone provenienti dai membri fondatori dell’Ue che hanno deciso (o dovuto) cogliere le opportunità offerte dalla possibilità di spostarsi, traslocare. Ho avuto l’occasione di conoscere questo tipo di libertà in prima persona, partecipando ai programmi di mobilità studentesca in Francia, Estonia, nello stesso Regno Unito.

Poi ho riproposto quel bagaglio di cultura ed esperienze accumulate (non a prescindere migliori di altre, e non sempre positive) sempre all’estero, nel mondo del lavoro. E tanti ne ho conosciuti come me in giro per l’Europa, e tanti ne conosco che vorrebbero spostarsi, per un cambio di vita o solo temporaneamente – tanto in Italia quanto altrove. Studiare e lavorare all’estero, Regno Unito compreso, ha rappresentato per molti una mobilità che si fa mobilità sociale. E migliorando la propria condizione in un altro luogo, si migliorano le cose anche nel Paese di destinazione, molto più spesso di quanto si creda.

3. Il (grosso) contributo dei migranti nel Regno Unito

Boris Johnson infatti, guarda un po’ l’ironia, avrebbe potuto consultare i report di solo un anno fa della stessa Migration advisory committee cui intende rivolgersi. Fonti governative hanno calcolato come gli immigrati nel Regno Unito contribuiscano più dei nativi britannici, al netto di benefits e tutto il resto, alle casse dello Stato. Insomma, danno molto più di quel che ricevono. Nel 2016/2017, ad esempio, un immigrato in età adulta proveniente dall’Ue ha contribuito in media con 2.300 sterline in più alla finanza pubblica rispetto a un cittadino britannico della stessa fascia.

L’impatto di questo contributo è destinato a rimanere fondamentale, in particolar modo considerando l’invecchiamento progressivo della popolazione nel suo insieme. Paradossalmente, proprio gli elettori di mezza età oggi che hanno sostenuto il Leave e che votano per i conservatori sarebbero i più colpiti dalla riduzione dell’immigrazione nel Regno Unito, vedendo la sostenibilità delle loro pensioni seriamente a rischio.

La libertà di circolazione con l’Europa non è il problema, sebbene sia stata fatta passare per tale. L’immigrazione dall’Est ha fatto abbassare i salari? Smentito. I flussi incontrollati hanno fatto arrivare troppe persone? I numeri dall’Ue sono tornati a quelli, più bassi, del 2009. Per non parlare del fatto che se il problema era l’est, farà piacere ai Leavers sapere che, nel 2018, sono più i cittadini del centro ed est Europa ad aver lasciato il Regno Unito di quelli che sono arrivati. Lo dice l’Istituto nazionale di Statistica britannico. Probabilmente, segno che l’Europa vista da Londra, per come si stanno mettendo le cose, non sembra poi così male.