La guerra in Iraq, dopo dieci anni, è finita. Anche se le 50 vittime in una serie di attentati a Baghdad ricordano a tutti come la violenza è sempre al centro di una situazione politica instabile. Questa è l’eredità di una storia che inizia nella notte tra il 19 e il 20 marzo 2003, attorno a mezzanotte, quando una casa di Baghdad viene centrata – e distrutta – da un missile. La Coalizione dei volenterosi, guidata dagli Usa e sostenuta da 48 paesi, attacca l’Iraq per rovesciare il regime di Saddam Hussein. Proprio lui era l’obiettivo del primo attacco, seguendo una soffiata rivelatasi infondata, che dava il rais iracheno nascosto nell’edificio. L’attacco vero e proprio inizia alle 5,35 (3,35 in Italia) di quella stessa notte, quando il cielo del Golfo Persico s’illumina di colpo delle traiettorie di circa quaranta missili Tomahawk lanciati contro obiettivi strategici nella capitale irachena.

Inizia l’operazione Iraqi Freedom, che costerà la vita ad almeno 150mila iracheni (tra civili, insorti, poliziotti e militari), 4500 militari Usa e centinaia di cittadini di altre nazionalità, secondo i calcoli del sito indipendente IraqBodyCount e il rapporto della ricercatrice Neta Crawford della Boston University. L’ultimo carro armato Usa ha lasciato l’Iraq il 18 dicembre 2011.

Il Pentagono ha stanziato quasi 770 miliardi di dollari dal 2003 per le operazioni militari in Iraq, che hanno comportato il dispiegamento in Iraq di 170mila soldati statunitensi dislocati in oltre 500 basi militari. Secondo Linda Blimes, docente di Harvard, vanno aggiunti a questi costi quelli che graveranno sui contribuenti Usa fino al 2055 per pensioni e sussidi ai veterani di Guerra, che la ricercatrice stima tra i 346 e i 469 miliardi di dollari. Quello che segue è un elenco di persone, luoghi e nomi che per un lungo periodo sono diventati familiari sui mezzi di informazione e che oggi sembrano dimenticati.

Abu Ghraib. Carcere situato a circa 30 chilometri da Baghdad. Durante il regime di Saddam, era la sede operativa della Direzione Generale della Sicurezza irachena. Si calcola che solo nel 1984 siano stati oltre 4mila i detenuti politici reclusi e giustiziati nella struttura. Dopo l’invasione dell’Iraq nel 2003, il carcere passa sotto la gestione dell’esercito Usa. Nel 2004, la trasmissione televisiva statunitense 60minutes pubblica una serie di foto che i carcerieri americani scattavano mentre torturavano i prigionieri iracheni. Le pose oscene a cui erano sottoposti i reclusi ispirarono il grande artista Botero in una serie di quadri di denuncia. Secondo un report della Croce Rossa Internazionale, le autorità Usa erano a conoscenza degli orrori di Abu Ghraib almeno dal 2003. Nel processo agli aguzzini, la condanna più pesante è quella ricevuta dal riservista Charles Graner condannato a 10 anni di carcere. A gennaio 2013, sono stati erogati risarcimenti per 5 milioni di dollari a 71 detenuti da parte dell’azienda Engility Holdings, che gestiva il carcere per conto dell’esercito Usa. Il carcere, chiuso nel 2006, viene ristrutturato e riapre il 21 febbraio 2009 con il nome di Baghdad Central Prison. Può ospitare fino a 14mila detenuti.

Calipari. Il 4 marzo 2005 una Toyota Corolla metallizzata sfreccia lungo la cosiddetta Route Irish, la strada che porta dal centro di Baghdad all’aeroporto della città. Un posto di blocco dell’esercito Usa apre il fuoco. A sparare è il mitragliere Mario Lozano. Nell’auto si trova la giornalista italiana Giuliana Sgrena, inviata del manifesto, rapita il 4 febbraio 2005 nella zona dell’Università della capitale irachena da un commando armato. Con lei due agenti dei servizi segreti italiani: Andrea Carpani (al volante) e Nicola Calipari, seduto dietro con la Sgrena. Calipari perde la vita, mentre la Sgrena e Carpani restano feriti. Per la morte di Calipari nessuno ha pagato e la Corte di Cassazione italiana, nel 2008, ha rigettato la competenza della magistratura italiana sulla vicenda.

