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Petrolio, dietro le tensioni Arabia Saudita-Iran il crollo dei prezzi. Ecco le conseguenze per i grandi produttori

Teheran si prepara a riprendere le esportazioni mentre Ryad ha chiuso il 2015 con un deficit record a causa del calo dei ricavi. Sullo sfondo i contrasti all'interno dell'Opec, che ha tenuto alta la produzione per mettere fuori gioco la produzione di shale oil degli Usa, e la crisi di Russia, Brasile e Venezuela. L'Isis invece ha diversificato fin dall'inizio le fonti di entrate

Le scintille di inizio anno tra Arabia Saudita e Iran non sono (solo) l’ultimo capitolo dello scontro secolare tra le due anime dell’Islam. Ma anche il risultato di tensioni più recenti che toccano gli interessi economici delle due potenze: quelli legati alla produzione e all’esportazione del petrolio. I cui prezzi nei giorni scorsi hanno raggiunto i minimi dal 2004, dopo aver perso circa il 70% dal giugno 2014. Una rivoluzione che, intrecciata con le novità tecnologiche sul fronte dell’estrazione, sta mettendo in ginocchio molti grandi produttori – dal Sudamerica alla Russia – e ha affossato anche i conti 2015 della monarchia saudita. Mentre Teheran, che da decenni non poteva vendere oro nero all’estero, dopo l’accordo sul nucleare firmato con la comunità internazionale si prepara a riavviare le estrazioni su larga scala e a registrare ingenti ricavi aggiuntivi. E l’Isis? Lo Stato islamico ha ampiamente diversificato le proprie fonti di entrate, per cui risente relativamente del crollo delle quotazioni del petrolio.

Il barile potrebbe scendere fino a quota 15 dollari – Diciotto mesi fa, Brent e Wti superavano i 100 dollari al barile. Oggi si attestano in area 35 dollari. E secondo alcuni analisti, tra cui il responsabile della ricerca sulle commodity di Goldman Sachs Jeffrey Currie, l’eccesso di offerta continuerà anche nel 2016, con la possibilità di vedere un barile di greggio a 20 dollari. Una sensazione confermata dai dati provenienti dal New York Mercantile Exchange e dallo Us Depository Trust & Clearing Corporation, che segnalano acquisti in massa da parte degli investitori di opzioni di vendita nella fascia compresa tra i 30 e i 20 dollari al barile per il prossimo dicembre. E addirittura fino a un livello di 15 dollari. Il clima mite di questo inverno ha contribuito a ridurre la domanda di greggio, ma la sovrapproduzione appare un vero e proprio obiettivo dei Paesi produttori e in particolare dell’Opec, l’organizzazione che rappresenta il 35% dell’offerta globale.

L’Opec spaccata tra falchi e colombe non controlla più la produzione – Dopo aver rinunciato ad avere un prezzo target, durante l’ultimo vertice di Vienna l’Opec ha abdicato alle quote produttive dei singoli Paesi e anche a un tetto di produzione collettivo: una decisione che deriva dalla spaccatura tra i “falchi” capitanati dall’Arabia Saudita, che spingevano per il rialzo della produzione, e le “colombe” come Algeria e Venezuela che avevano invece chiesto un taglio per adeguarsi alla riduzione della domanda. L’obiettivo, non troppo nascosto, è mettere fuori gioco la produzione di shale oil degli Stati Uniti, cioè l’estrazione di idrocarburi non convenzionali, più costosa (tra i 45 e i 55 dollari al barile) di quella tradizionale. Una novità che ha spinto Washington, sempre a dicembre, a una decisione storica: l’eliminazione del bando alle esportazioni, introdotto 40 anni fa per favorire l’indipendenza energetica del Paese.

