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Nassiriya: la guerra non è finita, in Iraq si muore sempre

Ieri, in Iraq, è stata una buona giornata. Per vivere, una volta tanto, non per morire: le vittime d’attentati terroristici o di attacchi settari si sono contate sulle dita delle due mani, a quanto, almeno, è dato sapere. Di solito, va peggio, molto peggio. Dall’inizio dell’anno sono state uccise in Iraq quasi 6.000 persone, 964 a ottobre – 30 al giorno in media – il mese più cruento dall’aprile 2008, quando parevano ormai avviarsi a termine le operazioni militari delle forze internazionali. E ciò nonostante misure di sicurezza rinforzate e operazioni militari su larga scala (ma di scarsa efficacia).

Meglio che le vittime di Nassiriya non sappiano che fine ha fatto, dieci anni dopo, il Paese dove erano andati credendo di costruire la pace facendo la guerra.

L’arco del terrore che va dal Pakistan al Nordafrica ha come pilastri i due Stati che dovevano essere bonificati dopo l’11 Settembre, l’Afghanistan e, appunto, l’Iraq.

Non c’è quasi area del Paese indenne dagli attentati: Baghdad e Mosul soprattutto, ma pure Kirkuk, Samara, Ramadi, sono località nelle cronache di sangue di questi giorni. Obiettivi, sedi del potere, stazioni di polizia, moschee e luoghi di riunione. Delle vittime di ottobre, 855 erano civili, il resto militari e poliziotti; migliaia i feriti.

Sul piano politico, l’Iraq guarda alle consultazioni legislative del 30 aprile, per cui il Parlamento ha varato la scorsa settimana una nuova legge elettorale – loro ci sono riusciti!. Con un presidente, Jalal Talabani, curdo, che da quasi un anno viene curato in Germania dopo un attacco cardiaco, tutto il processo istituzionale è gestito dal vice-presidente Khoudayr al-Khuzaya. Le elezioni di primavera s’avvicinano in un quadro di contrasti politici, religiosi ed etnici, in seno al governo d’unità nazionale ancora presieduto da Nouri al-Maliki, leader sciita moderato, insediato alla guida dell’esecutivo ancora all’epoca di George W. Bush – gli era al fianco, quando Bush schivò le scarpe d’un contestatore iracheno.

L’esito del voto potrebbe sbloccare la paralisi che nasce dalla contrapposizione tra gruppi religiosi ed etnici sciiti, sunniti e, nel nord, curdi: un mix che mina da sempre l’integrità dell’Iraq e che sta alla base dell’insicurezza del Paese.

Nell’attuale legislatura, governo e Parlamento non hanno praticamente varato nessuna legge significativa, mentre la gente continua a subire la carenza o l’assenza di servizi di base essenziali, come l’elettricità e l’acqua, e la corruzione resta diffusa. Funzionano, sì, i pozzi di petrolio, che forniscono all’Iraq un gettito indispensabile.

Al-Maliki è stato a Washington all’inizio di ottobre e ha parlato con Barack Obama, soprattutto della lotta al terrorismo e della crisi siriana. Agli Usa, l’Iraq chiede maggiore cooperazione, in linea con il patto strategico firmato prima del ritiro, nel 2011, delle truppe combattenti americane. Washington intende aiutare Baghdad, anche con equipaggiamento militare, a contrastare “efficacemente” al Qaeda, che ha recentemente scisso i comandi iracheno e siriano. Un punto di forza di al-Maliki è di avere buone relazioni sia con gli Usa che con l’Iran. Ma in patria il premier è contestato dai sunniti, che lo accusano di atteggiamenti discriminatori, ed è criticato dagli sciiti, che subiscono più dei sunniti l’insicurezza. E ciò nonostante esibizioni di rigore giudicate “oscene” dall’Onu, come le 42 esecuzioni di condannati a morte nel giro di due giorni, circa un mese fa.

Il conflitto in Siria aggrava l’instabilità dell’Iraq, perché i ribelli siriani, per lo più sunniti, si battono contro il regime del presidente al-Assad, un esponente della minoranza alawita dell’Islam sciita. E ciò rinfocola in tutta la Regione le tensioni etniche e religiose.

Alla ricerca d’aiuti e di stabilità, l’Iraq non guarda solo all’America, ma anche all’Europa. Il sunnita Tariq al-Hashimi, legalmente ancora vice-presidente, ma rifugiato in Turchia dopo essere stato condannato a morte, chiede all’Ue una mano per “evitare una guerra civile”. E anche il Papa invita a pregare “per la cara nazione irachena colpita quotidianamente da tragici episodi di violenza, perché trovi la strada della riconciliazione, della pace, dell’unità e della stabilità”.

il Fatto Quotidiano, 12 Novembre 2013