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“Per colpa della guerra mio padre, ucraino, e mia madre, russa non si parlano più. Nel Donbass gli uomini illusi di diventare eroi”

Yulia M. ha 28 e viene da un villaggio oggi controllato dai filorussi. Oggi organizza per Medici senza frontiere il supporto sanitario a ridosso della prima linea del conflitto. "Dal 2014 le tensioni hanno influito sui miei genitori, che si sono lasciati. L’odio etnico? Bufala colossale. Mosca ha usato la sua influenza su parte della popolazione per trasformare la gente in carne da cannone"

“Il 23 febbraio del 2022 è stata una giornata molto bella, trascorsa assieme al mio fidanzato a Mariupol, dove mi ero trasferita dal 2020. Una città bellissima, perfetta per me, non troppo grande o piccola; c’era il porto, il mare, si potevano fare lunghe passeggiate. La sera prima ero stata a teatro, proprio il teatro bombardato successivamente. Poi, all’alba del 24 una mia amica mi ha chiamato: ‘I russi hanno attaccato l’Ucraina. Prepara le tue cose, c’è un posto per te nella nostra macchina, ce ne andiamo’. L’incubo della guerra e della violenza tornava a perseguitarmi”. Yulia M. ha 28 anni e la sua vita sembra starle stretta. Mille esperienze e fatti, spesso drammatici, l’hanno fatta crescere in fretta. Una vita da errante in mezza Europa, da sola, con il conflitto in Ucraina che ne ha ritmato l’incedere e limitato gli affetti familiari. Da un villaggio minuscolo del Donbass occupato dai filorussi in prima linea per aiutare il suo Paese, l’Ucraina, a riprendersi i suoi spazi e la sua pace. Oggi Yulia è Deputy Project Coordinator di Medici Senza Frontiere, il suo mestiere lo sa fare benissimo: organizzare il supporto sanitario a ridosso della prima linea del conflitto. La conoscenza del territorio, della lingua ovviamente, ma soprattutto della mentalità della gente del Donbass, che siano filorussi o pro-ucraini, la pone in una posizione di assoluto privilegio.

Nel febbraio 2014 le milizie foraggiate da Mosca hanno assunto il controllo delle istituzioni delle due province orientali di Donetsk e Lugansk. Poche settimane più tardi Yulia, all’epoca 19enne, assieme ai suoi genitori ha preso la decisione di andarsene dall’Ucraina stabilendosi a Londra: “Ho lasciato Petropavlivka, il mio villaggio natale di poche migliaia di abitanti e per tirare avanti facevo la cameriera ai piani di un albergo. Quell’estate ho assistito da lì alla tragedia del Boeing partito dall’Olanda abbattuto da un missile e caduto proprio sopra il mio villaggio – ricorda la cooperante 28enne – (298 morti, la ricostruzione giudiziaria, passata in giudicato, ha confermato la matrice filorussa dell’episodio, ndr.). Mia madre ha visto l’aereo in fiamme e pezzi della fusoliera cadere dal cielo. Mi ha detto ‘Resta là, non tornare’. Nel frattempo ho portato avanti il mio corso all’università di Horlivka (50 chilometri a nord di Donetsk, sempre sotto controllo russo, oggi come allora, ndr.) in remoto e iniziato l’università nel Regno Unito. Negli anni successivi la mia facoltà di Horlivka è stata separata e il mio corso spostato a Bakhmut, oggi teatro di scontri armati. Una divisione necessaria per cause etniche e così io e gli altri studenti siamo diventati i ‘traditori’. Alla fine sono riuscita a conseguire le due lauree”.

L’esperienza familiare di Yulia M. racchiude l’assurdità del conflitto ucraino, dal 2014 a oggi: “Mio padre, marittimo, è ucraino, mia madre figlia di due insegnanti in Russia. Le tensioni tra i due gruppi hanno influito sul loro rapporto. Si sono separati, non si parlano più e parte della responsabilità è legata alle divergenze che in altri ambiti diventa odio. Li ho rivisti pochissime volte dal 2014 a oggi, l’ultima nel 2019 prima del Covid. Ogni tanto ci sentiamo. Mia madre è tornata a vivere in Russia dalla sua famiglia, mio padre è l’unico a essere rimasto a Petropavlivka, nella nostra casa, nonostante tutto. E poi c’è mia sorella, oggi ventenne. Non accettavo l’idea che crescesse in un Paese illiberale come la Russia, lei nata e con passaporto russo. Non è stato facile convincere mia madre, ma alla fine ce l’ho fatta. Ho organizzato tutto e a ottobre l’ho messa su un mezzo per San Pietroburgo, poi un aereo per Zurigo, via Tallinn, dove ha iniziato la sua nuova vita. Lei è la cosa che conta di più per me, ora è in buone mani e sa che io ci sono e ci sarò sempre quando avrà bisogno, anche se non vivremo assieme”.

Gli storici e gli analisti di geopolitica si sforzano di trovare, anzi di confermare le cause scatenanti la violenza in Donbass che da un anno a questa parte ha infettato tutto il Paese. Il resto la fa la propaganda dei due schieramenti. Yulia in Donbass c’è nata e ci ha vissuto e la sua spiegazione di quanto accaduto, i prodromi del sanguinoso conflitto odierno, spiazza tutto e tutti: “Ma quali violenze, il mito dell’ultradestra ucraina, dei soprusi di una parte sull’altra e viceversa. Vuole sapere il vero motivo per cui parte del Donbass ha deciso di schierarsi coi filorussi? Perché agli uomini è stato promesso che sarebbero diventati degli eroi, che li avrebbero premiati e portati a Mosca, sulla Piazza Rossa. Gente, ragazzi giovani, della mia età, compagni di scuola, che raramente si erano allontanati, che a malapena avevano visto Donetsk, il capoluogo. La prospettiva della gente di Petropavlivka, microcosmo eppure perfetto esempio di tutto quel pezzo di mondo, era lavorare alla miniera di carbone, farsi una birra dopo il turno e andare a casa. Sposarsi con una ragazza del posto, parrucchiera o maestra, troppe alternative non c’erano, fare figli e la vita a Petropavlivka si è sempre perpetuata così. Nel mio villaggio c’erano, credo ci siano ancora, due negozi, una scuola, un asilo, un centro sociale, stop. Come in tutte le società ci sono lati positivi e negativi. A Petropavlivka c’era e c’è una fetta di persone ignoranti, grette, prive di formazione sociale e di cultura. Su di loro gli occupanti hanno avuto gioco facile, futuri soldati convinti a uscire da quella prigione mentale. Ripeto, l’odio etnico è una bufala colossale. La mia famiglia prima del conflitto era esempio di integrazione. Mosca ha usato la sua influenza su parte della popolazione per trasformare la gente in carne da cannone”.