Mafie

Trattativa, boss Cattafi voleva parlare con pm. E 007 interessati alla sua detenzione

La Procura di Palermo indaga sui rapporti tra l'eminenza grigia di Cosa Nostra e i Servizi. Ma i magistrati vogliono far luce anche su alcune intercettazioni del pentito Flamia che, in carcere, parla di un suo contatto nell'Intelligence "preoccupato" nei giorni in cui i giornali parlano dell'identificazione del signor Franco e della scomparsa dell'agenda rossa

I servizi segreti volevano sapere tutto della detenzione di Rosario Cattafi, il boss di Barcellona Pozzo di Gotto, oggi detenuto in regime di 41 bis. Arrestato l’ultima volta nel luglio del 2012, l’avvocato peloritano fa subito sapere ai secondini di volere riferire alcuni racconti inediti sulla Trattativa tra Cosa Nostra e pezzi delle Istituzioni. Ma prima che Cattafi riesca a parlare con i magistrati di Messina, l’Aisi si muove inviando a Giovanni Tamburino, allora capo del Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, una richiesta “urgente” per conoscere la situazione carceraria del boss barcellonese, le persone con cui parla, i colloqui ottenuti da detenuto. Una richiesta, quella dei servizi segreti, che lo stesso Tamburino definirà come irrituale e abbastanza inspiegabile nell’interrogatorio reso ai pm di Palermo che indagano sulla Trattativa Stato – mafia.

Lo scorso 28 settembre al palazzo di giustizia palermitano sono arrivati Angelo Cavallo e Vito Di Giorgio, pm della dda di Messina, che hanno incontrato i colleghi del capoluogo Vittorio Teresi, Roberto Tartaglia e Nino Di Matteo: l’oggetto del vertice è top secret, ma è un fatto che i magistrati palermitani stiano attenzionando particolarmente i rapporti tra Aisi e Cattafi. L’avvocato barcellonese, indicato da alcuni collaboratori di giustizia come trait d’union tra apparati dello Stato e Cosa Nostra, è l’uomo che avrebbe presenziato ad una riunione segretissima tra Cosa Nostra catanese ed elementi esterni all’organizzazione criminale in una villa tra Taormina e Letojanni nei primi mesi del 1992. A raccontarlo ai magistrati è il collaboratore di giustizia Filippo Malvagna, incaricato dallo zio boss Giuseppe Pulvirenti, detto “u Malpasotu” e fedelissimo di Nitto Santapaola, di trovare una villa da prendere in affitto per quel summit. Sempre in quell’occasione – secondo Malvagna – Pulvirenti raccontò delle entrature di Cattafi con ambienti legati alla massoneria e ai servizi segreti.

Vent’anni dopo, saranno proprio i servizi a chiedere al Dap informazioni dettagliate su Cattafi. E non si tratta dell’unico caso recente in cui apparati dell’intelligence avrebbero avvicinato boss di Cosa Nostra detenuti. I pm palermitani stanno indagando sui rapporti tra gli 007 e il pentito Sergio Flamia, che avrebbe ammesso di aver ricevuto 160 mila euro dai servizi in cambio di alcune informazioni. Prima di collaborare con la giustizia, Flamia venne infatti intercettato durante un colloquio carcerario con il figlio: i due parlando di uomini dei servizi, fanno il nome di un tale Enzo. “Non si fa sentire più, a quello gli fa così il culo (come dire che ha paura, ndr) perché per ora sta tutti i giorni sui giornali” dice Flamia intercettato, che però da collaboratore smentirà di essersi riferito ad uno specifico uomo dei servizi. I pm hanno esaminato i giornali dell’epoca (2009), rendendosi conto che in quei giorni gli articoli che sfioravano l’ambiente degli 007 raccontavano soltanto dell’indagine sull’identificazione del signor Franco e sulla scomparsa dell’agenda rossa di Paolo Borsellino dall’inferno di via d’Amelio. Un dato che gli investigatori valutano come importantissimo nella loro inchiesta: gli emissari dei servizi in contatto con Flamia sarebbero in qualche modo collegati a quelli attivi sullo sfondo del biennio stragista dei primi anni ’90.

Rapporti borderline tra servizi, contatti con i detenuti e dazioni di denaro a padrini che diventano confidenti: il copione di una scena che è già andata in onda nei penitenziari italiani nei primi anni Duemila. E che ha lasciato una traccia nel cosiddetto Protocollo Farfalla, l’accordo segreto tra il Sisde guidato da Mario Mori e il Dap di Giovanni Tinebra e Salvatore Leopardi. Oltre alle sei pagine del Protocollo e all’appunto top secret in cui i servizi comunicano di voler mettere a libro paga come confidenti otto boss detenuti, i pm palermitani hanno trovato anche un altro allegato: è pieno di tabelle e grafici e contiene i nomi di altri boss di Cosa Nostra. Solo che stavolta si tratta soprattutto di pezzi da novanta: in quell’elenco c’è il nome del capo dei capi Salvatore Riina, di suo cognato Leoluca Bagarella, del killer di Brancaccio Cosimo Lo Nigro, e di Fifetto Cannella, lo stragista di via d’Amelio che nel maggio 2004 sarà incluso nella lista dei boss di Cosa Nostra, ‘ndrangheta e Camorra, disponibili a diventare confidenti degli 007 in cambio di somme di denaro.

Prima di diventare confidente Cannella è quindi oggetto di approfondite analisi: il secondo allegato è infatti datato giugno 2003 e racconta di come i Servizi abbiano analizzato ogni attività di Riina, Bagarella, Lo Nigro. Dai vari avvocati difensori scelti dagli anni dai boss, al comportamento tenuto in carcere fino alla corrispondenza epistolare: tutti dati analizzati dagli 007, senza che nessuna di queste informazioni venisse mai girata all’autorità giudiziaria competente. Poi nel maggio del 2004 almeno uno dei boss monitorati nei mesi precedenti, salta il fosso: ed è così che Fifetto Cannella, lo stragista di Paolo Borsellino, diventa un confidente dei servizi, che come stabilito dal Protocollo Farfalla gestiscono in maniera esclusiva e segretissima le informazioni ricevute dal boss palermitano, senza avvertire i magistrati competenti.

Di che tipo sono le informazioni fornite ai servizi dal boss di Brancaccio? E come le hanno utilizzate gli uomini dell’intelligence? Interrogativi su cui lavorano gli inquirenti, dato che comunque Cannella avrebbe potuto fornire confidenze rilevanti. Secondo il collaboratore di giustizia Vincenzo Sinacori, viene inserito nella cosiddetta SuperCosa, la struttura ristretta e segreta attivata in seno a Cosa Nostra da Totò Riina in persona alla fine del 1991. Secondo Gaspare Spatuzza, sarebbe stato lo stesso Cannella e fornirgli cinque lettere, da inviare ai giornali la sera prima della strage di via Palestro, a Milano, il 27 luglio 1993. Quelle missive contengono la rivendicazione della strage da parte della Falange Armata, l’oscura sigla che esordisce autoaccusandosi dell’assassinio del secondino Umberto Mormile (firmandosi Falange Armata Carceraria), per poi passare ai delitti commessi dalla Uno Bianca e quindi sbarcare in Sicilia, seguendo la scia di sangue lasciata da Cosa Nostra. Una sorta di linea della Palma al contrario che dal ventre molle delle carceri, finisce negli appunti top secret dei servizi, seminando misteri e terrore.

Twitter: @pipitone87