Circa mille persone uccise negli attentati in Iraq, nel solo mese di settembre. A più di dieci anni dall’invasione americana, iniziata nel marzo del 2003, lo Stato è ancora dilaniato dalla guerra interna. La violenza “settaria” nel Paese sta tornando ai livelli che si sono visti durante gli anni 2006-2007, nel pieno dell’occupazione Usa, al culmine del conflitto interconfessionale tra sciiti e sunniti. Dopo la conclusione del ritiro delle truppe americane nel dicembre del 2011, la situazione in Iraq non fa che peggiorare. Sono almeno 979 le persone uccise nelle violenze che si sono registrate nel mese di settembre. Il dato è stato diffuso dalla missione Onu in Iraq (Unami), che parla anche di 2.133 feriti.

Si tratta di uno dei dati mensili più alti registrati negli ultimi anni. Anche se il mese peggiore in termini di stragi per gli attentati è stato lo scorso luglio, quando le vittime sono state 1.057. La città più colpita da atti di violenza politica è stata Baghdad, dove a settembre si sono registrati 418 morti e e 1.011 feriti. Nikolai Muladinof, rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu Ban Ki-moon in Iraq, ha fatto appello a tutti i leader politici, religiosi e sociali e alle forze di sicurezza perché lavorino insieme al fine di fermare lo spargimento di sangue. 

Solo l’ultima ondata di attentati con autobomba ha provocato una cinquantina di morti e oltre cento feriti a Baghdad. Gli attacchi del 30 settembre sono stati rivendicati con un messaggio, postato su vari siti jihadisti, dallo Stato islamico dell’Iraq e del Levante (Isi), affiliato ad Al-Qaida. Il gruppo di estremisti ha affermato che sono stati “una risposta ai continui attacchi alla comunità sunnita” da parte del governo. L’esecutivo iracheno è guidato dal primo ministro sciita Nuri al Maliki, che molti sunniti accusano di politiche discriminatorie nei confronti della loro comunità.