Tecnologia

Spegnere la Spid? Lo trovo sensato: giusto che l’identità digitale venga finalmente centralizzata

In molti sono rimasti perplessi nel leggere la recente dichiarazione del sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega all’Innovazione tecnologica, Alessio Butti, di voler “spegnere gradualmente Spid e promuovere la Carta d’Identità Elettronica come unica identità digitale, nazionale e gestita dallo Stato”. Per una volta devo riferire che quest’iniziativa è invece sensata e va sostenuta.

Ciò che trovo poco convincenti, invece, sono le ragioni per cui il sistema di identificazione digitale in essere dovrebbe essere mantenuto tal quale. Perché “Spid funziona“, perché “ormai ce l’hanno tutti”, perché “ci siamo abituati”… ragioni tra l’ovvio e il pleonastico. Va chiarito, innanzitutto, che non mi sembra ci sia l’intenzione di buttare all’aria da un giorno all’altro l’intera infrastruttura digitale del Paese. In realtà, si intendono rimodulare solo le regole e gli strumenti di accesso, con un approccio graduale e inclusivo e – possibilmente – olistico, come da tempi non sospetti ritengo che sarebbe stato opportuno procedere sin dagli inizi del percorso di transizione digitale per il Sistema Paese.

È dell’identità dei cittadini che stiamo parlando, dunque di qualcosa di unico, che merita di essere generato e custodito con grande cura, ma che, ad oggi, si poggia su di un sistema pubblico che somiglia a un edificio a più ingressi, tanti quanti sono gli identity provider in Italia. I dati relativi alla distribuzione delle identità tra i vari gestori, tra l’altro, sono sconosciuti al comune cittadino, e questo non può non destare perplessità. Non esistono, infatti, fonti ufficiali facilmente accessibili sulla spartizione del mercato delle identità digitali tra i gestori attivi, benché sia noto agli addetti del settore che circa il 90% delle identità erogate sia in mano a Poste, circa il 3% ad Aruba, Namirial e InfoCert e il resto delle briciole agli altri sei provider

Ecco perché la graduale transizione alla Cie non va vista come un intervento di demolizione, ma piuttosto di messa in sicurezza, garantendo un punto di accesso unico e centralizzato all’infrastruttura esistente. E questo vuol dire, da un lato, semplificazione dei processi, dall’altro mantenimento delle funzionalità esistenti. La facilità di accesso, infatti, va e andrà preservata. Ma va anche preservata la fede pubblica in ambiente digitale.

Ricordiamo che storicamente il Sistema Paese aveva già vissuto in passato l’assurda dicotomia Cie e Carta Nazionale dei Servizi (a causa di due ministeri, interni e innovazione digitale, che non volevano perdere la paternità di questi singoli progetti). A proposito, anche la CNS (oggi anche tessera sanitaria) resterà in piedi? Forse sarebbe il caso di fare ordine anche su questo… In ogni caso, sarebbe giusto che la gestione dell’identità digitale dei cittadini venga finalmente centralizzata, restituendo le redini del sistema allo Stato. Affidare a soggetti privati la fase delicatissima dell’identificazione personale ai fini dell’attribuzione di un’identità digitale si è rivelata una scelta non particolarmente lungimirante.

Il progetto, peraltro, parte da lontano e va ad incasellarsi nel più ampio disegno, già promosso dal governo Draghi (e, in realtà, anticipato anche dalla ministra del governo Conte Paola Pisano che più volte ha dichiarato di voler unificare Spid e Cie, senza riuscire a perseguire tale obiettivo) di attuare il principio di sovranità digitale, dismettendo un modello di business obiettivamente insostenibile, in cui la gestione del sistema di identificazione digitale dei cittadini italiani si regge sulle spalle di provider privati, che ora si trovano a destreggiarsi tra le maglie di un progetto privo di reali ritorni sugli investimenti iniziali. Un mercato nato senza prevedere una copertura reale per chi sviluppa questi servizi è improvvisazione pura. E i nodi non possono alla lunga che venire al pettine anche quando le cose sembrano andare a gonfie vele: non si può anche solo immaginare di mantenere ancora un’infrastruttura che si regge sulle spalle di provider privati, senza avere valutato all’inizio la sostenibilità economica del progetto.

Un progetto quindi quello del sottosegretario Butti che intende finalizzare obiettivi di reale semplificazione già manifestati dai governi Conte e Draghi e che probabilmente sarà portato avanti coordinandosi anche con la 3-I S.p.A., la software house di Inps, Istat e Inail, prevista nel Pnrr e di cui il Presidente Meloni ha ufficializzato l’imminente costituzione, sotto la guida di Claudio Anastasio. Questa evoluzione d’altronde è un passaggio cruciale e inevitabile, anche in considerazione degli standard di sicurezza stabiliti dall’Unione Europea per l’Id Ue, che la futura Cie Europea sarà in grado di soddisfare, garantendo una soglia di sicurezza anche di terzo livello.

Auguriamoci invece che questa meritata operazione di transizione digitale sia portata avanti senza troppi intoppi e appunto in piena armonia con quanto previsto dalla normativa europea.