Negli Usa già nove gruppi in bancarotta e altri a rischio sotto il peso dei debiti – Gli effetti combinati di questa situazione si stanno facendo sentire. Il boom dello shale oil e i tassi di interesse vicini allo zero hanno favorito nel recente passato l’accumulo di debito da parte delle compagnie petrolifere, che hanno inoltre emesso obbligazioni ad alto rendimento (tecnicamente “high-yield”, ma anche “junk“, spazzatura, in quanto poco sicure), coperte da contratti di hedging con prezzi prefissati anche a 90 dollari, per finanziare le nuove trivellazioni. Il petrolio a sconto, unito al recente rialzo dei tassi da parte della Federal Reserve (il primo dal 2006), oggi mette a rischio questo impianto. Standard & Poor’s ha calcolato a fine novembre che oltre il 50% dei junk bond energetici sono “distressed”, ovvero a rischio default. Complessivamente, negli Stati Uniti circa 180 miliardi di dollari di debito sono a rischio default, il livello più alto dal 2009, e la maggior parte fa riferimento proprio al settore Oil & Gas. Secondo quanto riportato dalla Federal Reserve di Dallas, sono almeno nove le compagnie energetiche che nel quarto trimestre del 2015 sono andate in bancarotta, per un debito complessivo di oltre 2 miliardi di dollari, con una perdita di 70mila posti di lavoro dall’ottobre del 2014. Per Jeffrey Gundlach, fondatore della società di investimenti DoubleLine Capital e “Re dei Bond” secondo la rivista americana Barron’s, i downgrade dei titoli emessi dalle compagnie energetiche stanno già accelerando e proseguiranno con ulteriori default se i prezzi del greggio non ritorneranno sopra quota 50 dollari.

Arabia Saudita e Oman per la prima volta fanno i conti con l’austerity – Ma la strategia dell’Opec non è senza conseguenze né per gli stessi Paesi di quello che molti analisti considerano già un ex cartello, né per gli altri. Inedita la condizione dell’Arabia Saudita, che ha presentato per il 2015 un disavanzo di 98 miliardi di dollari (circa il 15% del Pil) a fronte di entrate petrolifere in calo del 23%, e si appresta a varare un articolato piano di austerity che prevede il taglio dei sussidi energetici, il rincaro del prezzo della benzina, delle bollette elettriche e dell’acqua, valutando inoltre l’introduzione dell’Iva e l’aumento delle accise su bevande e tabacco. Notizie simili provengono anche dall’Alaska e dall’Oman: lo Stato americano sta studiando la reintroduzione delle imposte sui redditi, dopo 35 anni di esenzione per i residenti, mentre il Sultanato ha già annunciato tagli alla spesa pubblica del 15,6 per cento.

Con il calo dei ricavi si aggrava la crisi di Venezuela e Brasile – Situazione critica per il Venezuela, il cui ministro del Petrolio ha chiesto la convocazione di un vertice tra i Paesi Opec e non Opec in gennaio per discutere nuovamente di azioni che possano dare impulso al prezzo del greggio, a cui è legata a filo doppio la fragile economia di Caracas. Il presidente Nicolas Maduro, che ha appena incassato la prima sconfitta elettorale del partito di governo da diciassette anni a questa parte, è alle prese con un’inflazione che nel 2015 ha raggiunto il 150%, con stime per l’anno in corso che puntano al 200 per cento. Sempre in Sudamerica, il Brasile sta attraversando uno dei momenti più difficili della sua storia recente. Il 2015 si è chiuso in forte recessione (-3,2%), con disoccupazione e inflazione crescenti, moneta svalutata del 35%, una richiesta parlamentare di impeachment per il presidente Dilma Rousseff e lo scandalo corruzione di Petrobras che si trascina ormai da oltre un anno. Il crollo del prezzo del petrolio ha colpito chirurgicamente lo Stato di Rio de Janeiro aggravando una crisi già profonda, alle porte dei prossimi giochi olimpici. La sanità ha già sofferto di numerosi tagli, gli stipendi non vengono pagati da mesi e i pazienti negli ospedali vengono rispediti a casa. E siccome Rio è responsabile del 67% della produzione di greggio (oltre al 40% di gas), per recuperare all’incirca 500 milioni di dollari è stata lanciata una flat tax da 0,69 dollari per ogni barile prodotto. Condizione simile per la Nigeria: il greggio vale il 75% delle entrate statali e quasi il 90% delle esportazioni del Paese. Anche qui si registrano impiegati pubblici senza stipendio e paradossalmente, per il maggior esportatore africano di petrolio, nonché uno dei maggiori del mondo, blackout energetici e mancanza di carburante per la popolazione.

