Domenica scorsa l’appello contro la guerra, ieri la lettera a Putin in vista del G20 mentre contemporaneamente l’episcopato americano si rivolgeva alla Casa Bianca per bloccare l’opzione militare, domani la grande veglia in piazza San Pietro aperta ai fedeli di altre religioni e ai non credenti. In pochi giorni papa Francesco ha riportato la Santa Sede sulla scena politica internazionale dopo il lungo sonno diplomatico del pontificato ratzingeriano. Si completa così – con un ulteriore tassello – il quadro della linea strategica del nuovo pontefice.

Finora conoscevamo il papa-prete, il riformatore dei meccanismi economici vaticani, l’uomo che inizia a riorganizzare la Curia: adesso assistiamo all’ingresso di Bergoglio nell’arena mondiale, lì dove si decide della pace e della guerra. E per un pontefice, che ai giornalisti durante il tour brasiliano confessava di doversi ancora abituare ai rapporti con i media, Francesco si rivela pienamente padrone dei canali comunicativi moderni. Al suo appello appassionato all’Angelus di domenica – “Guerra chiama guerra e violenza chiama violenza… chiediamo a tutti di ascoltare la voce della propria coscienza” – è seguito un fitto lancio di tweet. Praticamente uno al giorno, a partire dal martellante “Mai più la guerra! Mai più la guerra! Mai più guerra!”.

Di pari passo il pontefice ha mobilitato i nunzi in ogni parte del mondo e ieri il suo “ministro degli esteri”, mons. Mamberti ha convocato gli ambasciatori accreditati presso la Santa Sede non solo per favorire una soluzione diplomatica, ma anche per esprimere la più netta condanna delle armi chimiche e chiedere conto del loro uso agli eventuali responsabili.    Con la sua mossa Francesco si pone volutamente nella scia dell’interventismo di Giovanni Paolo II. È un segno della Storia che avvenga esattamente dieci anni dopo la dura lotta diplomatica e d’opinione che Wojtyla condusse contro l’attacco di Bush e Blair contro l’Iraq. Tre milioni manifestarono contro la guerra a Roma il 15 febbraio 2003 in seguito all’appello del pontefice polacco.   

Il giorno, che iniziarono i bombardamenti contro l’Iraq, Giovanni Paolo II ricordò a Bush che avrebbe dovuto risponderne dinanzi a Dio, alla storia e alla propria coscienza. (Volutamente identiche le parole impiegate da Francesco in questi giorni). Passato un decennio, dopo le sconfitte degli Stati Uniti in Afghanistan e in Iraq, il papa polacco emerge come vincitore. Aveva avuto ragione a denunciare come folle l’ambizione dei neoconservatori statunitensi di creare un “secolo americano” e di rimodellare le nazioni a proprio piacimento. Il dato rilevante di quella vicenda è che Wojtyla si manifestò non semplicemente come un leader spirituale, che rivolge “appelli” morali, ma come un attore politico sulla scena globale. Diventando punto di riferimento sia dell’opinione pubblica europea a grande maggioranza contraria all’invasione (anche nei Paesi accodatisi a Washington: Gran Bretagna, Spagna, Italia) sia delle nazioni latino-americane come Cile e Messico, che nel Consiglio di Sicurezza impedirono a Bush e Blair di ottenere il placet dell’Onu all’avventura militare.   

Oggi Francesco si muove con simile piglio politico. Il suo ministro degli esteri ricorda che in situazioni di crisi irreversibile dei paesi mediorientali rischia di andare in frantumi il carattere laico degli stati e la loro stessa esistenza. Non a caso mons. Mamberti ha ricordato ieri agli ambasciatori presso il Vaticano ciò che molti “crociati”, che vogliono la guerra di Siria, dimenticano: c’è da tutelare il bene dell’integrità territoriale e di una pratica civile che garantisce “ a tutti, indipendentemente dall’appartenenza etnica e religiosa, pari dignità… e (il diritto) di professare pubblicamente la propria religione”. Esattamente i due bene andati in frantumi in Iraq sotto i colpi del fondamentalismo, del terrorismo e dei nazionalismi.   

Papa Bergoglio nella sua lettera a Putin e ai paesi del G20 se da un lato esorta ad abbandonare “ogni vana pretesa di una soluzione militare”, dall’altro tocca un tasto (dolente) tutto politico: “Troppi interessi di parte hanno prevalso da quando è iniziato il conflitto siriano, impedendo di trovare una soluzione che evitasse l’inutile massacro a cui stiamo assistendo”. Non è un caso che sull’Avvenire siano state pubblicate analisi, che fanno capire la necessità di coinvolgere anche Teheran in un progetto di pacificazione. In parole povere: non si governa più il mondo a colpi di egemonia.

il Fatto Quotidiano, 6 Settembre 2013