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Renzi vuole attrarre fondi sovrani. Ma non difende le aziende strategiche

Nel decreto Investment compact c'è una norma che "congela" le regole fiscali per chi investe oltre 500 milioni di euro in Italia. Il governo però non ha ancora definito la lista delle attività che per la loro particolare rilevanza devono restare in mano pubblica. Così si rischia di vendere anche infrastrutture fondamentali

Matteo Renzi apre ai grandi capitali stranieri che decideranno di puntare sull’Italia. Ma, nella bozza del decreto “Investment compact“, si dimentica di fare la lista delle attività strategiche che devono restare in mano pubblica. Nel documento che sta per approdare in Consiglio dei ministri l’esecutivo propone infatti il “congelamento” delle norme fiscali per chi investirà in Italia più di 500 milioni. Se la bozza dovesse passare così com’è, l’Italia diventerà un Paese più interessante per i fondi sovrani mediorientali e cinesi, oltre che per i grandi capitali privati (i cosiddetti private equity) e i fondi pensione statunitensi, che saranno al riparo da un cambio di regole in corso d’opera durante tutto il periodo d’investimento.

La proposta di Renzi lascia però perplessa una parte della politica che si chiede se non sia opportuno fissare paletti in funzione dell’interesse nazionale. Già a settembre, in occasione dell’audizione del premier al Copasir (Comitato per la sicurezza della Repubblica), il presidente leghista Giacomo Stucchi aveva chiesto al governo di capire “cosa è strategico”. E, ora, a dieci giorni dagli attentati al settimanale Charlie Hebdo e al supermercato kosher di Parigi, anche il Movimento 5 Stelle si interroga sui flussi di capitale fra Italia e Paesi mediorientali in rapporto a sicurezza e asset strategici. Il tema, del resto, è particolarmente caldo in vista dell’incontro tecnico che si terrà a Roma il 26 gennaio con i responsabili del fondo di Abu Dhabi, Adia, per parlare proprio di investimenti.

I fondi sovrani, soprattutto quelli mediorientali, sono stati finora protagonisti della finanza italiana. Direttamente o indirettamente il denaro proveniente da Paesi islamici è entrato nei settori più svariati. Capitali arabi sono finiti in una delle più importanti banche italiane, Unicredit, partecipata proprio da Adia, nella nuova alleanza Alitalia-Etihad, nel progetto di riqualificazione urbana di Milano Porta Nuova (in questo caso a investire è stata Qatar Holdings) nella moda di Valentino (Mayhoola for investments, altro braccio operativo del Qatar) e nelle carni di Cremonini (Qatar investment authority). E non è escluso che anche per Aeroporti di Roma possa arrivare un nuovo socio dalle aree del Golfo. Il denaro cinese ha conquistato, attraverso la società pubblica State Grid, una quota importante di Terna facendo affari direttamente con la Cassa Depositi e Prestiti. I fondi americani, infine, sono di recente notevolmente cresciuti a Piazza Affari e rivestono un ruolo di peso in partite sensibili come quella dei nuovi assetti azionari di Telecom Italia.

Non resta che chiedersi, a questo punto, se alla luce degli attentati di Parigi cambierà qualcosa nel dibattito sui flussi di investimento stranieri diretti in Italia. “Temo che, dopo gli attacchi in Francia, parte della politica possa concentrarsi sulla necessità di limitare l’accesso dei grandi capitali islamici” spiega a ilfattoquotidiano.it Gianluca Ansalone, consulente dell’ex presidente della Repubblica Giorgio Napolitano sui temi della sicurezza fino a una manciata di mesi fa e oggi in forze alla banca londinese Method Investment. “A mio avviso però questo approccio è sbagliato perché non c’è nesso tra i capitali dei fondi sovrani mediorientali e gli attentati – prosegue – Credo sia estremamente pericoloso un discorso simile perché significa indirettamente affermare che dietro questi fenomeni violenti ci sia una volontà degli Stati. Cosa che assolutamente non è reale”.

Meglio sarebbe invece definire l’elenco delle aziende di interesse nazionale su cui i fondi stranieri non possono mettere le mani. “Il governo Monti ha identificato solo i settori d’interesse: dall’energia ai trasporti alle infrastrutture“, spiega Ansalone. “Ora, anche alla luce di quanto accaduto, è arrivato il momento di entrare nel dettaglio indicando chiaramente quali sono gli asset strategici per il Paese. Un esempio fra tanti: le telecomunicazioni sono strategiche. Al loro interno però Metroweb è un asset fondamentale, perché attraverso la fibra passano i dati, mentre non lo è il doppino di rame. Discorso analogo vale per le reti energetiche”. Insomma, con la lista a portata di mano, il Paese eviterebbe di ripetere gli errori fatti in passato nella stagione delle grandi privatizzazioni degli anni ’90 quando assieme a Telecom Italia venne venduta anche la strategica rete pubblica di telecomunicazioni che oggi è al centro di una delicata partita per lo sviluppo della banda ultralarga.