Cultura

Caro Massimo Troisi, davanti a tutti questi festeggiamenti secondo me risponderesti così

Non ci hai trovato ridondanti, retorici, traboccanti, ma pieni di affetto per te.

Laurea ad honorem della Federico II (ma perché così postuma?), tributi, docu/omaggio, articoli, testimonianze, interviste, critici che prima ti snobbavano e adesso ti osannano. E una Scuola Academy, già un migliaio di richieste in solo giorno. E un Davide di Donatello a tuo nome. Solo Lello Arena, tuo partner di scena, ha ricordato quanto dura fosse stata la tua gavetta, quante porte in faccia ti hanno sbattuto: Ma chi è questo Troisi? Non si capisce una parola – dicevano. Anche Marcello Mastroianni bonariamente “Non capisco cosa dice ma mi fa ridere”, ironizzava sul set di Splendor (una sorta di Cinema Paradiso ante-litteram).

Siamo usciti insieme qualche volta, confesso anche io ti capivo poco, ma il tuo parlare frammentato e rapsodico mi rapiva. Ma eri troppo contorto. Abitavo a Roma dalla mia amica Emanuela Grazioli in via Porro, un solo paio di chiavi. Ieri mi ha messaggiato: “Dicesti che arrivavi all’una. Mi hai fatto aspettare fino alle tre”. Due film, entrambi belli e commoventi, a te dedicati. Il primo Da domani mi alzo tardi (accennando alla tua indole un po’ pigra), girato da tuo nipote Stefano Veneruso, tratto dal romanzo di Anna Pavignano, compagna di vita e di co-sceneggiature, che immagina un tuo ritorno dopo 20 anni di assenza. Con un cuore nuovo, fresco di trapianto, ma vuoto di emozioni.

Risposta (immaginaria ma non troppo) di Massimi’, mentre si strofina con malcelato imbarazzo il sopracciglio. La sua gestualità lo rendeva già personaggio:

Maronn che avite cumbinato… tutte ’sti cose! Che onore, Martone e Sorrentino avrebbero voluto lavorare con me. Se mi accostate a Eduardo e Totò. A me sta benissimo, ma non sono loro che si offendono? Mario mi ha paragonato nientepopodimeno che a Truffault, e san Giorgio a Cremano alla Parigi della Nouvelle Vague. Se lo dice Martone ci voglio credere. Maronn mia dove l’hai pescato tutto sto’ materiale d’archivio. Mio padre voleva per me il posto fisso, aspirazione di ogni meridionale. Ma io già sognavo altro, sognavo alto. Certo mi lusinga la laurea. Visto che ero un ciuccione, ogni classe al liceo l’ho ripetuta due volte. In totale dieci per prendermi la licenza liceale. Ma perchè niente laurea, chenneso’, a De Filippo, a Totò…

‘Sto cuore matto! Mi è piaciuto ascoltarmi nella poesia La morte e la sciorta (per i non pratici di dialetto napoletano sarebbe la sorte). Sì è vero, non volevo girare il Postino con il cuore di un altro. Hanno parlato di me cani e marzulli… ma era un pretesto anche perché ognuno parlasse di sé. Martone mi hai portato fino a Berlino, le risate a Laggiù qualcuno mi ama (questo il titolo) le ho sentite fino a quassù. Il sindaco di San Giorgio a Cremano mi ha pure dedicato una strada. E ringrazio.

A quando il museo? Ho sentito dire che già se ne parla. Enrico Caruso ha aspettato quasi cent’anni. Come immaginate, quassù il tempo è relativo, ma sono sicuro che a mia madre farebbe piacere esserci. Portiamoci avanti, i miei 80 sono dietro l’angolo. Grazie di cuore ma mo’ fatemi stare tranquillo, ne riparliamo tra un po’.

Ps. Adesso mi rivolgo al ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, uno che dice e fa… visto che continua a ispirare intere generazioni, glielo facciamo un museo multimediale?