Politica

La manovra Meloni conferma la natura di questo governo: persone negate al problem solving

Francamente lo stupore per la pessima manovra del governo Meloni è stupefacente. Ha il solo merito di spazzare via alcune grullaggini consolatorie circolate all’avvento della puffetta mannara premier. Innanzitutto l’entusiasmo per la prima donna alla guida di una compagine governativa; espressione di quel femminismo burocratico caro alle Lilli Gruber, che non ha nulla di femminile, ma tanto di politicamente corretto (“nato come strumento di progresso e rispetto dell’alterità, è diventato uno dei ricettacoli favoriti della malafede”, ha scritto una gran donna; la psicanalista Simona Argentieri). Se è vero che la femminilizzazione della sfera pubblica non è questione di quote, ma di apporto culturale. La verità è che queste donne in politica sono intimamente maschilizzate: uome, altro che la rivoluzione rosa tanto acclamata dalle anime belle.

Altra fastidiosa deformazione della realtà è risultata la glorificazione alla Concita De Gregorio dell’avvento di una statista, quando la militante fin dalla più tenera età, nella destra post-fascista (?), ha contratto tutte le tabe del ceto politicante aggravate dai lunghi digiuni rabbiosi per l’esclusione dalle pratiche spartitorie. Da qui la corsa a recuperare il tempo perduto con le imbarazzanti scelte di famiglie e fidati inguardabili nell’organigramma ministeriale e l’avvio di analoghi interventi di spoils system. Tipo il Maxxi romano assegnato al cheerleader di fiducia, il mellifluo Alessandro Giuli. Ennesimo esempio di portavoce e megafono dei potenti alla Alessandro Sallusti.

E qui si giunge al punto. Il fatto è che questa destra di occupazione – Giorgia Meloni in testa, ma anche Matteo Salvini e il capostipite Silvio Berlusconi – è guidata soprattutto da un fiuto – come dire? – “animale” per gli umori che gorgogliano nella pancia delle proprie fasce sociali di riferimento (la nuova borghesia rampante berlusconiana, gli impauriti dell’Italia profonda salviniana, i nostalgici in cerca di rivalse meloniani). Con una caratteristica comune: l’indisponibilità a comprendere la natura reale dei problemi che ci affliggono. Cui offrono linimenti tanto verbali come sostanziali le scelte di questo governo, che i commentatori asettici definiscono “identitarie”, ma che – in effetti – sono solo demagogiche, se non vendicative.

Attitudine che porta “i nostri eroi” a diventare formidabili macchine da voti quanto del tutto negati al problem solving indispensabile per governare una società complessa, ormai in perenne sbarellamento da una crisi all’altra, quale quella italiana. Insomma, gente in campagna elettorale ininterrotta anche quando le urne sono ormai chiuse da quel dì. Anche perché non sa fare altro. Proponendo slogan semplicistici al posto di progetti e soluzioni, in un discorso largamente ispirato alla chiacchiera da bar. Accompagnato da quel tatticismo che è l’unico orizzonte temporale di chi ragiona in termini di rafforzamento del proprio target. Quindi, le scelte operate nella recente manovra come nelle prime uscite legislative e dichiarative del governo (dalla repressione poliziesca dei rave party, alla didattica a bastonate del ministro della Pubblica Istruzione Giuseppe Valditara che prevede persino l’umiliazione terapeutica e i lavori forzati per gli studenti vivaci).

Restando in ambito manovra risulta evidente il disegno di rafforzare il blocco sociale del proprio consenso e destrutturare quello alternativo. Operazione che le destre fanno dal tempo in cui giunsero al potere i dioscuri Thatcher-Reagan. Quindi, blandizie agli abbienti e strizzate d’occhi al ceto piccolo-borghese, il cui incubo permanente è lo scivolamento di livello sociale che lo renderebbe indistinguibile dall’odiato/paventato proletariato.

E – in quest’ultimo caso – il contentino è l’attacco al Reddito di Cittadinanza, in quanto riserva indiana dei poveracci. Scelta che presenta non pochi vantaggi per il Meloni-team: oltre alla propria base manda un messaggio accattivante ai padroncini di Confindustria e gratifica i lettori della stampa padronale legge e ordine. Come si capiva benissimo nello sfogo anti-RdC del feticista del capello Beppe Servergnini (si crede il quinto Beatles?). Inutilmente Pier Luigi Bersani ricordava come, grazie a questo provvedimento, un milione di italiani abbiano evitato di precipitare nella misera più nera. E anche se chi scrive considera sbagliato mettere in relazione occupabilità e un provvedimento contro la povertà assoluta non occupabile, il Reddito sotto attacco resta l’unico barlume di patto sociale in questa Italia disgregata.