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La salma di Prigozhin si avvolge di silenzio: il contrasto di un uomo divenuto troppo popolare

Nel video diffuso a cura di Prigozhin sul canale Telegram della Wagner il 21 agosto scorso, il primo e ultimo dopo il golpe “sospeso” o abortito solo due mesi prima, quello che fu il padre-padrone della Wagner armato fino ai denti aveva lanciato un promo per rivendicare la centralità, l’abnegazione e l’intatta operatività dei suoi temibili mercenari.

La location il suo regno indiscusso, l’Africa, senza precisazioni dettagliate, le parole chiare e persuasive “noi siamo al lavoro a più di 50 gradi, come ci piace per rendere la Russia ancora più grande su tutti i continenti e l’Africa ancora più libera. La Wagner sta continuando a svolgere i compiti che le sono stati assegnati al meglio”. La finalità pratica dell’appello il reclutamento di nuovi soldati. Ma il video riconferma soprattutto che l’uomo che aveva riportato le più evidenti vittorie simboliche in Ucraina non aveva nessuna intenzione di adeguarsi al tranquillo esilio in Bielorussia pianificato dal Cremlino, per lui e per i combattenti della Wagner renitenti all’arruolamento nell’esercito regolare, già all’indomani della sua marcia interrotta.

Mentre da due mesi il marchio di traditore e di pugnalatore alle spalle scandito a denti stretti da Putin continuava a rimbalzare sui media russi insieme all’etichetta di opportunista e profittatore ai danni delle finanze del paese, “l’esiliato” ha continuato con il suo aereo privato a fare avanti-indietro tra la Bielorussia e la Russia per una serie di incontri, tra cui spicca quello con il presidente russo al Cremlino. Una circostanza quasi ai limiti della realtà, di cui si è appreso dopo qualche tempo, con la partecipazione dello stato maggiore della Wagner e cioè comprensiva dei carbonizzati nello schianto avvenuto chissà per quale singolare coincidenza a due mesi esatti dalla marcia con dietrofront di Prigozhin. E soprattutto, un incontro di oltre tre ore tra il tradito e i traditori, quello dello scorso 29 giugno, in cui un Putin furioso avrebbe inveito contro i suoi mercenari “eroici” che commettendo un errore fatale avrebbero interpretato la sfuriata come la chiusura del “caso” e si sarebbero illusi di essere stati veramente graziati dal padrone supremo.

Così Prigozhin ha creduto di poter ricominciare a fare quasi tutto, come permettersi di presenziare senza credenziali ufficiali al summit Russia-Africa di San Pietroburgo o mettere la faccia sul reclutamento dei soldati in Africa. E ha anche abbandonato le più elementari precauzioni, come evitare di far viaggiare sullo stesso aereo tutti i capi della Wagner.

Come ha commentato con macabra ironia, più o meno intenzionalmente, l’alleato più fedele dello zar “il capo della Wagner si è creduto inattaccabile e ha smesso di fare attenzione”. Ha disatteso “le raccomandazioni” di Lukashenko e non ha continuato ad alloggiare in alberghi senza finestre come nei primi tempi della “trasferta” in Bielorussia, anche se da subito tutti coloro che si occupano di Putin da almeno un ventennio avevano puntualmente previsto che non sarebbe bastato.

Come all’indomani del golpe rientrato, a caldo, nel commentare la fine della creatura più manifestamente emblematica del suo sistema criminale Putin ha rivelato molto più di quanto volesse. Con lo sguardo abbassato e sfuggente e la maschera della contrizione l’ha congedato definitivamente come “uomo dal destino difficile ma di talento” e poi ha lasciato al ripetitore ufficiale Peskov il compito tragicomico di bollare come “bugie assolute le speculazioni dell’Occidente sulla morte di Prigozhin” e di ventilare la possibilità della sua partecipazione al funerale del mercenario “eroe della Russia”. All’indomani dei “funerali privati”, che di fatto sono stati segreti e blindati senza fasti e onori per Prigozhin e Utnik, fondatori della Wagner e insigniti della massima onorificenza di eroi di Stato che prevede i massimi onori militari, Dimitry Peskov ha dichiarato: “Gli inquirenti stanno considerando diverse possibilità, inclusa quella di un’atrocità deliberata”, escludendo comunque la possibilità che l’inchiesta possa essere allargata a inquirenti stranieri.

La gestione delle esequie di Prigozhin – avvenuta alla fine in sordina, dribblando gli appostamenti dei reporter, in un cimitero della periferia Est di San Pietroburgo ben lontano da quello centrale di Serafimovskoe dove sono sepolti molti militari di alto rango – è stata all’insegna dell’occultamento più che della “riservatezza”, in assoluto contrasto con l’ossessiva esposizione mediatica connaturata al personaggio.

Se come è stato acutamente osservato la nomenclatura russa a caldo è stata incerta “se inneggiare alla eliminazione di un ‘traditore’ o piangere la ‘caduta di un eroe’ ” (Anna Zafesova, la Stampa) a prevalere con il passare dei giorni è stata l’opzione di una graduale damnatio memoriae, di un velo di ipocrita opacità e di silenzio per avvolgere la salma di un coprotagonista diventato troppo popolare, scomodo e ingestibile.

Così la visibilità offuscata dell’ultimo passaggio nel timore in primo luogo di manifestazioni di cordoglio e di rabbia diffuse è stata inversamente proporzionale alla massima esibizione di forza e d’inesorabile vendetta che Putin ha voluto dare con un “incidente” spettacolare che potesse incutere terrore nei confronti di qualsiasi “traditore”, ribelle, antagonista, oppositore. Difficile dissentire dalla constatazione che “Quando lo Stato decide di agire in modo dimostrativo e terroristico, dimostra debolezza. E’ un segno che all’interno del sistema si sta diffondendo una forte paranoia, insieme alla ricerca costante di affermare il proprio potere e cercare lealtà”. (Nona Mikalidze, la Stampa).

Purtroppo bisogna tener conto che lo Stato in oggetto è la Russia e che secondo sondaggi più o meno attendibili solo l’8% della popolazione ritiene che il plateale attentato con cui Putin ha punito il suo alter ego indomabile e ha lanciato un monito di morte erga omnes sia stato pianificato dal Cremlino. Quello che è emerso ancora più chiaramente, al di là di valutazioni su eventuali reazioni all’interno della Wagner con ricaduta sui vertici dell’esercito, è che accordi di pace con Putin appaiono al momento ancora più improbabili e dunque più lontani nel tempo.