Economia & Lobby

Manovra, in confronto Giolitti era Che Guevara

di Carmelo Sant’Angelo

“Il governo quando interviene per tener bassi i salari commette un’ingiustizia, un errore economico e un errore politico. Commette un’ingiustizia perché manca al suo dovere di assoluta imparzialità tra i cittadini, prendendo parte alla lotta contro una classe. Commette un errore economico perché turba il funzionamento economico della legge della domanda e dell’offerta, la quale è la sola legittima regolatrice della misura salari come del prezzo di qualsiasi altra merce. Il governo commette infine un errore politico perché rende nemiche dello Stato quelle classi le quali costituiscono in realtà la maggioranza del Paese”.

Non è – ovviamente – una citazione del presidente Conte, il quale vorrebbe inserirsi nella dinamica dell’offerta e della domanda nel mercato del lavoro attraverso l’istituzione del salario minimo legale. È uno stralcio del discorso tenuto alla Camera, il 4 febbraio 1901, da Giovanni Giolitti. Un conservatore illuminato cui oggi, in confronto alla destra post fascista al potere, siamo costretti a rimuovere i suoi baffi austeri immaginandolo con il basco di Che Guevara.

“La ragione principale per cui si osteggiano le Camere del Lavoro è questa: che l’opera loro tende a far crescere i salari. Il tenere i salari bassi comprendo sia un interesse degli industriali, ma che interesse ha lo Stato di fare che il salario sia tenuto basso? È un errore, un vero pregiudizio credere che il basso salario giovi al progresso dell’industria; l’operaio malnutrito è sempre più debole fisicamente ed intellettualmente, ed i paesi ad alti salari sono alla testa del progresso industriale” (sempre Giolitti nello stesso discorso).

L’idea di società e di lavoro che emerge dalla manovra finanziaria del governo Meloni sarebbe perfetta nell’epoca della prima rivoluzione industriale. Ci vorrà, infatti, la penna di Dickens per raccontare i drammi sociali che ne seguiranno.

Tutta l’attività del governo ruota attorno all’archetipo del sedicente imprenditore che fa profitti sottopagando i lavoratori, intascando l’Iva attraverso le transazioni in nero, autocompiacendosi della sua infedeltà fiscale (che solo in Italia è sinonimo di “furbizia”), che piange miseria a causa del cuneo fiscale, che lotta eroicamente contro il terribile Leviatano della “burocrazia”, che reclama sussidi e sovvenzioni e auspica la socializzazione delle perdite.

A questo “galantuomo” il governo ha imbandito una ricca tavola: i percettori di reddito di cittadinanza saranno tenuti ad accettare lavori da schiavo (pardon, “non congrui”); l’uso del contante è da preferire; il lavoro potrà essere retribuito con i voucher; il salario minimo legale non vedrà mai la luce; negli appalti pubblici trionferà il subappalto; le intercettazioni saranno drasticamente ridotte e si attenderanno, messianicamente, paci fiscali e condoni eterni. Amen.

Del costo del reddito di cittadinanza non è mai importato nulla alla destra, che non ha alcuna cura dell’Erario pubblico. L’ha dimostrato tutte le volte che è andata al governo. Il reddito di cittadinanza è un nemico da abbattere per un’unica ragione: fa concorrenza alle paghe da fame elargite dai suddetti datori di lavoro.

Con questa manovra il risultato è stato raggiunto. È il loro modo di premiare il merito. Sei laureato, puoi fare anche il cameriere, dice un sottosegretario di Stato, dall’alto del suo onesto diploma di ragioniere.

Finge di non sapere che c’è un esercito di laureati che svolge questa attività all’estero, dove almeno hanno una paga dignitosa. Non vuoi andare all’estero? Allora fatti furbo e ruba il lavoro ai migranti. Se, infine, sei un lavativo “occupabile”, allora procurati un’arma e porta a casa un cinghiale. Ci camperai per un mese.

Pensano proprio a tutto. Il governo Meloni è veramente “costruito intorno a te”. Fesso lavoratore dipendente, ripugnante precario e indegno “occupabile”, mani in alto, siete circondati! E’ finita la pacchia!

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