Società

Festival di Sanremo, il mega-influencer della canzonetta. Un trend forse irreversibile

Alla mia veneranda età posso dire di aver assistito all’avvento del Festival della Canzone Italiana di Sanremo. Se non alla prima edizione del 29 gennaio 1951 (all’epoca avevo poco più di tre anni), a buona parte della sua fase pionieristica; che inizia ad apparire sugli schermi televisivi nel 1955, un anno dopo l’avvio delle trasmissioni Rai. Quando imperversavano “le rose e le mamme” cantate con voce mielosa da Nilla Pizzi, Achille Togliani, Gino Latilla fino al “reuccio” di allora, il tenorino Claudio Villa; sulle note dell’orchestra diretta dal maestro Cinico Angelini. Uno spettacolo casereccio che rispondeva ai gusti Strapaese dell’Italia ancora malconcia del dopoguerra.

Poi più grandicello, nel Natale 1958 avevo percepito che qualcosa era cambiata, quando la mia città si era insolitamente riempita di luminarie e i doni, non più disposti davanti al presepe ma sotto l’albero addobbato, risultarono più ricchi: effetti-benessere segni del Miracolo Economico. Il Festival, vetrina dell’Italia, usciva dal familismo mammista con la svolta rivoluzionaria del trionfo di Domenico Modugno: la canzone fuori dagli schemi “Nel blu dipinto di blu”; che sprovincializzò la nostra proposta musicale diventando un successo internazionale. E l’esposizione canora assurse definitivamente a supremo tempio canzonettistico nazionale. Poi si succedettero le stagioni e le mode.

Ma la rottura vera restò quella del Mimmo nazionale, e il grande palco di un piccolo teatro (l’Ariston) ubicato in una cittadina di provincia si consacrò al culto del luogo comune, portando in scena le proposte del momento fino alle soglie dell’osceno furbesco senza mettersi in gioco. E se si pretendeva anticonformista, anche per lui valeva la definizione di Rossana Rossanda dei sessantottardi: “conformismo alternativo”. Mentre sempre di più risultava evidente la ragione del successo da audience sterminato del Festival: aver raggiunto la perfetta sintonia con l’evoluzione del gusto del tempo, di cui Sanremo diventava una sentinella. Un fenomeno inserito nel meta-fenomeno della massificazione per cui i jeans si vendono annualmente a miliardi di pezzi ma rimangono il simbolo del casual.

La marmellata delle moltitudini informi ed eterodirette, prive di categorie distintive e criteri orientativi nel susseguirsi dei flussi modaioli; una folla di solitudini smarrita nell’estinzione dei contenitori di esperienze in cui riconoscersi e appartenere: dai partiti alle organizzazioni del lavoro, dai grands recits alle militanze di scopo; la riconoscibilità identitaria in classi e ceti. Questo processo di trasformazione della società, fattasi poltiglia di scelte accettate per passivizzazione, si accompagna (o precede) la sostituzione dell’intellettuale con il comunicatore; ossia il compiacente inventore di semplificazioni rassicuranti. La cui evoluzione vede la nascita dell’imbarazzante figura dell’influencer. Colui o colei che esibiscono quale credenziale il solo titolo di saper operare scelte (in prevalenza di acquisto) e trasmettere ai follower la confortante sensazione di non sbagliare emulandoli.

I casi della vita mi hanno portato a incontrare uno di questi certificatori, specializzato nel fornire consigli a chi vuole sembrare un gentleman: dunque la scelta della cravatta regimental e come annodarla o l’abito appropriato per una certa occasione; banalità vendute in seminari a pagamento, seguiti da numerosi aficionados aspiranti Lord Brummel; ignorando che l’eleganza non ha niente a che fare con le fogge e i marchi, molto con il comportamento e la cultura. Il lessico della distinzione.

Del resto Elly Schlein nutre le stesse insicurezze di questi aspiranti dandy ricorrendo all’assistenza di un’armocromista (l’accompagnatrice al corretto accostamento dei colori del vestiario) e c’è perfino chi sente l’esigenza di essere guidato da un personal schopper consulente di immagine nei suoi giri per negozi.

Così si direbbe che il Festival di Sanremo ormai non sia altro che un influencer a più teste. L’agglomerato di musicisti, parolieri, promoter, conduttori, opinionisti di settore, editor, advisor, groupie e varia umanità che seleziona, per milioni di fruitori con gli occhi sbarrati davanti al tubo catodico, canzoni e interpreti da apprezzare in quanto “giusti” a priori. Un fenomeno di doping mentale che si inserisce nei ben più gravi processi di condizionamento delle scelte e delle opinioni attraverso la cinica estrazione a scopo commerciale da parte dei new media dei dati biografici e delle opinioni dei loro visitatori (il cosiddetto “capitalismo della sorveglianza”). Un trend forse irreversibile.

Ormai siamo troppo lontani dal tempo in cui Ennio Flaiano, assistendo alla performance sanremese di un cantante franco-malgascio chiamato Antoine, che pare tutti prendessero a sassate, poteva scrivere: “c’era un tale coi capelli da bebè che protestava contro il fatto che dei malintenzionati gli tirassero delle pietre. Non si capiva perché si lamentasse tanto. Avrebbe voluto che gli tirassero delle bombe? Che un tipo simile venga lapidato dovrebbe essere normale. È brutto, sporco e probabilmente velenoso”. Oggi il celebre intellettuale sarebbe subito messo a tacere, come un ignobile radical chic, dall’ortodossia nazional-popolare quale metro esclusivo di giudizio.