L’asse Russia-Iraq-Iran e la strategia di Teheran – Ma da un punto di vista geopolitico i riflettori sono puntati su quanto sta accadendo in Russia, Iraq e Iran. Mosca, che a novembre ha visto il proprio Prodotto interno lordo contrarsi del 4% anno su anno, fa affidamento per quasi la metà delle sue entrate statali su petrolio e gas. Colpita anche dalle sanzioni economiche, la Federazione, che ha accusato l’Arabia Saudita di destabilizzare il mercato, dovrebbe aver chiuso il 2015 con una contrazione del Pil del 3,8%, con un budget che fissava il prezzo del barile a 50 dollari. Sono solidi i rapporti del presidente Vladimir Putin con Baghdad e Teheran, due protagonisti della cosiddetta Mezzaluna Sciita. Per finanziare la guerra allo Stato Islamico l’Iraq nel 2015 ha spinto sull’acceleratore dell’estrazione del greggio, ma l’atteso surplus di ricavi è stato assorbito dal calo dei prezzi. Ma ora anche l’Iran punta forte sulla produzione dell’oro nero. Il Paese, detentore della quarta riserva mondiale di petrolio, dopo l’accordo dello scorso luglio nel 2016 dovrebbe veder superate le sanzioni ed è pronto a produrre nel giro di una settimana fino a 500mila barili al giorno, per arrivare a quota 1 milione dopo un mese. Questa strategia, accompagnata dalle dichiarazioni di Mehdi Assadli, delegato iraniano all’Opec, che ha svelato un costo di produzione per barile da parte di Teheran inferiore ai 10 dollari al barile, potrebbe incrementare ulteriormente le pressioni sui prezzi e condurre a un muro contro muro ribassista proprio con Ryad.

Lo Stato islamico ha già diversificato – Meno esposto degli altri, al crollo dei prezzi del greggio, sembrerebbe invece lo Stato Islamico. A giugno, con il barile a 60 dollari, l’Is vendeva sul mercato nero a 30 dollari a barile. Ai prezzi odierni, che oscillano intorno ai 35 dollari, lo Stato Islamico vende intorno ai 20 dollari, registrando dunque un calo meno che proporzionale rispetto ai mercati ufficiali. E se fino allo scorso ottobre il commercio dell’oro nero rappresentava la sola fonte di entrate, anche a seguito degli attacchi alle infrastrutture da parte delle potenze occidentali e alla difficoltà di ripristino e manutenzione degli impianti l’Is (o Daesh) ha già provveduto a diversificare le proprie attività. La società di consulenza Ihs ne segnala infatti altre in grande sviluppo: in primis la confisca di terre e proprietà e le estorsioni nei territori sotto controllo (che raccolgono circa il 50% del totale delle entrate), oltre al traffico di droga e reperti archeologici, attività criminali come rapine in banca e riscatti a seguito di sequestri di persona, piccoli business legati a trasporti, elettricità e attività immobiliari e infine donazioni e sovvenzioni. Per non parlare del fatto che in un documento risalente a gennaio 2015, reso noto da Reuters, il consiglio degli ulema che risponde direttamente al sedicente califfo Abu Bakr al Baghdadi dà il via libera al traffico di organi dei prigionieri. Il volume d’affari complessivo di tutte queste attività è stimato attorno agli 80 milioni di dollari al mese, mentre il petrolio varrebbe oggi, percentualmente, meno della metà delle entrate totali.