Scuola

San Giuliano di Puglia, vent’anni fa i 27 bambini uccisi a scuola: domani potrebbe riaccadere

Antonio, Antonella, Michela, Maria, Melissa, Sergio, Antonio, Maria, Lorenzo, Luca, Paolo, Valentina, Domenico, Morena, Gianni, Giovanna, Luigi Occhionero, Luigi Petacciato, Maria Celeste, Raffaele, Valentina, Gianmaria, Luca, Giovanna, Costanza, Martina, Umberto, Carmela. Sono i nomi dei 27 bambini e della maestra che il 31 ottobre del 2002 morirono sotto il soffitto della loro scuola: “Francesco Iovine” a San Giuliano di Puglia.

Sono passati vent’anni da quella giornata, da quel crollo e in Rete neanche si trovano i loro nomi. Per tutti sono “i 27 bambini e la maestra”. Ma non è così per i loro genitori. Non è così per chi c’era alle 11.30 di quel mercoledì.

C’è il volto di un papà di quei ragazzi che ho avuto il dono di incontrare più volte che non ho più scordato: è quello di Antonio Morelli, il papà di Morena. Da allora ha scelto di non tenersi il proprio dolore per sé ma di condividerlo, di lottare perché non ci fosse più un solo crollo in una scuola. Ogni volta che lo incontro non cita la figlia ma parla dell’oggi, richiama al loro dovere i politici, si appella a chiunque possa evitare quanto è accaduto a loro.

A San Giuliano, un’annata di bambini, quella del 1996, non esiste: sono stati tutti cancellati. Ad ammazzarli non è stato il terremoto che quel giorno colpì il piccolo paese pugliese ma la mancanza di una scuola costruita come si doveva. Per quella tragedia sono stati condannati in via definitiva, con pene da un massimo di cinque anni e mezzo ad un minimo di due anni e mezzo, cinque persone: i costruttori Carmine Abiuso e Giovanni Martino, il progettista Giuseppe La Serra, il capo ufficio tecnico comunale Mario Marinaro ed il sindaco Antonio Borrelli (che nella tragedia perse una figlia di 6 anni).

Ma da allora cos’è cambiato? Non ci sono stati più crolli? Le nostre scuole sono tutte sicure? I nostri bambini, rischiano di morire ancora andando a scuola? Secondo il report annuale di “Cittadinanzattiva” quest’anno i crolli avvenuti tra settembre 2021 e luglio 2022 sono stati 45 di cui 16 nelle regioni del Sud e nelle Isole (Campania, Calabria, Sicilia, Sardegna), 19 nel Nord (Lombardia, Piemonte, Liguria, Trentino Alto Adige, Friuli Venezia Giulia, Veneto, Emilia Romagna), 10 nelle regioni del Centro (Toscana, Lazio): episodi che hanno provocato il ferimento di alcune persone oltre che danni agli ambienti e agli arredi, interruzione della didattica, provocando ingenti disagi agli studenti e alle loro famiglie. Si è trattato fortunatamente di crolli avvenuti di notte, nel week end o in periodi di chiusura delle scuole per le festività. Ma non basta.

Vogliamo ricordare un altro dato: il numero degli edifici scolastici non in possesso del certificato di agibilità sono 23.330 ovvero il 57,90%; quelli che non hanno nemmeno il certificato della prevenzione incendi 22.130 (54,92%). Il numero degli edifici privi di collaudo statico è di 16.681 (41,4%). Sono 11 le regioni che hanno Comuni in zona 1 (rischio sismico alto) ma tutte le regioni, ad eccezione della Sardegna, hanno Comuni e scuole in zona 2: stiamo parlando di 4 milioni e 300.000 i bambini ed i ragazzi che risiedono in Comuni classificati in queste due zone. Eppure il numero di edifici scolastici migliorati o adeguati sismicamente o costruiti secondo la normativa sismica, è davvero molto basso. Gli edifici migliorati e adeguati sismicamente rappresentano una percentuale minima (2%).

Ma di chi è la colpa? Dello Stato. Ma chi è lo Stato? La responsabilità è di ciascuno di noi: dell’insegnante che fa il corso sulla sicurezza perché è obbligatorio ma non chiede se la scuola è a rischio sismico e se ha il certificato di agibilità; del responsabile della sicurezza della scuola (pagato) che fa prove di evacuazione palesemente false (tutti sanno quando arriva) ma non denuncia la mancanza di certificati; del preside che sa che mancano i certificati ma chiude un occhio perché tanto in Italia va così; del sindaco che spende i soldi per fare le luminarie di Natale ma sceglie di non investire nella scuola.