Lavoro & Precari

Morti sul lavoro: inutile indignarsi se poi lo Stato segue la logica amorale del profitto

di Paolo Pastres

Dopo l’incidente ferroviario a Brandizzo, che ha comportato la morte di 5 operai, sentiamo Mattarella dire: “Morire sul lavoro è un oltraggio ai valori della convivenza”. Frasi del genere sono state proferite ai vari livelli istituzionali dopo ognuno dei 559 morti sul lavoro solo nel 2023. E nonostante l’indignazione anche delle massime autorità dello Stato, la tendenza dei morti sul lavoro è in aumento del 4,4% rispetto allo stesso periodo del 2022.

Anche a seguito del crollo del ponte Morandi a Genova, avvenuto il 14 agosto 2018, le varie Autorità si batterono il petto e lo stesso Mattarella disse: “Profonda ferita inferta a Genova. Vicenda che interpella la coscienza del Paese. Fare giustizia”. Lungi da me criticare il Presidente della Repubblica, tuttavia sembra evidente che ad ogni disastro, dietro al quale vi siano interessi economici, nei migliori dei casi non seguano provvedimenti atti a mettere in discussione tali interessi.

In merito alla tragedia di Brandizzo, pare che le indagini siano volte più a capire se siano state rispettate le procedure di sicurezza, il che in genere porta ad individuare uno o più colpevoli i quali, se si tratta di un addetto della ditta appaltante o di un impiegato omissivo, faranno da capro espiatorio. Temo che nulla sarà fatto invece per porre in discussione il meccanismo degli appalti e dei subappalti al ribasso, delle privatizzazioni che sono il sostrato ove allignano tutte quelle condizioni che portano a morte o comunque a svantaggi per i comuni cittadini.

In sostanza, laddove c’è il profitto è questo che prevale, anche sulla vita umana.

La logica del profitto non è morale o immorale: è amorale. Qualsiasi mezzo è giustificato, se esso consente di aumentare il profitto. Come nella guerra in Ucraina, 500.000 morti sono del tutto giustificabili se ciò consente di costituire, attraverso quella guerra, una sorta di “vetrina” tale da permettere la vendita di armi, attraverso la verifica del loro funzionamento sul posto. E se ciò accade a scapito di vite umane, beh, pazienza! Come dire: se io vendo armi, ho bisogno di creare guerre; e se queste non ci sono, ne devo creare le condizioni. Ho bisogno di creare un clima di tensione sociale tale da generare nell’individuo la necessità di affrontarlo acquistando armi personali. Senza tale clima e senza tali guerre, l’industria che produce armi non venderebbe.

Sarebbe logico aspettarsi che sia lo Stato a porre limiti alla logica del profitto. Essendo quest’ultimo amorale, l’unico movimento che lo stesso profitto conosce è l’escalation che, nel caso delle armi o delle industrie connesse con la produzione di anidride carbonica, può portare all’autodistruzione. Per questo motivo il compito dello Stato sarebbe quello di prevenire ed evitare tutto ciò, attraverso norme e controlli che limitino i margini del profitto e aumentino quelli relativi alla redistribuzione sociale del reddito.

Se invece – come sembra purtroppo accadere – lo Stato non intacca la logica del profitto che sta dietro ad ogni escalation di morti (che siano per guerre, malattie, denutrizione, lavoro e così via), allora lo Stato stesso diventa amorale. Come dire, aspettiamoci ancora battipetto istituzionali per i futuri morti da lavoro, da guerre e così via. Ma nulla di più.

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