Ambiente & Veleni

La “guerra delle alluvioni”: oltre 5mila morti in 55 anni. E i lavori, da Modena a Messina, sempre in corso

Dalla Toscana alla Sicilia, dalle Marche all'Emilia: nelle zone colpite dai più gravi disastri degli ultimi 10 anni pochi cantieri aperti e lontani dalla conclusione. E così a Scaletta Zanclea per portare i morti al cimitero si passa ancora da un terreno privato, mentre a Carrara i lavori al torrente esondato 4 volte in 12 anni non sono ancora cominciati

 

A Carrara l’argine si sbriciolò come un biscotto: era stato ricostruito male dopo un’esondazione. In più nessuno s’era accorto che i detriti delle cave di marmo cadevano giù nel greto del Carrione che quindi si gonfiava e si gonfiava e nessuno lo vedeva. Così i lavori – a 12 anni dalla posa della prima pietra – devono ricominciare. A Modena, invece, la colpa la dettero alle tane delle nutrie (anche se c’è chi si levò accusando i tassi) e all’argine fatto male: e da allora solo una parte dei cantieri è partita. A Scaletta Zanclea, in provincia di Messina, avevano costruito dove non dovevano e venne giù tutto: i lavori sono ancora di là dal finire, strade spezzate, per portare i defunti al cimitero bisogna passare dai terreni di un privato. Olbia l’edilizia è arrivata nel letto dei fiumi, tutti piansero e si batterono il petto a leggere la lettera di Samuele, 19 anni, che dopo aver perso la nonna, Anna, più o meno scrisse: “Potremmo dare la colpa a quella che tutti hanno chiamato tornado e invece è colpa nostra che non abbiamo fatto niente contro la furia cementizia“. Da allora i lavori di messa in sicurezza devono ancora partire (fissati al febbraio 2016). E poi Genova, il Bisagno e il Fereggiano, gli eterni Bisagno e Fereggiano, che superano le ere geologiche: non ce la fanno a portare via tutta l’acqua che gli piomba addosso, eppure ogni progetto di scolmatore resta nei sogni della gente di Genova: serviranno anni, altri anni. Ma non è vero che in Italia non si fa niente, non è vero che tutto è bloccato, che la burocrazia ingessa. Alle Cinque Terre, per esempio, dopo l’alluvione del 2011, fecero prestissimo a progettare e aprire i cantieri. Peccato, però, che – secondo magistrati e Finanza – i lavori “urgenti” venivano fatti o in parte o per niente (nel senso che erano inutili). I soldi che sarebbero serviti per incerottare il territorio finivano invece in fatture false e rendiconti gonfiati. E quindi a gennaio in 4 sono finiti ai domiciliari e altri 24 nel registro degli indagati: politici, funzionari, imprenditori.

In 55 anni oltre 5mila morti (dal 2005 131)
Dal 1960
le località colpite da alluvioni e frane sono state 4419 distribuite sui territori di 2458 Comuni. I morti sono stati 5553, i feriti gravi 3912. Negli ultimi dieci anni, secondo un conto artigianale e stimato per difetto, sono morte a causa di alluvioni, esondazioni, frane 131 persone. Il disastro più grave degli ultimi 10 anni è del 2009: a Giampilieri e Scaletta Zanclea morirono in 36. Seguono le tragedie di Olbia (2013, 19 vittime) e l’alluvione delle Cinque Terre e della Lunigiana (2011, 13 morti). I danni in media sono di 3 miliardi e mezzo di euro ogni anno. Di 700mila frane registrate in Europa mezzo milione sono solo in Italia, dove secondo l’Ispra il ritmo è di mille-2mila all’anno (il 10 per cento di queste è  ritenuto più pericoloso). Otto milioni e mezzo di italiani, secondo il consiglio nazionale dei geologi, vivono in territori a rischio alluvioni: più di uno su 10. In queste zone si trovano oltre 28mila tra monumenti e altri beni culturali e oltre 7mila scuole. Le Regioni più colpite nel 2014, secondo il presidente del Cng Gian Vito Graziano, sono state Liguria, Piemonte, Toscana, Veneto, Campania, Lombardia e Sicilia.

