Economia

Dazi, arrivano le lettere di Trump. A che punto sono le trattative Usa-Ue e come può andare a finire

Il 9 luglio scade la tregua di 90 giorni, ma i segretari al Commercio e al Tesoro hanno spiegato che le tariffe annunciate nelle missive inviate dalle 18 italiane scatteranno dall'1 agosto. Von der Leyen domenica ha sentito il tycoon ma i Ventisette sono divisi. Web tax in bilico

Settimana cruciale sul fronte dei negoziati commerciali per evitare l’entrata in vigore, in teoria dal 9 luglio, dei “dazi reciproci” che il presidente degli Stati Uniti Donald Trump aveva annunciato il 2 aprile per sospenderli una settimana dopo. Nei successivi tre mesi la Casa Bianca, che auspicava “90 accordi in 90 giorni”, ha in realtà stretto intese di massima solo con Gran Bretagna, Cina e Taiwan: gli altri sono ancora in ballo. A partire dall’Unione europea, che è il maggior partner commerciale degli Usa: finora ha venduto oltreoceano beni per oltre 500 miliardi l’anno e ne ha importati per oltre 300, un interscambio che rappresenta il 19% di quello complessivo di Washington. Domenica la presidente della Commissione Ursula von der Leyen ha sentito il tycoon ma i portavoce si sono limitati a parlare di “buono scambio“, senza dettagli. Al momento non sono previsti altri incontri tra le delegazioni. Ma lunedì pomeriggio i Rappresentanti permanenti dei 27 si sono riuniti a Bruxelles per un aggiornamento urgente.

Trattative a rilento e rischio no deal – Le trattative tra le due sponde dell’Atlantico sono andate a rilento e le missioni negli Usa del commissario europeo al Commercio Maros Sefcovic non hanno avvicinato un esito positivo. Anzi, con il passare dei giorni la prospettiva di un “no deal” è parsa sempre più probabile, in un crescendo di minacce e ritrattazioni da parte di Trump, che ha alzato dal 20 al 50% il dazio reciproco da applicarsi alla Ue e venerdì scorso ha ventilato ulteriori tariffe del 17% sull’export agroalimentare del Vecchio Continente.

Dal canto suo anche Bruxelles, che deve tener conto dei diversi e spesso confliggenti interessi dei Ventisette, è parsa ondivaga: all’inizio contava di poter ottenere la rimozione di tutte le tariffe sui beni industriali (la soluzione “zero per zero”), poi – davanti al no statunitense – si sarebbe rassegnata ad accettare un dazio base del 10% su tutto con in più quote ed esenzioni che ammorbidissero il 25% già in vigore sulle auto e il 50% che colpisce acciaio e alluminio, infine la settimana scorsa sarebbe tornata su posizioni più dure. In prima linea la Francia che non ci sta ad abbassare la testa e ha a più riprese caldeggiato l’impiego delle maniere forti, come lo “strumento anti coercizione” che colpirebbe gli interessi delle multinazionali Usa dei servizi tecnologici (con rischio boomerang visto che la Ue consuma quei servizi e non li produce).

In arrivo le lettere – Al momento la cronaca descrive uno stallo. Trump ha fatto sapere via Truth che dalle 12 di oggi, le 18 in Italia, ha iniziato a inviare le prime lettere sui dazi e sugli accordi commerciali. Il segretario al Commercio Howard Lutnick e quello al Tesoro Scott Bessent hanno però chiarito che le tariffe messe nero su bianco nelle missive non scatteranno dal 9 luglio ma dall’1 agosto. Nel caso, ci sarebbe quindi qualche altra settimana per cercare un appeasement. O per decidere la risposta dei Ventisette: i due pacchetti di ritorsioni su prodotti Usa già discussi in primavera (il primo sospeso dopo la tregua di aprile, il secondo ancora da approvare) eventualmente accompagnati misure più muscolari.

Anche in caso di intesa last minute con gli Usa, ci sarà da valutare se accettarla di buon grado oppure, nel caso sia molto sbilanciata a favore di Washington, mettere in campo provvedimenti che rimedino allo squilibrio. Avranno parlato anche di questo la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, il presidente francese Emmanuel Macron e von der Leyen, che si sono sentiti nel fine settimana.

Digital tax in bilico – Resta poi un grande punto di domanda sulle digital tax sui ricavi da servizi digitali dei grandi gruppi che sono state adottate da Austria, Francia, Italia e Spagna. Pochi giorni fa il Canada pur di riprendere i negoziati commerciali con gli Usa ha accettato di revocare la propria, in vigore dall’anno scorso, che avrebbe fruttato almeno 1,2 miliardi l’anno. Alle capitali europee sarà chiesta la stessa dimostrazione di “buona volontà” nei confronti di un’amministrazione Usa che nel frattempo ha incassato la sostanziale esenzione delle multinazionali Usa dalla global minimum tax del 15%?

La minaccia ai Brics – Di sicuro Trump, visti i successi della sua strategia basata sull’intimidazione, ha minacciato ulteriori dazi del 10% nei confronti dei Paesi Brics riuniti al vertice a Rio de Janeiro e di “qualsiasi Paese che si allinei alle politiche antiamericane dei Brics”. Le 11 nazioni emergenti, tra cui Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica, che rappresentano il 40% della produzione globale, hanno espresso “serie preoccupazioni per l’aumento delle misure tariffarie unilaterali”. Pechino in particolare in questo quadro ha buon gioco a fare la parte del negoziatore ragionevole, secondo cui “le guerre commerciali e tariffarie non hanno vincitori” e “il protezionismo non offre alcuna via d’uscita” dai problemi bilaterali.