Politica

Sulle armi all’Ucraina mi chiedo: quando Schlein darà voce ai suoi elettori pacifisti?

di Barbara Pettirossi

Come cittadina italiana, che ha esercitato il diritto di voto con convinzione ma pure nel rispetto delle molte battaglie che per esso sono state fatte, credo di avere il dovere etico di porre alcune domande ai nostri politici su questa guerra, la quale non accenna a trasformarsi in quel negoziato auspicato da più parti, anche tra coloro che, misteriosamente, sono a favore dell’invio delle armi. Sento il “dovere” di porre delle domande, e non il “diritto”, perché ritengo che ogni cittadino in questa specifica circostanza non possa voltarsi dall’altra parte e considerare i propri sacrosanti problemi quotidiani prioritari rispetto alla direzione che l’Occidente sta confermando di voler prendere: la militarizzazione prima di tutto della nostra visione del mondo e, come corollario, delle nostre azioni concrete nella definizione dell’aspetto che quel mondo assumerà nel prossimo futuro.

Alla Presidente Giorgia Meloni vorrei chiedere come pensa di conciliare l’idea di maternità e di famiglia cristiana con le migliaia di famiglie distrutte dalle bombe russe in Ucraina e dalle bombe ucraine in Ucraina? Lei che si definisce cristiana, ritiene che alimentare imprese belliche favorisca la sopravvivenza dei valori cristiani più di quanto possa fare, per citare un esempio, la disponibilità ad accogliere senza se e senza ma i derelitti e i dispersi, il cosiddetto “prossimo” di evangelica memoria?

A Giorgia Meloni e a Elly Schlein chiedo: quale valore aggiunto sta apportando al tema della guerra in Ucraina, e quindi della guerra in generale, la circostanza di essere donne? Quale differenza è possibile notare tra le scelte in materia militare compiute dai leader uomini e quelle sostenute da voi leader donne? Oppure, ritenete che la parità di genere consista nella mera possibilità di partecipare alle ormai trite e ritrite logiche bellicistiche e di potere?

Alla leader del Pd Elly Schlein chiedo: si trova in difficoltà di fronte alle correnti del suo partito a favore dell’invio delle armi, da cui non è stata sostenuta? Quanto peso ha nel suo programma politico la necessità di mantenere stabile la distribuzione del potere sempre all’interno del suo partito e di impedire eventuali scissioni? Ritiene questo prioritario rispetto all’agognata resurrezione di un’anima sinceramente di sinistra? Quando darà voce ai suoi elettori totalmente pacifisti e prenderà una posizione chiara su questa materia: sì alle armi (e quindi all’escalation) o no alle armi (e quindi sì alla diplomazia in tutte le sue umane possibilità)?

Oppure, si è resa conto che i totalmente pacifisti nel suo partito sono una minoranza, troppo pochi perché prevalga la loro posizione, anche se in fondo è pure la sua? Che cos’è precisamente la pace per lei? Di fronte a delle giovani vite, alle quali viene imposto di combattere, vite che non possono scegliere, non sente l’urgenza come leader di un partito di sinistra di dover prestare la voce per dire ciò che loro non possono neppure sussurrare? Se uno di quei soldati ucraini addestrati a Sabaudia le confidasse che non vuole combattere, che è lì perché costretto dalla legge marziale del suo paese, che aveva immaginato il proprio futuro completamente diverso, cosa gli risponderebbe?

Al ministro Crosetto chiedo: cosa è stato promesso all’Italia precisamente in cambio della nostra disponibilità a diventare il satellite di un terreno di guerra? Non sente come individuo il peso morale di un’enorme responsabilità, quella di consentire che questo meraviglioso paese possa essere trascinato nella terza guerra mondiale?

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