Cinema

Palazzina Laf, finalmente il cinema dentro la realtà

Da molto tempo si discute dell’Ilva e si sa tutto o quasi della fabbrica che uccide. Inchieste, denunce, processi, mostrano la verità: per le polveri velenose a Taranto troppi operai hanno pagato con la vita. Ha ragione Giannini, “L’Ilva sta uccidendo tutto: se stessa e il capitalismo che l’ha depredata, la gente che ci lavora e le famiglie che ci campano intorno, l’economia che ci avrebbe dovuto prosperare e la politica che ci ha speculato sopra.”

Sapevamo tutto questo. Ma oggi sappiamo di più, e a raccontarlo – a mostrarlo – è Michele Riondino con l’esordio alla regia di un film (Palazzina Laf) sorprendente per bellezza e verità. Il mio lavoro sull’inferno dell’Ilva “è scomodo – dice il regista – anche per una certa sinistra”. È proprio così.

Cosa hanno fatto, davvero, la sinistra e il sindacato per l’acciaieria di Taranto? L’Ilva è un killer, dice una scritta nel film. Ai veleni s’aggiunse la tortura psicologica degli operai (i ribelli, quelli che non piacevano alla proprietà) mobbizzati e confinati in un “edificio manicomio” (la Palazzina Laf), dove per punizione erano condannati a restare inattivi, privi di mansione, senza stimoli, in una noia assoluta opprimente e alienante.

Il film, ambientato nel 1997, ha come filo conduttore la storia di Caterino Lamanna (un operaio). La sua masseria è caduta in disgrazia per la vicinanza alle polveri dell’acciaieria, e sogna con la fidanzata di trasferirsi in città. Caterino – arrogante e viscido – si lascia strumentalizzare e viene utilizzato dal dirigente come spia (“fatti un giro e dimmi quello che succede”), per scovare i lavoratori di cui vuole liberarsi. Come? Facendoli crollare psicologicamente, spingendoli a licenziarsi. Caterino pedina i colleghi alla ricerca di motivazioni per denunciarli. Poi chiede, perché non ne comprende il degrado, di essere collocato nella Palazzina Laf…

Mi fermo qui, perché il film va visto, non raccontato. Ma quanto detto basta per capire che Riondino riporta finalmente il cinema dentro la realtà e, con gli strumenti dell’arte, la svela nella sua drammaticità. Intervistato dall’Espresso, racconta la violenza del tempo sospeso nel reparto speciale: “Prima che si sapesse cosa fosse, gli operai come mio padre, mio zio… me ne parlavano come di un paradiso. Non avevano gli strumenti per capire il disagio di vivere dove era vietato fare qualsiasi cosa che non fosse aspettare… Una tortura a tutti gli effetti, eppure è il tempo sospeso che la classe operaia vive ancora oggi: ci sono oltre quattromila lavoratori dell’Acciaieria in cassa integrazione, è una sorta di nuova Palazzina Laf, costretti anche loro a non poter far nulla.”

Qual è l’aspetto più radicale del film? Questo: non mostra solo il cinismo feroce dei padroni, ma anche le colpe dei sindacati, le responsabilità della sinistra. Cosa è stato fatto davvero per difendere i lavoratori dai veleni? Troppi sono morti. Qualcuno mi era molto vicino. Cosa è stato fatto per difendere operai e tecnici confinati nella Palazzina-inferno? La sinistra e i sindacati non sono immuni da colpe per quanto accadeva senz’essere denunciato e fermato; per quanto accade oggi, coi cassintegrati costretti a vivere il loro tempo sospeso prima d’essere licenziati. È un film denuncia, Palazzina Laf: non succede spesso. “Se ai tempi di Gian Maria Volontè ci si accapigliava per le sceneggiature facendo a gara per firmare la più scomoda – dice Riondino -, oggi manca un cinema critico, scomodo.”

Scomodo come questa pellicola sul mondo operaio e sugli abusi padronali, che mostra il primo caso di mobbing concluso nel 2006 con “la condanna del presidente dell’Ilva per violenza privata.” Ma il film non dice solo questo. C’è la critica ma anche una (implicita) proposta: Riondino mostra alla sinistra – con un’opera benedetta dall’arte – le battaglie che dovrebbe fare per riprendere davvero il suo ruolo nella società. Dice alla segretaria del Pd, per esempio, che la destra è forte (lo conferma Atreju) e non si batte con polemiche spicciole; che le fabbriche, gli operai, “le norme di sicurezza sul lavoro”, sono importanti quanto “i diritti civili”, dice che tutto va tenuto insieme. Gridato. Con una politica attenta. Vigile. Sul territorio. Accanto ai lavoratori.