Il piano del governo Renzi: 7100 cantieri. Aperti? 642 in 16 mesi
Ora il piano di Italia Sicura prevede 7100 interventi per un totale di 7 miliardi. Come ha spiegato giorni fa sull’Unità il coordinatore Mauro Grassi c’è già pronto un mini-piano d’emergenza da un miliardo e 300 milioni, che ilfatto.it aveva raccontato essere gli stessi del post alluvione di Genova, del novembre 2014. Seicento di questi, ad ogni modo, saranno impegnati tra Genova, Milano e Firenze: gli altri finiranno a cantieri da aprire a Bologna, Olbia, Padova, Pescara, Venezia, Pisa, Carrara e Arezzo. Una seconda tranche di finanziamenti è promessa a Roma, Torino, Napoli, Messina, Parma, Catania. “Forse non c’è stata una svolta, ma almeno i politici non si possono più voltare dall’altra parte” dice Graziano. Il ministro dell’Ambiente Gian Luca Galletti promette impegno e intanto ricorda che in passato è stato fatto poco e in più ci si sono messi i condoni edilizi: “Mai più condoni” ripete senza mai ricordare che nella stagione delle sanatorie del governo Berlusconi in maggioranza c’era anche l’Udc a cui appartiene. “Il Paese non ha ricevuto ‘manutenzione’ per decenni – ha detto di nuovo in queste settimane il ministro – Nessuno pensi che il governo abbia la bacchetta magica, noi non l’abbiamo. Possiamo fare un cosa diversa, iniziare un processo per risistemare il territorio. Ciò, però, non solo mettendo le risorse ma aprendo i cantieri, che vuol dire sburocratizzare il sistema, renderlo più trasparente, ed è quello che abbiamo fatto in questo anno”. Quei soldi “possono diventare cantieri subito”. Possono. Graziano, che fa parte della cabina di regia di Italia Sicura, al fatto.it ha spiegato che i cantieri partiti dal giugno 2014 sono stati 642. E il motivo sta proprio nel giro dell’oca giro burocratico: chi deve trasformare i soldi in progetti sono le Regioni che però prima di aprire il bando devono passare dalla Corte dei conti. E finché non hanno i soldi “in cassa”, Comuni e Regioni non possono nemmeno presentare un foglio A4.

Scaletta e Giampilieri. Le bare al cimitero? Dalla strada privata
La più grave alluvione degli ultimi 10 anni in Italia è avvenuta in provincia di Messina, in due paesini che guardano la Calabria. Era l’ottobre del 2009 e morirono in 36. Un evento talmente disastroso che sei di quelle persone sono ancora oggi formalmente disperse. E adesso che dal disastro sono passati già sei anni, i lavori di messa in sicurezza non sono ancora ultimati. Nel 2014 ilfattoquotidiano.it aveva documentato come Scaletta fosse ancora un cantiere aperto: dodici mesi dopo sono bastate le prime piogge di settembre per scatenare di nuovo il caos. “La strada statale 114 interrotta, nessun collegamento diretto con Catania, impossibilità di utilizzare il trasporto pubblico dato che l’altra strada d’accesso a Scaletta è ancora ristretta” spiega Irene Falconieri, studiosa di disastri ambientali, che l’1 ottobre del 2009 è scampata alla tragedia, riuscendo ad aggrapparsi ad un masso. “Gli argini ai torrenti – dice – sono stati rifatti, ma nonostante tutto, il Paese si è allagato di nuovo in queste settimane: e non sono venuti giù i massi dato che non si trattava di un’alluvione come quella del 2009. Il terrore che quell’inferno possa verificarsi di nuovo rimane”. Intanto continua ad essere vietato il transito della strada che conduce al cimitero comunale. “Ci sono stati dei lavori – dice Falconieri – ma rimane ancora in vigore l’ordinanza emanata dal Comune il primo ottobre 2009: è vietato a chiunque percorrere quella strada”. Il risultato è che le bare vengono portate al cimitero da una strada privata, che però non sempre è disponibile.

Modena, i lavori dopo l’alluvione di 18 mesi fa? In corso
Oltre 400 milioni di euro di danni e una vittima, trascinata via dalla furia dell’acqua. Era il 19 gennaio del 2014 quando il fiume Secchia ruppe l’argine inondando centinaia di case e aziende tra i Comuni di Modena, Bastiglia e Bomporto. Il fango è stato rimosso, ma quasi due anni dopo l’esondazione il rischio alluvione esiste ancora. Secondo la commissione tecnico-scientifica incaricata dalla Regione, la colpa dell’esondazione del Secchia è da attribuirsi agli animali selvatici e alla poca salute dell’argine.