Falluja. Cittadina irachena a maggioranza sunnita nel governatorato di al-Anbar. I vertici militari del contingente Usa in Iraq ritenevano la città roccaforte degli insorti sunniti che, dall’agosto 2003, combattevano l’occupazione statunitense. Il 31 marzo 2004, quattro operatori dell’agenzia privata BlackWater, che operavano come contractors in Iraq, vengono uccisi e trascinati dalla folla per strada a Falluja. La reazione dei militari statunitensi è pesante. Il 5 aprile 2004 viene lanciata l’operazione militare Vigilant Resolve: fino al 1 maggio la città è posta sotto assedio e teatro di scontri violenti. Le truppe Usa avevano lanciato l’appello ai 300mila abitanti, tramite megafoni e volantini, ad abbandonare la città, ma le colonne di profughi non riuscirono a lasciare la città. Durante I bombardamenti, che precedettero i combattimenti casa per casa, venne utilizzato fosforo bianco, come dimostrato da una serie di inchieste giornalistiche dell’epoca. Alla fine delle operazioni furono almeno 2mila le vittime e, secondo uno studio il 15 percento dei bambini della città nascono con gravi malformazioni.

Moqtada al-Sadr. Erede di una dinastia di leader religiosi sciiti, dopo un esilio volontario di quattro anni in Iran, l’ayatollah sciita radicale ha fatto ritorno a Najaf, nell’Iraq meridionale, il 5 gennaio 2011. Divenne una delle figure chiave dell’insorgenza anti Usa prima e della lotta interconfessionale tra sunniti e sciiti in Iraq dopo. Le sue milizie armate, chiamate Esercito del Mahdi, hanno seminato il terrore tra gli oppositori, portando la città di Najaf, nel 2004, a sollevarsi contro l’occupazione Usa. I tank statunitensi strinsero d’assedio la città santa per gli sciiti, dando vita a sanguinosi combattimenti con i miliziani di Moqtada. Il giornalista italiano Enzo Baldoni tentava di raggiungere proprio Najaf quando venne sequestrato e ucciso ad agosto del 2004. Oggi Moqtada ha – sulla carta – smilitarizzato i suoi seguaci e, dopo l’abbandono della vita parlamentare, si dedica a opere benefiche nell’Iraq meridionale, ormai saldamente nelle mani degli sciiti.

Nassirya. Capoluogo della regione irachena di Dhi Qar, viene scelta come base logistica dal contingente italiano (missione Antica Babilonia) che partecipa alla missione in Iraq. Il 12 novembre 2003, un camion carico di tritolo guidato da due attentatori suicidi si lancia a tutta velocità contro la base Maestrale. La guardia all’ingresso apre il fuoco, riuscendo a fermare il camion nei pressi del cancello di entrata, ma l’esplosione è devastante: perdono la vita 28 persone, tra militari e carabinieri italiani, oltre a nove civili iracheni e due civili italiani. Due differenti inchieste hanno portato a risultati divergenti: per i carabinieri non ci sono state omissioni nelle procedure di sicurezza, per l’esercito sarebbe stato possibile rendere più sicura la base. Otto iracheni, tra cui il reo confesso Omar al-Kurdi, sono stati condannati per l’attacco. 

Saddam Hussein. Nel 1968, con un colpo di Stato, il partito Ba’ath prende il potere in Iraq. Tra i golpisti c’è anche Saddam Hussein, che conquisterà il potere assoluto nel 1979, governando senza scrupoli fino al 2003. Nel 1980, sostenuto dagli Usa, attacca l’Iran in un conflitto che costerà la vita a due milioni di persone. Saddam, ritenendo la minoranza curda irachena fiancheggiatrice dell’Iran, ordina l’operazione Anfal per punire i curdi. L’operazione più sanguinosa è quella che colpisce la cittadina di Halabja, il 16 marzo 1988, nella quale vengono usate armi chimiche che provocano la morte di almeno 5mila persone. Nel 1990, avendo rotto i rapporti con Washington, attacca il Kuwait, scatenando la reazione degli Stati Uniti e di altre decine di stati che reagiscono attaccando l’Iraq. Saddam non viene deposto e si vendica degli sciiti del sud che avevano risposto all’appello Usa insorgendo contro il rais ma venendo poi abbandonati al loro destino. Nel 2003, Saddam viene ritenuto una minaccia alla pace per le presunte armi di distruzione di massa in suo possesso. Quelle armi non saranno mai trovate. Saddam, dopo l’attacco Usa del 2003, si nasconde nella sua regione di origine e viene catturato il 14 dicembre 2003. Dopo un processo davanti a un tribunale speciale, viene condannato a morte. La sentenza viene eseguita il 30 dicembre 2006 alle sei del mattino tramite impiccagione. E’ sepolto a Tikrit, sua città natale.