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Il Piano Marshall fa 75 anni: centrati i suoi tre obiettivi. Che dire invece del Recovery Fund?

Il 3 aprile compie 75 anni il Piano Marshall (PM), che ha preso il nome dal generale George C. Marshall (1880-1959), Segretario di Stato nonché premio Nobel per la Pace nel 1953 [al centro, nella foto in evidenza – ndr]. Presidente degli Stati Uniti era Truman. In realtà, in quel giorno, videro la luce sia l’European Recovery Program (Erp) – il vero nome del PM – sia l’Economic Cooperation Administration (Eca), l’organismo americano che avrebbe gestito i finanziamenti ai Paesi Europei beneficiari del Piano.

Il PM fu operativo dal 1948 al 1952 ed erogò ben 17 miliardi di dollari, una cifra enorme. Quali le sue finalità? Tre, due di tipo economico e una di tipo politico. Il primo obiettivo economico fu risollevare la produzione in Europa sprofondata al di sotto dei livelli pre-bellici a causa della Seconda Guerra mondiale. Evento tragico che aveva lasciato in eredità decine di milioni di morti, disoccupazione, povertà estrema, crollo della produzione agricola, industrie e infrastrutture distrutte e danneggiate. Situazione destinata a protrarsi nel lungo periodo in assenza di un mega-stimolo che facesse ripartire l’Europa. I finanziamenti del PM, pertanto, servirono:

a) all’acquisto di macchinari, combustibili, derrate agricole e materie prime;

b) ad incentivare la produzione agricola e industriale;

c) a concedere prestiti a fondo perduto.

L’obiettivo di riportare la produzione europea sopra i livelli del 1938 fu raggiunto nel 1952 e ciò determinò la fine del PM.

Il secondo obiettivo economico fu la ricerca dell’integrazione economica tra i Paesi europei, per cui venne creata l’Organizzazione Europea di Cooperazione Economica, cui aderirono originariamente 16 Paesi. Il processo di integrazione europeo fu assai lento in quanto, iniziato il 25 marzo del 1957 con l’istituzione della Comunità Economica Europea (Cee), ha richiesto diversi decenni per giungere alla definizione attuale. E non è scontato sia quella definitiva.

L’obiettivo finale, il terzo, era squisitamente politico: creare una società europea da usare come antidoto all’avanzata del comunismo e attrarla nell’area di influenza statunitense. I beneficiari del sostegno economico? I Paesi dell’Europa occidentale e la Germania occidentale, mentre l’Unione Sovietica lo rifiutò ritenendolo una intrusione nei propri affari interni – e così fecero anche i Paesi sotto la sua influenza. Ciò portò alla creazione dei blocchi di Paesi contrapposti che avrebbero segnato lo scenario geopolitico della guerra fredda nei successivi decenni.

L’Italia era connotata da una forte presenza del Partito comunista, che aveva raggiunto i 2 milioni di iscritti e che, dall’aprile 1944, aveva preso parte ai governi di unità nazionale con socialisti e democristiani. Gli aiuti da parte degli Stati Uniti furono allora vincolati alla vittoria della Dc e alla sconfitta di comunisti e socialisti e poiché le elezioni furono vinte dalla Dc, l’Italia entrò a far parte dei Paesi beneficiari del Piano con un miliardo e 500 milioni di dollari.

Quali le differenze e le somiglianze tra il Piano Marshall (PM) e il Recovery Fund o, meglio, la strategia comunitaria Next Generation-Eu (NG-EU) inaugurata nel 2020? I due interventi vengono spesso paragonati: così ha fatto la presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen annunciando (aprile 2020) la NG-EU per rilanciare l’Europa prostrata dalla pandemia da Covid-19.

Le somiglianze: il nome, visto che il “Piano Marshall” in realtà si chiamava European Recovery Program. E poi la durata triennale (solo in seguito il Piano Marshall si è protratto per un ulteriore biennio). Le differenze invece riguardano il finanziatore del Piano: gli Usa nel primo caso, gli Stati europei nel secondo. E poi i principali beneficiari degli aiuti, che furono il Regno Unito (cui andò il 50% del Piano Marshall totale), la Francia (20%) e poi l’Italia e la Germania con il 10% ciascuna. Dalla NG-EU invece il Regno Unito (causa Brexit) è stato escluso, mentre Italia e Spagna assieme assorbono quasi la metà dei finanziamenti.

Il PM, inoltre, intendeva “riparare” i danni di guerra rivitalizzando i settori trainanti dell’economia anteguerra, avviare la cooperazione tra gli Stati europei e avvicinare l’Europa gli Stati Uniti, ponendola al riparo dal comunismo. Il Presidente Truman disse, infatti, che sarebbero stati aiutati di più i Paesi che si fossero opposti con forza al comunismo. La strategia NG-EU, invece, punta ad una ripresa immediata dell’economia ma anche ad uno sviluppo di lungo periodo grazie agli investimenti fatti.

Vi è, inoltre, una profonda differenza nel tipo di aiuti concessi che, nel caso del PM, consistevano dapprima in beni alimentari, fonti di energia e materie prime, seguiti poi da attrezzature e macchinari industriali per una industria bisognosa di riconvertirsi dal suo impegno bellico. Per la NG-EU, invece, si tratta di prestiti (a tassi pressoché nulli) e di contributi a fondo perduto, cioè non vincolanti alla loro restituzione.

Da ultimo, si ricorda l’instaurazione di quella che oggi si chiamerebbe “cabina di regia” in quanto il PM fu gestito, dal lato dei finanziatori, dalla Eca, mentre la gestione della NG-EU è stata affidata agli Stati nazionali tramite il sistema dei Pnrr.

L’impatto finale dei due mega-interventi? Il PM ha conseguito tutti i suoi obiettivi favorendo, in Italia, “il miracolo economico”. Per la NG-EU vi è solo l’auspicio che centri le sue finalità perché ancora in vigore per tutto il 2023. Il dilemma da sciogliere, per l’Italia, è se dopo la ripartenza del biennio 2021-2022 si avrà anche l’attesa “resilienza”, ovvero la continuità della crescita economica e sociale trainata dal settore privato dell’economia allorché cessa la spesa pubblica. Le attese, per il 2023, di un Pil nostrano compreso tra lo 0,4% e lo 0,6% prospettano una triste e indesiderata stagnazione economica. Che dire? Spes ultima dea.