
LA GUIDA OLIMPICA - Resistenza, sforzo fisico. E al poligono sangue freddo e precisione. Di fatto: testa. È la disciplina più appassionante di Milano-Cortina. Agenti dell'Ice permettendo
Tenete gli agenti dell‘Ice lontani da Anterselva. Porte spalancate ai teutonici dall’elmo a punta che invaderanno come di consueto gli spalti della bella località altoatesina; porte aperte persino ai vichinghi delle lande scandinave, con le pelli di renna – o di pecora – a ghermire le norrene spalle (a proposito, pare che i reali svedesi dormano in un cinque stelle della Val di Fiemme, e chissà che non facciano una capatina alla Antholz Arena). Va bene tutto, ci teniamo anche i non-sempre-amati (così vuole la vulgata) cugini d’oltralpe ma, per favore, tenete lontani gli agenti dell’Ice. Già, perché basterebbe un attimo. Con gli atleti e le atlete del biathlon, carabina a tracolla – immaginate, centinaia di fucili in mano a sconosciuti? – e sci ai piedi senz’altro adibiti alla fuga, basterebbe un attimo per dare il la alla strage.
Da quando il Fatto Quotidiano ha dato la notizia, in anteprima, che gli uomini dell’Immigration and Customs Enforcement avrebbero “garantito la sicurezza” della spedizione a stelle e strisce in suolo italico, sui social c’è stato un divertente proliferare di vignette che ritraevano i suddetti agenti fare fuoco su biatleti e biatlete. La ragione risiede proprio nella natura di uno degli sport più entusiasmanti – forse il più entusiasmante? – che vedremo alle Olimpiadi di Milano-Cortina. Vale a dire l’accoppiata sci di fondo-poligono con, appunto, la carabina.
Non è difficile immaginare l’antesignano del biathlon: due pezzi di legno sotto i piedi per spostarsi più velocemente sulla neve dietro le tracce delle prede, arco e frecce. Insomma caccia, sopravvivenza. Al di là dell’immaginazione, ci sono incisioni rupestri che testimoniano l’antica attività venatoria. Nel corso dei secoli, e più recentemente, arco e faretra sono stati sostituiti dai fucili: i militari, soprattutto nei Paesi nordici e in Russia, si organizzavano in pattuglie e controllavano così le frontiere. Poi, con la fine della Seconda guerra mondiale, la disciplina ha perso il proprio carattere bellico, per diventare a tutti gli effetti un’attività sportiva. L’esordio alle Olimpiadi, la pratica estesa anche alle donne (solo nel 1981), la fondazione dell’Ibu (l’organizzazione internazionale del biathlon) e la popolarità.
Resistenza, sforzo fisico. E al poligono sangue freddo e precisione. Di fatto: testa. Queste due componenti – fisica da una parte, mentale dall’altra – assicurano al biathlon fascino. Ma ciò che appassiona veramente, rendendo le gare elettrizzanti, sono i continui cambi di fronte. Sì, perché se sbagli un bersaglio al poligono, “paghi” una penalità. E chi è dietro – e spara meglio – può trovarsi davanti. E se ci si mettono le condizioni meteo avverse – vento, scarsa visibilità, nevicate – ecco che le gare si trasformano in una roulette russa (ma, calma, non spuntano le rivoltelle).
Il successo della disciplina è stata garantita anche dall’Ibu, che nel corso degli anni ha saputo rendere le gare maggiormente spettacolari. Qui una brevissima – e sommaria – guida ai format:
1) sprint: come suggerisce il nome, è la gara più veloce (10 km di sci per gli uomini, 7,5 per le donne), due poligoni da cinque bersagli ciascuno (uno sdraiato a terra, uno in piedi alla Django). Se sbagli, finisci in un “pozzetto” a scontare la penalità (un giro nel pozzetto per ogni errore al poligono)
2) inseguimento: l’ordine di partenza è stabilito dai distacchi della gara sprint. Il vincitore della sprint parte per primo – grazie! – tutti gli altri a seguire col ritardo accumulato. Questa volta ci sono quattro poligoni (ordine: a terra, a terra, in piedi, in piedi). Distanze: 12,5 km per gli uomini, 10 per le donne. Va da sé che chi vince sprint e inseguimento è un fenomeno. E si dice che compie il back-to-back.
3) individuale: un tempo era la “classica”. Venti km per gli uomini, 15 per le donne, quattro poligoni (a terra, in piedi, a terra, in piedi). A differenza di sprint e inseguimento, qui niente pozzetto. C’è una penalità, diretta, che viene sommata al tempo di percorrenza della pista. Un minuto a errore. Brutto, eh?
4) mass start: si parte tutti insieme ed è un bel macello di sci, gambe, carabine, saliva che cola dalla bocca. È infatti la partenza in linea. Vi prendono parte i migliori e le migliori della classifica generale (a cui si aggiungono i più meritevoli di quella specifica tappa). Quindici chilometri per gli uomini, 12,5 per le donne. Poligono: due a terra, due in piedi. Se sbagli, giro di penalità (più corto di quelli di sprint e inseguimento, solo 150 metri)
5) staffetta: la partenza è in linea, ci sono quattro componenti per nazione. I frazionisti percorrono 7,5 km, le frazioniste 6. Si spara due volte e, a differenza di tutti gli altri format, si ha un caricatore con tre cartucce extra (non lo abbiamo ancora detto, calibro 22). L’obiettivo è coprire tutti i cinque bersagli (con, al massimo, otto colpi). Se non ci si riesce, giro di penalità e come sempre: tanti giri quanti bersagli sono rimasti “scoperti”
6) staffetta mista: come sopra, solo che ci sono due uomini e due donne per squadra
7) staffetta singola mista: gara veloce, un uomo e una donna, con breve percorrenza sugli sci per privilegiare il tiro al poligono. Quattro frazioni in totale, due ciascuno.
Attenzione, orecchie e occhi aperti. Potenzialmente, la squadra azzurra può fare incetta di medaglie. Potenzialmente perché lo sport – lo abbiamo detto – è così imprevedibile che può succedere tutto e il suo contrario. Settore femminile: Tommaso Giacomel (attuale secondo nella classifica di Coppa del mondo) parte, sulla carta, per vincere l’oro in ogni format. Dietro di lui Lukas Hofer. I due, insieme alle campionissime Lisa Vittozzi e Dorothea Wierer, sono i favoriti nella staffetta mista. Settore femminile: le due già citate possono salire sul podio in ogni format. E la staffetta femminile ha chance di medaglia (chance che sarebbero state più alte con Rebecca Passler,esclusa, come si sa, dai Giochi).
Tra il serio e il faceto, torniamo a una spigolatura. Il biathlon conta diversi cambi di casacca (no, non sono quelli dalle ragioni poco nobili del nostrano Parlamento). Si tratta di cambi di cittadinanza sportiva dettati, in genere, da motivazioni economiche, di opportunità (poter gareggiare con un altro Paese, quando non si troverebbe posto tra gli esponenti del proprio, come nel caso della fortissima compagine transalpina) e sì, anche geopolitiche. Atleti e atlete dell’Est che si spostano un filo più a Ovest, francesi che migrano in Belgio o nel Regno Unito per non dover guardare le gare in tv. E a proposito di Ice: speriamo non salti fuori la nazionalità del più forte biatleta Usa. Il giovane e promettente Campbell Wright è neozelandese. E maneggia una carabina. Pericolosissimo.
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