Ma gli interventi di manutenzione, finanziati con una parte dei 220 milioni stanziati dal governo, non sono ancora conclusi. Solo alcune delle opere previste sono state eseguite, per un totale di 15 milioni. Per quanto riguarda gli altri 20 cantieri programmati per il 2015 (23 milioni), secondo i dati pubblicati dall’Aipo (l’agenzia interregionale per il Po) due sono in fase di completamento, mentre altri 9, “ritenuti prioritari, stanno per partire o sono partiti”. “I letti dei fiumi non sono stati toccati, ad esempio – dicono Antonio Carpentieri, consigliere comunale del Pd, e Elisabetta Aldrovandi, del comitato No Tax Area – e con la stagione delle piogge in arrivo non c’è da stare tranquilli”. Politica e comitati cittadini puntano il dito contro l’Aipo. Se due anni fa l’ente era stato accusato di non essersi dimostrato all’altezza, e si era parlato di riformarlo, oggi gli si imputa il mancato completamento delle opere di manutenzione. Ma spetterà alla Procura di Modena, che ha concluso da poco le indagini, stabilire se ci siano o meno responsabilità.

Marche, 4 alluvioni in 5 anni. Un terzo dei cantieri è fermo
Nelle Marche, dice il Cnr, le alluvioni negli ultimi 5 anni sono state 4. Nel 2010 ci fu un morto a San Costanzo (in provincia di Pesaro Urbino). Pochi mesi dopo, all’inizio del 2011, la zona più colpita fu quella di Casette d’Ete, nel Fermano: il torrente Ete straripò, padre e figlia furono travolti dall’acqua a bordo della loro auto. Una 85enne perse la vita cadendo in un fosso a Venarotta (Ascoli Piceno). A maggio 2014 il maltempo tornò a Senigallia, sulla costa della provincia di Ancona: il Misa ruppe gli argini e riversò in strada un muro di acqua e fango che lambì i primi piani delle case, sfiorando i tre metri di altezza. Nel 2010 erano stati stanziati quasi 36 milioni di euro, un fondo poi decurtato del 10 per cento e trasferito in varie tranche solo dopo diverso tempo. A questi fondi nel 2014 furono aggiunte risorse regionali che permisero di avviare (e in qualche caso concludere) 33 interventi su tutto il territorio. Secondo il portale #italiasicura nelle Marche sono stati avviati o conclusi 127 cantieri per 61 milioni di euro di lavori, mentre altri 46 per ulteriori 16 milioni sono in procinto di essere avviati. 

Carrara, il torrente esondato 4 volte in 11 anni (e i lavori al palo)
Un argine crollato non ancora ricostruito. Montagne di detriti nel letto del fiume. Cantieri ancora da aprire. Altri aperti, senza la presunzione però di chiudere in tempo per l’autunno. È il torrente Carrione a Carrara, a dodici anni dall’inizio dei lavori di messa in sicurezza e a uno dall’ultima, ennesima, alluvione che il 5 novembre 2014 ha devastato la città del marmo, con centinaia di sfollati e oltre 100 milioni di euro di danni. E non era la prima volta. Dal 2003 al 2014 sono stati spesi oltre 50 milioni di euro per la messa in sicurezza del torrente, che però negli stessi anni è esondato 4 volte. La prima nel 2003, quando morì una donna di 76 anni, travolta dal fiume in piena. Ci furono poi due alluvioni nel novembre del 2012, a distanza di 17 giorni l’una dall’altra, giusto il tempo di pulire case e strade dal fango. E infine nel novembre del 2014, quando il torrente sfondò l’argine realizzato 7 anni prima, ma che – dice la commissione d’inchiesta della Provincia – non era mai stato collaudato.

E nel frattempo, dopo un anno, non è ancora stato ricostruito: la competenza è passata dalla Provincia alla Regione, ma di progetti nemmeno l’ombra. Anche nel resto del torrente i lavori vanno avanti con tutta calma: a dodici anni di distanza dalla “prima pietra” della messa in sicurezza, siamo ancora nella fase degli studi e della progettazione. Nei suoi 20 chilometri il Carrione è stato rattoppato un po’ qua e un po’ là, da Regione, Provincia, Comune e Consorzio di bonifica. Ci sono 7 indagati tra dirigenti ed ex, pubblici e privati: il sospetto dei magistrati è che i lavori sul canale siano stati suddivisi in molti lotti per evitare la gara pubblica e aggirare così la certificazione di collaudo. I periti stanno verificando anche il ruolo avuto dai detriti delle cave del marmo, già finiti in un’inchiesta sull’alluvione del 2003: gli indagati per omicidio colposo in quel caso furono 24 fra ex sindaci, dirigenti comunali e imprenditori del marmo. La perizia dei tecnici dimostrò la sistematica occupazione dell’alveo da parte dei resti di lavorazione del marmo. Il processo finì con la prescrizione.

di Melania Carnevali, Annalisa Dall’Oca, Alessandro Madron, Giuseppe Pipitone e Diego Pretini